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Contro Mastro Ciliegia
Giù le mani dall'eredità. L'ingiustizia non è ereditare, ma che non si produce più ricchezza
Se per aprire una società fai prima all’estero, se le leggi sono ostacoli, se le banche non danno il mutuo, se il fallimento è ancora stigma sociale quando non penale, allora sì che l’eredità – o la sua attesa – diventa l’unica ricchezza
Diceva mia mamma buon’anima che era contenta di non lasciare ricchezze ai suoi molteplici figli, “così non litigate per l’eredità”. Impossibile convincerla che saremmo andati d’accordo anche patrimonializzati, ma è soltanto per dire che di fronte al grande atto d’accusa contro il nuovo stigma sociale – l’eredità – non ho interessi da difendere. Ma la faccenda è interessante. Ogni volta che muore un Valentino o una Vanoni si scrive sempre che è l’ultimo imperatore o l’ultima regina. Un minuto dopo parte la caccia a chi vada la congrua eredità, fonte unica di futuro reddito da miracolati. Non è esattamente e sempre così, se persino “L’eredità”, inteso il programma tv, è un game show in cui il malloppo “da ereditare” si deve conquistare. Fosse anche con un po’ di culo. Eppure sembra che tutto il male del mondo, subito prima o subito dopo “la meritocrazia”, sia l’eredità. Ci sono molte idee al riguardo e persino molti esperimenti, anche a titolo legale, per tagliare l’eredità sotto ai piedi dei rampolli allo scopo di riequilibrare il game show della vita. Bene. Davvero la ricchezza ereditata è per forza un male, un sopruso contro gli altri? Anche nel caso in cui il dono ricevuto sia un’azienda, una vigna da coltivare, un’attività che implica responsabilità sociale? Certo, ogni impresa lasciata ai figli ha il suo Hanno Buddenbrook in agguato, è una legge di natura e non serve fare nomi. Ma il problema è il lascito o come lo si gestisce? Giorni fa è rimbalzato sulle prime pagine un report, il World’s Wealthiest Cities Report 2025, secondo cui a Milano vivono ben 115 mila milionari, uno ogni dodici persone. Messaggio: tutta gente (i tuoi vicini) che vive di ingiusta ricchezza. Secondo molti, il report non è attendibile, ma è sicuro che quei ricchi non sono “ereditieri” di una ricchezza urbana che si è molto assottigliata, bensì stranieri che vengono a fare il nido fiscale in Italia.
A Davos è stato invece presentato il consueto Rapporto Oxfam che analizza le disparità economiche. Vi si legge che una delle cause di disuguaglianza in Italia è il peso crescente dell’eredità nella composizione della ricchezza. Ne ha parlato Chiara Saraceno sulla Stampa: “Quasi i due terzi della ricchezza dei miliardari italiani” sono frutto di eredità. “Il flusso annuale di tutti i trasferimenti di ricchezza – eredità, donazioni – è quasi raddoppiato tra il 1995 e il 2016”. Anche tralasciando che pure questo rapporto è regolarmente messo in discussione dagli osservatori per le metodologie utilizzate, il tema c’è. Saraceno ad esempio denuncia che spesso “si tratta di eredità esenti da ogni forma di tassazione” e che in Italia vige “un trattamento tra i più generosi in Europa”. Dunque l’eredità limita pure “la mobilità intergenerazionale”. Bene. Ma qualche dubbio, nell’impostazione del tema, resta. Luca Ricolfi anni fa aveva definito l’Italia una “società feudale di massa”, in cui l’unica vera ricchezza è l’eredità tramandata. Ricolfi parlava però, soprattutto, di un paese che si è arreso, adagiato. Forse il problema, Hanno Buddenbrook permettendo, è un paese che non cresce e non crea ricchezza nuova. Se per aprire una società fai prima all’estero, se le leggi sono ostacoli, se le banche non danno il mutuo, se il fallimento è ancora stigma sociale quando non penale, allora sì che l’eredità – o la sua attesa – diventa l’unica ricchezza. Nuda proprietà. Com’è che in altre nazioni le ricchezze nuove nascono, com’è che l’Arizona è diventata la nuova Mecca? Gli ereditieri vanno stimolati a investire, non tosati.