foto Ansa
Ullallà, la sinagoga
Bene l'indagine sull'attentato a Roma del 1982. Male il lungo oblio sul terrorismo palestinese
Dopo la riapertura delle indagini ora cinque persone potrebbero finire a processo. È sempre un bene stabilire la verità per fatti così gravi, anche dopo tanto tempo. La comunità ebraica romana si è detta soddisfatta, ma al contempo rammaricata per come furono condotte in passato le inchieste, con alcune evidenti lacune investigative
I cold case non sono la nostra tazza di tè, ma in qualche caso sono rivelatori. Non per la soluzione ipotetica o raggiunta, quanto perché possono illuminare un’epoca storica e qualche tic politico o di magistratura. E’ una buona notizia che la procura di Roma abbia chiuso un’inchiesta, riaperta nel 2020, sull’attentato palestinese alla sinagoga di Roma del 9 ottobre 1982, in cui morì il piccolo Stefano Gaj Taché e furono ferite altre 40 persone. I terroristi erano cinque, le indagini di allora ne individuarono nel 1991 solo uno, Osama Abdel al Zomar: mai estradato dalla Grecia, condannato in contumacia e infine rifugiatosi in Libia.
A riaprire le indagini è stata una collaborazione con la magistratura francese, da cui sarebbe emersa la responsabilità dello stesso commando terrorista, facente capo ad Abu Nidal, autore di un attentato a Parigi pochi mesi prima. Cinque persone potrebbero ora finire a processo. E’ sempre un bene stabilire la verità per fatti così gravi, anche dopo tanto tempo. La comunità ebraica romana si è detta soddisfatta, ma al contempo rammaricata per come furono condotte in passato le inchieste, con alcune evidenti lacune investigative. La mente di tutti torna al fantomatico “lodo Moro” che, a partire dai primi anni 70, avrebbe protetto (va da sé informalmente) l’Italia da azioni terroristiche di matrice palestinese. Un libro di Giacomo Pacini (Einaudi) in uscita proprio in questi giorni ne ripercorre vicenda o indizi: “L’Italia e il lodo Moro. Diplomazia segreta negli anni della Guerra fredda”. Va detto che, se anche il lodo sia esistito (Miguel Gotor su Repubblica invita a non usare quell’espressione), non riuscì a difendere nel 1982 la comunità ebraica, così come non impedì molto prima, nel 1973, ai terroristi palestinesi di Settembre nero di compiere a Fiumicino il secondo attentato con più vittime della nostra storia dopo Bologna (all’aeroporto i morti furono 32). Né ancora, nel 1985, un ulteriore attentato a Fiumicino, firmato come quello alla sinagoga da Abu Nidal, 13 morti. Forse il lodo Moro è un fatto reale della nostra storia, forse no; forse ha protetto il nostro paese anche nei decenni successivi. Non è l’argomento di queste righe. Interessa notare un altro aspetto, che a differenza del “lodo” è invece incontrovertibile.
Siamo nel paese delle indagini infinite, abbiamo visto cinque processi Moro, più svariate commissioni parlamentari. Il lavorio della memoria e politico su piazza Fontana o Bologna è incessante. Invece l’attentato alla sinagoga di Roma generò allora solo un’indagine lacunosa o sbrigativa, ed è stato espulso per decenni dalla nostra memoria (non da quella del presidente Mattarella, che di Stefano Gaj Taché si è ricordato più volte). La seconda strage terroristica più sanguinaria della storia italiana, quella di Fiumicino, è un’illustre sconosciuta nella nostra coscienza nazionale e giornalistica, esattamente come la sua replica del 1985. Forse perché le uniche stragi da sempre rivendicate sono quelle “fasciste” o mafiose (esiste anche una specifica letteratura paragiudiziaria che ne sostiene la matrice unica). Le stragi del terrorismo palestinese, in particolar modo se contro ebrei – l’attentato del 1985 prese di mira il check-in di El Al – sembrano non avere lo stesso valore.