
Un caso da Poirot. Storia di Alberica Filo della Torre
Una macchia di sangue evidente e un movente banale. Ma a risolvere il delitto ci son voluti vent’anni. Il caso della contessa uccisa nella sua villa all’Olgiata. E di investigatori ignari del rasoio di Occam
Bella, elegante, ricca, aristocratica, un po’ monella e un po’ altezzosa, star dei salotti, regina di glamour. Basta un ritratto così per fare della vittima di un delitto uno stereotipo fin troppo letterario. Se poi la vittima aveva 42 anni, si chiamava Alberica (Alberiga con la “g” secondo l’Albo della Nobiltà) Filo della Torre di Santa Susanna, discendente di una delle più antiche e blasonate famiglie del regno di Napoli con ascendenze fino al XII secolo, e se ad ammazzarla è stato il maggiordomo, allora siamo in piena Agatha Christie. Manca solo un investigatore coi baffi impomatati e l’accento francese che annunci, lapidario: “Il colpevole è in questa stanza”.
L’omicidio della contessa Alberica Filo della Torre, il gran giallo estivo del 10 luglio 1991, l’anno successivo al delitto di via Poma, è la classica dimostrazione che i cold case si possono risolvere anche a distanza di quattro lustri. Ma attenzione, attenzione, prima di scatenare l’esultanza di chi vorrebbe riaprire anche il caso di Caino e Abele occorre fermarsi un attimo: vero, le tecniche investigative fanno passi da gigante, incontestabile il fatto che un reperto, oggi, può essere analizzato in laboratorio molto più efficacemente di come si faceva anche solo dieci anni fa ma stiamo parlando, in questo caso, di una macchia di sangue grossa più o meno come una moneta da 2 euro sfuggita, chissà come, all’attenzione degli investigatori, non di una traccia infinitesimale già manipolata, catalogata, analizzata e distrutta di cui esiste solo una fotografia. In questi casi, con buona pace del revisionismo giudiziario ormai dilagante e di chi mitizza le scienze forensi, c’è poco o niente da fare. Solo illusioni.
Ma torniamo a quel luglio infuocato di 34 anni fa, in una Roma ancora svuotata dalle vacanze estive e sfiancata da un caldo tropicale. Caso “chiuso” alla Poirot, si diceva, con una lista di sospettati ristretta a poche persone e una location indoor. Ambientazione a cinque stelle: la bella villa con piscina dove, il 10 luglio del 1991, Alberica e il marito Pietro Mattei, amministratore delegato della Vianini, il classico manager massiccio e ruvido da sedici ore di scrivania al giorno, stavano allestendo i preparativi della festa organizzata per celebrare, con un certo ritardo, i dieci anni di matrimonio.
L’assassino, diciamolo subito per i pochi che non lo ricordano, stavolta ha un nome, un volto e una confessione: Winston Reyes Manuel, dipendente filippino col vizietto della bottiglia, licenziato dalla contessa pochi giorni prima. Un movente più banale è difficile perfino da inventare: l’ex cameriere entra nella villa di nascosto, visto che ne era stato bandito, e si intrufola nella camera da letto della signora. “Volevo parlarle, convincerla a riassumermi”, racconterà in lacrime dopo l’arresto. “Ma non l’ho trovata e allora ne ho approfittato per rubare le prime cose che mi sono capitate sottomano”. La contessa ritorna nella stanza all’improvviso, scopre l’ex domestico che s’è già infilato in tasca un collier d’oro e un anello con topazio, fa per urlare ma l’uomo le salta addosso, la colpisce alla testa con uno zoccolo di legno, le stringe la gola e la finisce con una tecnica di Kali, l’arte marziale del suo paese specializzata nel colpire i punti vitali.
