Google creative commons

Contro Mastro Ciliegia

Giù le mani dall'eredità. L'ingiustizia non è ereditare, ma che non si produce più ricchezza

Maurizio Crippa

Se per aprire una società fai prima all’estero, se le leggi sono ostacoli, se le banche non danno il mutuo, se il fallimento è ancora stigma sociale quando non penale, allora sì che l’eredità – o la sua attesa – diventa l’unica ricchezza

Diceva mia mamma buon’anima che era contenta di non lasciare ricchezze ai suoi molteplici figli, “così non litigate per l’eredità”. Impossibile convincerla che saremmo andati d’accordo anche patrimonializzati, ma è soltanto per dire che di fronte al grande atto d’accusa contro il nuovo stigma sociale – l’eredità – non ho interessi da difendere. Ma la faccenda è interessante. Ogni volta che muore un Valentino o una Vanoni si scrive sempre che è l’ultimo imperatore o l’ultima regina. Un minuto dopo parte la caccia a chi vada la congrua eredità, fonte unica di futuro reddito da miracolati. Non è esattamente e sempre così, se persino “L’eredità”, inteso il programma tv, è un game show in cui il malloppo “da ereditare” si deve conquistare. Fosse anche con un po’ di culo. Eppure sembra che tutto il male del mondo, subito prima o subito dopo “la meritocrazia”, sia l’eredità. Ci sono molte idee al riguardo e persino molti esperimenti, anche a titolo legale, per tagliare l’eredità sotto ai piedi dei rampolli allo scopo di riequilibrare il game show della vita. Bene. Davvero la ricchezza ereditata è per forza un male, un sopruso contro gli altri? Anche nel caso in cui il dono ricevuto sia un’azienda, una vigna da coltivare, un’attività che implica responsabilità sociale? Certo, ogni impresa lasciata ai figli ha il suo Hanno Buddenbrook in agguato, è una legge di natura e non serve fare nomi. Ma il problema è il lascito o come lo si gestisce? Giorni fa è rimbalzato sulle prime pagine un report, il World’s Wealthiest Cities Report 2025, secondo cui a Milano vivono ben 115 mila milionari, uno ogni dodici persone. Messaggio: tutta gente (i tuoi vicini) che vive di ingiusta ricchezza. Secondo molti, il report non è attendibile, ma è sicuro che quei ricchi non sono “ereditieri” di una ricchezza urbana che si è molto assottigliata, bensì stranieri che vengono a fare il nido fiscale in Italia.

 

 

 

A Davos è stato invece presentato il consueto Rapporto Oxfam che analizza le disparità economiche. Vi si legge che una delle cause di disuguaglianza in Italia è il peso crescente dell’eredità nella composizione della ricchezza. Ne ha parlato Chiara Saraceno sulla Stampa: “Quasi i due terzi della ricchezza dei miliardari italiani” sono frutto di eredità. “Il flusso annuale di tutti i trasferimenti di ricchezza – eredità, donazioni – è quasi raddoppiato tra il 1995 e il 2016”. Anche tralasciando che pure questo rapporto è regolarmente messo in discussione dagli osservatori per le metodologie utilizzate, il tema c’è. Saraceno ad esempio denuncia che spesso “si tratta di eredità esenti da ogni forma di tassazione” e che in Italia vige “un trattamento tra i più generosi in Europa”. Dunque l’eredità limita pure “la mobilità intergenerazionale”. Bene. Ma qualche dubbio, nell’impostazione del tema, resta. Luca Ricolfi anni fa aveva definito l’Italia una “società feudale di massa”, in cui l’unica vera ricchezza è l’eredità tramandata. Ricolfi parlava però, soprattutto, di un paese che si è arreso, adagiato. Forse il problema, Hanno Buddenbrook permettendo, è un paese che non cresce e non crea ricchezza nuova. Se per aprire una società fai prima all’estero, se le leggi sono ostacoli, se le banche non danno il mutuo, se il fallimento è ancora stigma sociale quando non penale, allora sì che l’eredità – o la sua attesa – diventa l’unica ricchezza. Nuda proprietà. Com’è che in altre nazioni le ricchezze nuove nascono, com’è che l’Arizona è diventata la nuova Mecca? Gli ereditieri vanno stimolati a investire, non tosati. 

Di più su questi argomenti:
  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"