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cara Repubblikas, avevamo ragione noi

La mistificazione dell'editore puro e del contropotere, il cardine delle nostre differenze

Giuliano Ferrara

La vendita di Repubblica a un armatore greco chiude un’epoca: non solo la fine di un giornale, ma la conferma amara di aver avuto ragione sul mito dell’editore puro e sul tramonto del contropotere

Kalispera Repubblikas è la brillante conclusione di un articolo (ieri, qui) di Carmelo Caruso, feroce scrittore della casa, in merito alla vendita a un bravo armatore greco del famoso quotidiano di Scalfari e Caracciolo. Ho avuto un tuffo al cuore, sempre che ne abbia uno. I giovani non possono capirlo, perché il concetto dell’invecchiare insieme è loro estraneo, ma a me tocca di spiegargli il perché. Sono invecchiato con Repubblica, il quotidiano nato dall’Espresso nel 1976, e ancora adesso che sta per essere grecizzato, essendo una delle prime testate che consulto al mattino, sempre con un po’ di esasperante delusione ma sempre, tutti i giorni, mi auguro che le succeda, a parti invertite, come alla Grecia soggiogata da Roma: Repubblikas capta ferum victorem cepit (per la traduzione c’è l’AI). Purtroppo non sarà facile. Più probabile un triste kalispera, un buonasera nell’ora del tramonto. E non dico che me ne strugga, anche se ci sono disgrazie meno avvilenti e in circostanze meno pretenziose, ma mi dispiace. Non per i comitati di redazione, che sono la peste del giornalese. Non per le Grandi firme, che sono la festa del narcisismo. Non per i lettori, quorum ego, che sono il punto medio di un’identità perbenista detestabile. Non per gli editori, che si liberano di un debito e così celebrano il triste addio di un Cinquantenario, con un atto notarile legittimo e una certa sbadataggine o indifferenza per un giornale che ha fatto epoca nell’epoca finita dei giornali. Mi dispiace per avere avuto ragione, non si deve mai esagerare.
           

Vent’anni dopo, spazio temporale avventuroso e dumasiano, nascemmo noi, trent’anni fa. Ci definimmo per negazione. Grandeur/Minceur. Una certa idea dell’Italia/Longanesismo strapaesano. Titoli brevi e tribunizi/Titoli lunghi con l’ambizione dell’ambiguità. Milioni di lettori/Sale qb, quanto basta. Questione morale/Berlusconi e Craxi. De Mita e Agnes/Fininvest. Cultura come lievito del Sé/Ideuzze. Moralismo bacchettone e ottima idea di sé/Moralismo seicentesco e antropologia pessimista. Formato grafico berlinese/Layout copiato dal Wall Street Journal di trent’anni fa. Oggettività dell’informazione e sacerdozio della notizia/Partigianeria sorvegliata e temperata dall’ironia. Si può continuare, buttarla in politica, magari, a voler strafare, in visione del mondo e in concezione del buon giornale. Ma sarebbe energia sprecata. Il cardine intorno a cui ruota la vera differenza tra questo minuscolo antipodo e il corpulento continente ora assorbito dalla tenera penisola greca è la mistificazione dell’editore puro e del contropotere. The other place pensa o ama credere di pensare che esista la purezza di un editore e che la funzione del giornale sia l’opposizione al potere costituito del momento attraverso la diffusione di notizie caste, qui si è sempre pensato che in una civilizzazione appena liberale esistono solo editori intesi come capitali di rischio e come potere tra i poteri, interessi e passioni in competizione in nome della curiosità di scrivere e di vivere il proprio tempo, anche con un contributo dello stato, se necessario. Il passaggio dalla vendita a De Benedetti in cambio della dote per le figlie di Scalfari e poi, attraverso le vicende dinastiche e proprietarie complicate del dopo, alla (s)vendita a un imprenditore interessato alla radiofonia e a una certa idea della Grecia consegna queste storielle parallele, per quanto ci riguarda, a un destino che ripugna ai gentiluomini: avere avuto ragione.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.