Semplice, il classico delitto d’impeto non premeditato con il colpevole a portata di mano e una serie di prove inequivocabili. Eppure, per arrivare alla verità, ci sono voluti vent’anni di indizi trascurati, reperti dimenticati, intercettazioni mai ascoltate, elementi sottovalutati. Gli investigatori, nel frattempo, hanno volato alto con l’immaginazione: prima un vicino di casa un po’ squinternato torchiato fino al punto di doverlo ricoverare in una clinica psichiatrica, poi una storia di servizi segreti visto che Alberica era amica di Michele Finocchi, uno spione coinvolto nella faccenda dei fondi neri del Sisde, successivamente una traccia di misteriosi conti in Svizzera e perfino una trasferta in Australia per interrogare, per la quindicesima o sedicesima volta, una baby sitter che aveva già raccontato per ore e ore quel poco che sapeva.
“Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem”. Il rasoio di Occam è la teoria che sta alla base del pensiero scientifico moderno: dato un fenomeno e diverse spiegazioni plausibili la più semplice di solito è quella giusta… Sicuramente i primi investigatori dell’Olgiata non la conoscevano. I pochi che, fin dall’inizio, parlavano di un omicidio semplice in un contesto complicato non sono mai stati ascoltati. “Fu un casino pazzesco”, ricorda un vecchio carabiniere in pensione. “Indagavano tutti, la territoriale, il Nucleo investigativo, la polizia che cercava una sua pista, perfino l’allora colonnello Roberto Conforti, mitica figura di investigatore, che era stato trasferito di recente al Nucleo tutela patrimonio culturale e che fu richiamato per dare una mano, col risultato che “più che aiutarci reciprocamente non facevamo che intralciarci a vicenda”.
Ma torniamo nella villa per raccontare quella mattina sventurata di 34 anni fa. Alle 8 siamo già in piena attività tra operai che vanno e vengono e domestici indaffarati. Alberica scende in cucina, in vestaglia, per tentare di riparare il tostapane che fa le bizze. Armeggia inutilmente col filo e la presa elettrica, rinuncia, torna in camera sua e nessuno la vedrà più viva. Una mezz’oretta dopo la figlia minore, Domitilla, bussa alla porta della sua camera da letto: niente. Dopo un po’ la bambina si allarma e avvisa le tate. Qualcuno trova una chiave e la porta si apre su una scena del crimine che molti, troppi, hanno visto nel dettaglio, dato che le foto della scientifica furono vendute, da una talpa dei carabinieri mai identificata, a un settimanale di cronaca. Un piccolo e irrisolto giallo nel giallo.
Zoommata sulla scena del crimine. Il corpo della contessa è a terra, col viso coperto dal lenzuolo che l’assassino le ha gettato addosso come se non volesse vederla. C’è parecchio sangue, lo zoccolo a poca distanza dal corpo, segni di colluttazione ovunque e un particolare che scatenerà le illazioni di molti detective da salotto tivù: Alberica ha ancora al polso il suo prezioso Rolex da donna. Deduzione fin troppo semplice: ma quale rapina? Si è trattato di un depistaggio, altrimenti l’assassino avrebbe preso anche quello. Come se il primo riflesso di un uomo che ha appena assassinato una donna a mani nude, in una casa piena di gente, non fosse quello di scappare. Ma gli investigatori da salotto televisivo hanno sempre la soluzione in tasca e non accettano di essere contraddetti. Soprattutto dalla logica più evidente.
Il marito Pietro Mattei, quella mattina, è già uscito di casa, come testimonieranno i pass dei cancelli dell’Olgiata, che è un condominio signorile chiuso e sorvegliato da guardie armate. Alibi di ferro e, infatti, non verrà mai neanche sospettato ufficialmente anche se questo non gli risparmierà uno tsunami di insinuazioni, una cascata di fango, un crescendo di voci al veleno e pettegolezzi malevoli di cui si libererà solo quando l’omicida verrà arrestato. E neanche del tutto dato che qualche bello spirito ha seguitato a credere, imperterrito, che fosse lui il mandante. E il movente? Boh. La coppia, a quanto si sa, aveva i suoi screzi come tutte ma il matrimonio funzionava. La regola è quella attribuita, di volta in volta, a Plutarco, Bacone, Rousseau o Voltaire: calunniate, calunniate, qualcosa resterà. Funziona sempre, giallo di Garlasco docet. Così come sostenere che la prima inchiesta fu un pastrocchio. Tutte le prime inchieste, a quanto pare sono un pastrocchio, da Simonetta Cesaroni alla strage di Erba. Vero? Falso? Dipende dalle circostanze.
