in sicilia

Il disastro di Niscemi mette a nudo anni di urbanizzazione senza regole e prevenzione assente

Agostino Miozzo

Frane, coste cementificate e condoni scaricano sullo stato i costi dei disastri. Oggi il territorio presenta il conto. E l’obbligo di coperture per le imprese apre la strada a una gestione condivisa del rischio tra pubblico, banche e assicurazioni. Servono analisi dei pericoli, educazione ambientale e responsabilità diffuse

Il ciclone Harry ha reso evidente quanto geologi, esperti di protezione civile, ambientalisti da anni denunciano: il paese è particolarmente fragile, la conformazione del territorio non aiuta l’uomo a superare eventi estremi anche perché è sempre l’uomo ad aver modificato a sua misura quel territorio aggravando una  antica fragilità ambientale. Colpisce leggere del disastro a Niscemi in Sicilia, dove una frana che ha un fronte di instabilità di 4 chilometri sta minacciando centinaia di abitazioni che sono ora sull’orlo del precipizio. Case sospese su un baratro che dovranno essere abbattute, e altre case a poche decine di metri dal precipizio che saranno presumibilmente considerate ad alto rischio e quindi inagibili. 

   
I geologi ci spiegano che quel territorio è costituito da “terreni giovani che hanno solo qualche milione di anni, che in geologia sono pochi”. L’uomo ha avuto bisogno solo di qualche decennio per arrivare al disastro che oggi pesa come un macigno sull’intero paese: l’urbanizzazione dell’area ad alto rischio vulcanico del Vesuvio e dei campi Flegrei, il litorale ligure con le tombature dei torrenti, la cementificazione di quasi il venti per cento del territorio dell’Emilia-Romagna, le coste laziali e di altre regioni che vedono splendidi ristoranti e abitazioni a due metri dal bagnasciuga. E l’elenco dei disastri è infinito. Un’ eredità con la quale il paese deve fare i conti portando oggi sulle spalle anche il fardello di devastanti condoni che hanno avuto il “pregio” di rimettere alla responsabilità dello stato gli eventuali danni provocati dai sempre più frequenti disastri naturali. Questa responsabilità è costata negli ultimi decenni centinaia di miliardi di euro, basti pensare ai vari terremoti che dal 2000 hanno interessato il paese, alle gravi alluvioni, alle devastanti stagioni degli incendi boschivi. Quei danni nel passato erano tutti a carico delle casse statali che oggi languono e non sono più disponibili a coprire i danni miliardari legati ai sempre più frequenti disastri che interessano il nostro paese.

 

Dal punto di vista economico uno spiraglio di luce ci deriva dall’introduzione per legge dell’obbligo di coperture assicurative per le grandi aziende e per le Pmi, un obbligo avviato e in fase di implementazione, in attesa di vedere estendere anche ai privati questa opzione che sgraverebbe allo stato oneri ormai insostenibili in termini di ristoro dei danni post disastro. La copertura assicurativa obbligatoria degli immobili è stata nel nostro paese un passaggio sofferto, per il fatto che è sempre stata considerata una nuova forma di tassazione, pertanto assai indigesta e poco spendibile nel sempre più miope linguaggio della politica italiana. Fortunatamente il processo è stato avviato e qualche spiraglio di luce si inizia a intravedere, ma la strada è ancora lunga e accidentata e solo uno sforzo collettivo di vera partnership tra pubblico e privato potrà accelerare il processo rendendo virtuoso un percorso che da anni molti stanno sollecitando. Gli investimenti in prevenzione, l’educazione ambientale, la consapevolezza dei rischi del territorio e le possibili coperture assicurative devono diventare politiche condivise, conosciute, metabolizzate dagli imprenditori come dai cittadini. La copertura assicurativa non deve però essere un altrettanto miope percorso o scorciatoia di carattere esclusivamente contabile.

 

Dobbiamo essere capaci di coinvolgere il mondo delle assicurazioni e della rete bancaria (che eroga mutui e prestiti per la creazione di imprese piuttosto che per la realizzazione di immobili a destinazione abitativa) in un processo di presa di coscienza dell’analisi del rischio del territorio e di conseguenti azioni dedicate alla riduzione della vulnerabilità del tuo bene che però è un bene che vive in un contesto. Non è sufficiente dichiarare che hai realizzato le paratie di protezione per eventuali allagamenti, azione che già con le attuali norme ti consente una riduzione del premio assicurativo, è indispensabile che tu sia consapevole del rischio idrogeologico dell’area circostante il tuo bene e che tu divenga, in collaborazione con le autorità politiche che gestiscono l’area, promotore di una visione globale dei rischi e delle necessarie azioni di prevenzione.

 

Tutto ciò rappresenta un processo culturale non sanabile con un provvedimento normativo; non sarà un Dpcm, una nuova legge, un decreto del presidente a migliorare la situazione, ma solo una vera presa di coscienza del valore incommensurabile della cultura della prevenzione che nasce nella scuola e si sviluppa in una stretta connessione tra interessi pubblici e privati. La Protezione civile ha fatto negli anni progressi giganteschi riuscendo ad essere oggi un vero punto di riferimento per gli interventi di emergenza, ma ancora fatica a sviluppare quella cultura della prevenzione che potrà effettivamente trovare spazio solo modificando le proprie politiche comunicative, coinvolgendo l’universo del privato e di quanti hanno interesse a che il territorio sia compatibile con la vita dell’uomo.
 

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