International Women's Day a Kabul lo scorso marzo. Foto LaPresse 

“Le donne di Kabul rischiano la vita. Apriamo corridoi umanitari”

Maria Carla Sicilia

In Afghanistan dal 2003, la Fondazione Pangea ha aiutato migliaia di ragazze a studiare e avviare attività d'impresa. Ora teme per la vita delle sue collaboratrici, che raccontano le perquisizioni dei talebani nelle loro case. Il rischio di cancellare vent'anni di diritti conquistati 

Non ci sarà nessuna discriminazione delle donne, dicono i talebani che hanno preso il controllo di Kabul domenica. Lo dicono ai giornalisti durante la loro prima conferenza stampa, spiegando che sarà garantita l'istruzione alle ragazze fino all'università e che il burqa non sarà obbligatorio. Ma nessuna promessa può annullare il ricordo di com'era vivere in Afghanistan prima del 2001: “Credere alle loro parole è impossibile e le donne di Kabul hanno paura, temono per i loro diritti, per la loro vita, e per le loro famiglie”, dice al Foglio Silvia Redigolo, che cura la comunicazione della Fondazione Pangea, in Afghanistan da 18 anni al fianco delle donne che dopo la caduta del regime talebano hanno scelto di ricostruire la propria vita, a partire dall'educazione e dal lavoro. “Le donne di Pangea a Kabul sono doppiamente in pericolo, perché sono donne che hanno lavorato per i propri diritti e per quelli delle altre. Questo le mette in una posizione molto scomoda agli occhi dei talebani”.

 

Dal 2003 la Fondazione ha elargito microcrediti per avviare oltre 5 mila attività imprenditoriali: c'è chi ha messo su una sartoria, chi ha iniziato a vendere dolci, a riparare scarpe oppure a ricamare. “Tutti questi progetti non sono stati solo un modo per lavorare e rendersi autonome, ma dei percorsi di empowerment attraverso l'alfabetizzazione, l'educazione ai diritti umani, all'igiene e alla salute riproduttiva”. All'arrivo di Pangea, Kabul si lasciava alle spalle da due anni un regime che aveva annientato l'identità delle donne, coperte dai burqa, senza accesso all'istruzione, lapidate arbitrariamente dai propri padri e mariti. “Quando siamo arrivati in città ci dicevano 'io non esisto, non ho niente da perdere e preferisco rischiare tutto ricominciando una nuova vita'. In questi anni abbiamo visto Kabul sbocciare, donne togliersi il burqa, mandare a scuola i propri figli e figlie, mantenere da sole la famiglia, avviare un'impresa”. Una primavera durata vent'anni che oggi è minacciata dal ritorno del regime.

 

Da domenica le venti donne che lavorano al centro afghano di Pangea restano nascoste e raccontano di aver ricevuto perquisizioni nelle loro case. “Non sappiamo cosa succederà ma abbiamo paura che la loro vita sia in pericolo, loro sono terrorizzate e noi molto preoccupati, ci sentiamo continuamente perché dopo tutti questi anni siamo molto più che colleghi”, dice Redigolo, che è stata a Kabul l'ultima volta alla fine del 2019, prima che scoppiasse la pandemia. Anche la sede della Fondazione è stata perquisita, ma per non lasciare informazioni sensibili in mano ai talebani l'archivio di questi anni di lavoro è stato bruciato. Si temeva per le donne che hanno beneficiato degli aiuti, che potessero essere rintracciate e subire ripercussioni. Per le sue collaboratrici Pangea ha chiesto l'evacuazione in Italia insieme alle famiglie, c'è una lista di persone che viene aggiornata di continuo in queste ore e che è stata recapitata a tutte le istituzioni. “Stiamo cercando di aprire un corridoio umanitario perché il nostro progetto in questo momento le mette in pericolo. Alcune delle ragazze ci dicono di voler restare, ma pensiamo che debbano avere la possibilità di mettersi in salvo”, di scappare dal pericolo di una sharia rigidamente interpretata che può cancellare vent'anni di libertà conquistate.

 

“In questi anni a Kabul abbiamo incontrato anche molti uomini”, padri, fratelli e mariti che “hanno saputo apprezzare il nostro lavoro perché hanno visto un reale beneficio per la vita delle loro famiglie”, dice Redigolo. Ora il ritorno dell'islamismo fondamentalista cambierà le coordinate del progetto di Pangea, basato sulla ricerca dell'identità delle donne e sulla loro emancipazione: “Troveremo nuove forme di lavoro, sicuramente il microcredito in questo contesto non potrà sopravvivere. Ma non vogliamo lasciare il paese e non lo faremo. La priorità è la sicurezza delle nostre colleghe, poi ragioneremo su come continuare il nostro lavoro in Afghanistan". 

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  • Maria Carla Sicilia
  • Nata a Cosenza nel 1988, vive a Roma da più di dieci anni. Ogni anno pensa che andrà via dalla città delle buche e del Colosseo, ma finora ha sempre trovato buoni motivi per restare. Uno di questi è il Foglio, dove ha iniziato a lavorare nel 2017. Praticante da luglio 2020.