Nel 1991 il congelamento della scena del crimine è già nella prassi operativa di polizia e carabinieri, ma non stavolta. Nella camera entra chiunque: domestici, vigilantes, vicini e perfino quel Michele Finocchi, amico di famiglia, che Pietro Mattei aveva chiamato, disperato, dopo la telefonata in cui qualcuno gli aveva detto che la moglie aveva avuto un incidente. All’arrivo del colonnello Tommaso Vitagliano, comandante del Nucleo Investigativo, il pasticcio è già stato fatto ma molte prove non sono state inquinate. Entrano in scena, finalmente, le tute bianche dei Ris. I cronisti, in compenso, restano fuori visto che all’Olgiata non si entra o, meglio, si entra solo grazie alla compiacenza di due colleghi che ci vivono: Mario Sarzanini, gigante della cronaca giudiziaria e sua figlia Fiorenza, attuale vicedirettrice del Corriere della Sera. Ed è la prima volta che i giornalisti vengono tenuti a distanza dalla scena di un crimine. Oggi è prassi comune.
Seguono giorni infernali. La città è un forno, si sfiorano i 40 gradi, il pm Cesare Martellino si barrica nel suo ufficio per giornate intere, nutrendosi di cracker e acqua minerale, coi cronisti di nera e i giudiziari, quasi tutti ingrugnati perché richiamati dalle ferie, a sudare in anticamera dove non c’è l’aria condizionata, i media che, in assenza di notizie, le sparano grosse, i parenti della vittima che parlano a proposito e (più spesso) a sproposito, l’avvocato Paola Pampana, ex assessore liberale ai giardini, tormentata dalla stampa nella doppia veste di primo legale di parte civile e amica dell’uccisa.
Il primo a finire nel tritacarne è Roberto Iacono, 19 anni, vicino di casa un po’ problematico, che aveva ricevuto da Alberica le chiavi del cancello della villa e l’autorizzazione a fare il bagno in piscina. Qualche piccola storia di droga e una fama di ragazzo collerico e imprevedibile ne fanno un sospettato ideale. Dopo una quarantina di ore di terzo grado (ufficialmente come persona informata dei fatti), va letteralmente fuori di testa e se ne esce con un disperato “E va bene, se insistete l’ho ammazzata io” prima di finire in clinica psichiatrica. Sarà ufficialmente scagionato solo molti mesi dopo. Anche Winston Manuel, il domestico filippino fresco di licenziamento, sarà interrogato a lungo. Tra l’altro ha una macchia di sangue sui pantaloni che viene immediatamente analizzata dagli inquirenti. Quando si scopre che è suo, la pista, si chiude lì. Per vent’anni.
Passano mesi, anni, titoli di giornali e di tg, scoop basati sul nulla, svolte promesse e mai arrivate, misteri e veleni. Qualche anno dopo la ex compagna di Pietro Mattei, per vendicarsi di essere stata lasciata, tira fuori un vestito che l’uomo le aveva chiesto di portare in lavanderia e lo consegna nientemeno che ad Antonio Di Pietro, il pm di “Mani pulite”. Bufala clamorosa. Si indaga su un facoltoso cittadino cinese che aveva abitato in una villa vicina prima di tornare nel suo paese, si fruga nella contabilità della ditta dove lavora il marito. Tutta fuffa.
