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l'intervista
La Sicilia come laboratorio del disastro e l'indignazione che non arriva mai. Parla Franco Maresco
Il ciclone Harry che ha colpito il sud Italia non è diventato un caso nazionale. "Ci si stupisce e si è solidali quando c’è un popolo che reagisce. Non quando tutto resta com’è. Neppure i siciliani si indignano più", dice il regista palermitano
"Non vedo dove sia la novità". Franco Maresco risponde così quando gli si chiede perché il ciclone Harry, che tra il 19 e il 21 gennaio ha colpito Calabria, Sardegna e soprattutto la Sicilia orientale, non sia diventato un fatto nazionale. Nessuna diretta no-stop, nessuna mobilitazione di massa di artisti, nessuna colletta in sovrimpressione che scorre durante i film. "La Sicilia è sempre passata in secondo piano. Se guardiamo la storia post-unitaria, dal 1861 in poi, il sud non è mai stato davvero al centro dell’attenzione del paese".
Maresco, 68 anni, parla da Palermo, la città dove è nato e che da più di trent’anni è il suo materiale umano e narrativo. Con Daniele Ciprì ha costruito negli anni Novanta l’universo feroce di Cinico Tv, poi film come Totò che visse due volte — ultimo caso di censura cinematografica in Italia — e lavori ibridi come Belluscone e La mafia non è più quella di una volta. Un cinema che non racconta l’eccezione, ma la permanenza del disastro.
Maresco sparisce e ricompare, nei film come nella vita. Fermarlo non è semplice, soprattutto quando il pessimismo torna a farsi sentire. "Ho mezz’ora", avverte subito. "Poi devo scappare alle prove". A febbraio debutterà a teatro con I poeti non cadono in piedi, spettacolo dedicato a Franco Scaldati, prodotto dal Teatro Mercadante di Napoli.
Nei giorni successivi alla mareggiata l’indignazione si è concentrata soprattutto sui social. Il confronto con l’alluvione in Emilia-Romagna, la sensazione che quando il disastro accade al sud venga percepito come fisiologico, forse perché ne accade uno al giorno. Ma Maresco non segue questa lettura. "Mi stupisce il suo stupore. Non vedo la stranezza. Forse perché sono più vecchio, ma davvero non capisco perché ci si sorprenda".
I numeri del disastro sono altissimi. Due miliardi di euro di danni stimati in Sicilia, mezzo miliardo in Sardegna, trecento milioni in Calabria. Da Messina a Siracusa, fino a Niscemi, dove una frana lunga quattro chilometri continua a mangiare terreno e ha già prodotto centinaia di sfollati, la costa ha cambiato volto.
Domenica 25 gennaio il presidente del Senato Ignazio La Russa si è recato sui luoghi colpiti. Ha parlato di scarsa attenzione mediatica. Ma Maresco scuote la testa: "È una figura grottesca. Da regista l’avrei voluto in un film, per quella faccia perfetta da commedia all’italiana. Ma come riferimento politico è francamente imbarazzante".
Oggi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha sorvolato in elicottero le zone colpite ed è poi andata a Niscemi, nell’area interessata dalla frana. "Non credo alla favola della discriminazione. La Sicilia è sempre servita: elettoralmente, mediaticamente. È sempre stata un laboratorio. Spesso per sperimentare il peggio". Il problema, insiste, sta più a monte. "Siamo una terra abbandonata sul piano delle infrastrutture. I treni non funzionano, le strutture non esistono. A Palermo basta mezza giornata di pioggia per paralizzare tutto. Succede da sempre, con qualunque colore politico". È qui che Maresco rifiuta la retorica del vittimismo. "Ne deduciamo, quindi, che esiste un paese cattivo e cattivone contro i siciliani. E poi? Tutto si azzera. Ma cosa cambia?". L’indignazione, ripete, non può essere pretesa solo dagli altri. "Lei la cerca nel resto d’Italia, ma se non la trova prima nei siciliani, cosa vuole che succeda?".
La mezz’ora a disposizione è terminata, ma Maresco non si ferma, si accende e vuole continuare. "Lei pensa che io possa indignarmi perché il resto degli italiani non sono indignati, quando poi i siciliani si sono sempre scelti i governanti secondo criteri di connivenza e clientelismo?". E allora "mi dovrei stupire se c’è una mareggiata, se ce ne sono due? Ci si stupisce e si è solidali quando c’è un popolo che reagisce, quando c’è una regione che ha una forza, una vera indignazione che poi si trasforma nei fatti. Non quando tutto resta com’è".
Berlusconi, ricorda, "non ce lo ha imposto nessuno". "Lo abbiamo avuto grazie alla Sicilia. Il 61 a 0 non me lo sono inventato io. Per decenni l’isola è stata una delle sue roccaforti principali". E la responsabilità, per Maresco, non è astratta: "I siciliani hanno scelto. Continuando su quella strada, continuano a scegliere". Da qui il giudizio si allarga. "Quello che succede oggi — la devastazione sociale, l’imbarbarimento — di chi è responsabilità? Ho 68 anni e non ricordo una realtà sociale, politica e culturale così degradata. Nemmeno con i peggiori governi democristiani della Prima Repubblica. Allora almeno esisteva una cultura politica, una ragione di stato. Oggi no".
Quando si arriva alla sinistra, il distacco diventa malinconico. "Io ne ho conosciuta un’altra. Quella delle sezioni, delle periferie, dei braccianti". Ricorda Pio La Torre, incontrato da ragazzo alla federazione, poi progressivamente isolato dalla sua stessa parte politica mentre la sinistra si imborghesiva.
Le piace Elly Schlein? "Ma si figuri. Io sono cresciuto in un’altra Italia". La rottura, per lui, nasce quando la sinistra "ha cominciato a frequentare per vanità i salotti televisivi, quelli alla Maurizio Costanzo, rinnegando le proprie radici, la propria civiltà". Non si trattava di restare fermi alla falce e martello, puntualizza Maresco, ma di "non buttare via tutto. Non hanno capito che stavamo diventando sempre più sfruttati, più mercificati, non ha saputo opporre dei valori che venivano da una civiltà, che non era solo quella dei grandi teorici della sinistra, ma che era anche quella della destra liberale". E aggiunge "come dicevo un tempo, i comici di sinistra erano uguali a quelli della destra. Solo che allora quelli di sinistra tenevano Cent’anni di solitudine sul comodino. Gli altri, al massimo, Don Camillo".
Il discorso torna infine al cinema, che per Maresco resta il modo più onesto di leggere l’Italia. "L’Italia ha avuto uno specchio formidabile nella commedia all’italiana, Risi, Monicelli, Pietrangeli, Petri. Non a caso il film di Dino Risi si chiamava I mostri. Non Gli angeli. I mostri. Questo siamo stati". E Berlusconi "non è stato altro che il continuatore perfetto di quella tradizione. Dov’era la sorpresa?".
Gli chiedo se ricorda la celebre sequenza del carabiniere del film Sedotta e abbandonata di Pietro Germi che copre la Sicilia sulla carta geografica. "Oggi quell’immagine non ha più senso. L’Italia si è sicilianizzata. Nei modelli di potere, nei compromessi, nelle ambiguità. Altro che nasconderla: la Sicilia è diventata imprescindibile". Il ciclone, i miliardi di danni, la mareggiata per Maresco "non è questo il punto. L’indignazione non manca oggi, manca da molto più tempo e non solo in Italia. Nel mondo".