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Gli incubi e gli spettri di Thérèse Raquin

Il postino suona due volte da parecchio tempo. Qui di marciume ce n’è parecchio, ma di grande spasso

29 Gennaio 2020 alle 06:00

Gli incubi e gli spettri di Thérèse Raquin

Il postino suona sempre due volte. Sì, ma da quando? Intendiamo quel postino che impedisce alla coppia diabolica – la moglie fedifraga e l’amante da lei spinto a uccidere il consorte legittimo – di abbandonarsi alla passione senza ostacoli. Nel 1934 James Cain sceglie quel titolo per un suo romanzo. Luchino Visconti lo legge, e ne tira fuori “Ossessione”: trasporta le corna nella bassa padana, aggiunge seducenti sottovesti e canottiere sudate.

 

Il postino suona due volte da molto prima. L’anno è il 1867, quando Emile Zola pubblica (prima a puntate e poi in volume, come usava allora) Thérèse Raquin. “Scandaloso marciume”, scrisse un critico che non aveva gradito. Marcio ce n’è parecchio, a cominciare dal puzzolente “passage” dove si trova l’umida e buia merceria (con annesso alloggio) che fa da sfondo alla vicenda: “mensole di un orribile marrone, intonaco che pare lebbra”. Dietro il banco, l’anziana madre di un figliolo “conteso alla morte dopo una lunga giovinezza di patimenti”, tale Camille. Cresciuto assieme a una nipote arrivata bambina dall’Algeria, e sprovvista di altri parenti. Thérèse ha una salute di ferro, ma viene allevata come il malatino, a medicine e ricostituenti.

 

La vecchia merciaia – si chiama Thérèse pure lei – sposa il cagionevole figliolo con la Thérèse giovane e forte. La vita procede tranquilla tra casa e merceria, unico svago il giovedì che si gioca a domino. Impiegato in una grande amministrazione – mezze maniche in cotone per non rovinare la giacca, penna sopra l’orecchio: era il suo sogno – una sera Camille porta a casa l’amico Laurent. Bello e aitante.

 

Un sospetto su come andrà a finire l’abbiamo. Ma la delizia sta nei particolari. Laurent è pittore dilettante – un brivido percorre il salotto quando confessa di aver avuto di fronte modelle nude. In mancanza, mette Camille in posa per un ritratto. “Davvero molto somigliante!” gongola la famiglia beata, mentre Zola informa il lettore: “Era ripugnante, di un grigio sporco, con larghe chiazze violacee. La faccia verdognola di un morto affogato”. Pensatelo come la pistola che se c’è deve sparare, o come il chiodo che se c’è deve servire a impiccarsi. E vedrete in quale meraviglioso momento salterà fuori.

 

Solo con Thérèse davanti al capolavoro, Laurent – che già da un po’ ci stava pensando su, intanto si era messo quasi a pensione dall’amico – azzarda un bacio dalle fatali conseguenze. “Au premier baiser, elle se révela courtisane”, e per aggiungere il disegnino: “fu un’improvvisa scudisciata che la strappava al sonno della carne”. Poteva Zola dimenticare il sangue africano, per parte di madre? Certo che no.

 

Un po' di torridi pomeriggi trascorsi nel letto coniugale sopra la merceria, con il gatto unico testimone. Un po' di lamenti sul lagnoso marito-bambino che Thérèse si ritrova: il piano fa presto a maturare. Gita in barca, perché no? La gracile creatura, con una madre tanto ansiosa, certo non ha imparato a nuotare. Di quelle che si sale a bordo in tre e si torna in due, gridando all’incidente (accadrà, a due, nel romanzo di Theodor Dreiser “Una tragedia americana”, uscito nel 1925: il cinema subito se ne impadronisce).

 

Missione compiuta. Con danni limitati. Una crisi isterica e uno svenimento per Thérèse. Un morso sul collo per Laurent, il malatino ha venduto cara la pelle: la ferita brucerà a lungo, mai rimorso è stato più spettacolare. Solo che il cadavere non si trova. Laurent va e viene dalla Morgue, dove i morti danno pubblico spettacolo: ci passano gli operai con la pagnotta e gli attrezzi, i piccoli rentier, i ragazzini per sbirciare un po’ di carne nuda. Quando finalmente il cadavere di Camille viene ripescato dalla Senna, colpo di scena: il giovanotto ora somiglia all’orrendo ritratto.

 

Marciume, ma di grandissimo spasso (come quasi tutto Zola). Con una particina per il gatto, che ha visto tutto ma non può parlare, come un altro testimone. Ci saranno incubi, spettri, “dolori nervosi” che si curano con il matrimonio e hanno come aggravante “la lettura che fa piangere e ridere senza un perché”.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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