Nel 2007, Pietro Mattei torna alla carica, con un nuovo avvocato giovane e tosto, Giuseppe Marazzita (figlio di tanto padre, Nino, ex parte civile del caso Pasolini, un vero gigante della toga e volto noto al pubblico di “Forum”, scomparso il 7 maggio scorso). La famiglia presenta un esposto in procura per chiedere che i reperti, compreso il famoso Rolex della donna, siano esaminati con i nuovi metodi scientifici, bel più efficaci e attendibili di quelli del 1991. Una battaglia ardua: tre richieste di archiviazione di palazzo di giustizia, tre opposizioni di parte civile, fino alla comparsa del deus ex machina: Maria Francesca Loy, 49 anni, minuta, determinata come un pitbull, che viene incaricata della nuova inchiesta. La pm convoca tutti gli investigatori in ufficio e detta la strategia: “La contessa è stata assassinata ieri. Ricominciamo da capo”.
E così, a poco a poco, salta fuori quello che nessuno si sarebbe mai immaginato. Il filippino è stato intercettato a lungo: i suoi colloqui telefonici hanno riempito ben quindici “pizze” di registrazioni, peccato che ne siano state tradotte soltanto cinque e le altre siano state lasciate a marcire per anni nel deposito dei reperti. Peccato, già, perché in una di quelle mai ascoltate c’era la soluzione del caso: Winston che parla con un connazionale e gli dice, candidamente, che ha dei gioielli di gran valore da vendere. Ma non basta: sul lenzuolo che avvolgeva il viso della vittima ci sono parecchie macchioline di sangue scuro e una più grande, della misura di una moneta da due euro, molto più chiara che balza subito agli occhi.
“E questa l’avete analizzata?”, domanda il magistrato ai tecnici del Ris. Sguardi imbarazzati, scrollate di spalle, qualche scusa a mezza bocca. “Accidenti, fatelo subito, non vedete che è diversa da tutte le altre?”, sbotta la pm. Poche ore dopo, dal test del Dna esce il nome del colpevole. Winston Manuel è ancora a Roma, lavora, ha avuto una figlia e l’ha chiamata Alberica come la sua vittima. Al primo interrogatorio crolla e confessa. Caso chiuso.
Chiuso? Sì, ma per un soffio. Dopo la confessione, inattaccabile, spontanea e circostanziata, con tutte le garanzie di legge, due avvocati specializzati in ospitate televisive e che non avevano niente a che vedere col caso si precipitano dalla moglie del filippino e cercano di convincerla a farlo ritrattare. “Se adesso nega andiamo a processo e lo facciamo assolvere”, millantano con l’unico obiettivo di racimolare un po’ di pubblicità. Ci ricorda qualcosa? I due avvocati furbastri, per la cronaca, sono ancora in circolazione dovunque ci sia una telecamera disposta a riprenderli.
La donna, per fortuna, non accetta e la difesa sceglie la strada più logica, quella della riduzione del danno. A Manuel Winston, assassino della contessa Alberica, andrà fin troppo bene: sedici anni, condanna definitiva che ha scontato da detenuto modello prima di tornare in libertà.
Una sentenza mite, che alimenta l’amarezza di Pietro Mattei, deciso a togliersi parecchi sassolini dalle scarpe. Querela qualche giornalista, s’accapiglia con Bruno Vespa, rilascia poche interviste ma tutte al fulmicotone, presenta esposti, denunce e cause civili contro due periti del tribunale (che verranno assolti in appello dopo una condanna a un risarcimento inflitta in primo grado) e perfino contro i magistrati, rei di negligenza. Un ictus lo uccide il 26 gennaio del 2020. Lascia l’ennesima querelle giudiziaria con uno dei pm che l’aveva querelato, una fondazione intitolata ad Alberica per il sostegno delle vittime di errori giudiziari e qualche voce velenosa che, forse, non tacerà mai. Le calunnie, spesso, ci sopravvivono.