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Il Solstizio d’estate è una buona occasione per penetrare il mistero del Puer divino vergiliano

21 Giugno 2016 alle 06:18

Il Solstizio d’estate è una buona occasione per penetrare il mistero del Puer divino vergiliano

Questo sdilinquirsi pseudo femminista per le ragazze-sindache a cinque stelle appare poco serio, sopra tutto sulle labbra di maschietti flebili in cerca di nuove regine (concorrenti di Mutter Merkel?). Il che nella migliore delle ipotesi fa pensare alla vergine Camilla, la regina delle amazzoni che invano guidò l’assalto dei Volsci contro Enea e i suoi militi. Figura anomala, a suo modo bella e tragica perfino, alla quale nessuna donna di potere oggi sembra neppure avvicinarsi. Camilla rappresenta una dismisura: la sua condizione virginale e guerriera, consacrata alla lucente dea Diana, dovrebbe circoscriversi all’età prepuberale, per poi fiorire nella stagione aurorata della Mater (Matuta) avvinta alla luce del cielo azzurro (Dyaus Pitr, il Padre Celeste) che l’accoglie nel suo manto e le dona la facoltà di preannunciare la scintilla aurea del Sole rinascente. Diversamente, l’amazzone rimane ai confini del cosmo (steppe asiatiche), insuperbisce nella sua corazza e usa l’omuncolo come un fuco per generare altre amazzoni o altri omuncoli. I Volsci, forse perché dimentichi del loro antico seme italico, forse perché discendenti da un ceppo di migranti illiro-pelasgici imparentati con gli Sciti (Servio, Aen. XI 842), nella narrazione di Virgilio si mostrano come soldati sottoposti a questo solitario, triste archetipo lunare della regina bellatrix. Una conferma materiale di questa circostanza starebbe nella decorazione del tempio di Mater Matuta a Satricum, antichissima metropoli volsca, i cui resti romanizzati sono ancora oggi visibili nella magnificenza di un luogo ameno, un pianoro silenzioso circondato di alberi e cespugli fausti, sempre punteggiato di bei fiori nella raggiante primavera. Nato intorno a una capanna dei primordi, il santuario ha subìto vari rifacimenti, finché i sopraggiunti magistrati dell’Urbe – sconfitti i ribelli – hanno restaurato l’edificio commissionando alcune sculture nelle quali è possibile riconoscere l’Amazzonomachia di Eracle e Minerva, ovvero la vittoria dell’eroismo gioviale protetto dalla preveggente saggezza occhiazzurrata. Non un caso insomma. A maggior ragione se consideriamo che anche Roma dovette bonificare certe pulsioni presenti nel sostrato pre aryo, e che in parte sono richiamate nella vicenda di Gneo Marcio Coriolano: il nobilissimo duce romano, ingiustamente costretto dai tribuni della plebe all’esilio in Anzio (il porto di Satricum!), passerà nelle file dei Volsci e insidierà le porte dell’Urbe fintantoché, sordo alle richieste riconciliatorie della Res Publica trasmesse dai legati del Senato (i Patres), sua madre Veturia e sua moglie Volumnia (origini etrusche?) insieme con altre matrone non lo convinceranno a deporre le armi commuovendolo alla pietas erga matrem. Una pietas ammezzata, o amazzonica, nell’animo di un patrizio senza pater (orfano sin da piccolo) e che sarebbe stato ucciso per vendetta dagli stessi Volsci poco prima che Roma debellasse il loro nomen, restaurando la capanna dei primordi nel cuore dell’Aurora latina.

 

L’azione rettificatrice dell’Urbe, riconnettendo la polarità feminea al principio maschile, ha sottomesso il residuo amazzonico all’archetipo misurato della mater familias capace di generare un puer senza ostacolarne la vivente favilla, destinata a spegnersi se la mater/materia (in sanscrito coincidono nella voce matram) lo rapisce al tentativo di indiarsi. Come accade alla madre di Trittolemo, che nel racconto dei misteri di Eleusi teme per suo figlio la brace ardente con la quale la dea Demetra vuole renderlo immortale.

 

Fuori dai recinti dei grammatici profani si tramanda infatti che Puer deriva da pyr/fuoco, con l’inserzione della “e”, attenuamento, cioè fuoco che cova sotto… nel tizzo, ancor infermo; cioè al momento non in grado di sostenere… perché terra tenue e quindi tenue fuoco. E in questo, ancor, sta la purezza.

 

Rieccoci allora nella capanna avita, al centro di essa il focolare, l’ancestrale matrice, accanto una casta Signora… una mano virile si tende, scaturisce un fuoco; la capanna s’illumina tutta, la coppia sorride… s’ode un vagito! Vesta, la Madre virginale; Giano, il Progenitore divino, il Fuoco/Spiro; il fanciullo, il tizzo che vuole ardere, il Puer divino. Un Omphalos. … Est Tellus Vestaque numen idem, recita Ovidio, perché come Tellus è madre, in quanto matrice di tutti i semi che dal suo grembo germogliano, così Vesta è la madre del Fuoco/Spiro, quindi di tutti coloro, i tizzi/semi, che matureranno in sé il Vir. Soprattutto è la Vergine Madre del Fuoco generatore, rigeneratore e purificatore, eppur figlia d’esso Fuoco.

 

“Vergine madre, figlia del tuo figlio, / umile e alta più che creatura, / termine fisso d’eterno consiglio…” dice di lei Dante, con versi velati. E da questa capanna primordiale, al focolare nel Tempio di Vesta a Roma; da questo santo Penetrale il Fuoco si irradia sull’Urbe e sulla casta intimità delle Domus romane. Fuoco sacro, tramandato dai tempi del Divino Progenitore.
Ed ecco allora snebbiarsi il significato essenziale celato nelle Bucoliche, nella IV ecloga del Vate Virgilio, cantore della divina rinascita illuminato dal Fuoco della luce iperborea, dal Genio Patrio. Ecco il divino auspicio, il ritorno d’un ordine che rinnova i secoli; il riapparire in casta immagine della coppia primordiale, alto caelo, da cui discenderà la nuova progenie. E il canto termina con domestica semplicità presso la cuna aurorale, con l’invito al puer divino a riconoscere i Parentes dal sorriso; il sorriso, il viso radiante nell’immagine solare del Vir, nell’immagine aurorale della Mater romana, la Matuta: Novus ab integro saeculorum nascitur ordo / Iam redit et Virgo, redeunt Saturnia regna, / iam nova progenies caelo demittitur alto…
Tu al fanciullo nascente, che porrà fine / all’età ferrea onde aurea età sorga, / favorevole sii, casta Lucina: ora il tuo Apollo regna… Inizia, pargoletto, a conoscere la madre dal sorriso / (ebbe la madre per lunghi mesi le nausee), / inizia piccino! Al nato cui i genitori non sorrisero, / né della mensa un dio, né lo degnerà del suo letto una dea.

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