LaPresse

La notte degli Oscar

Chalamet punito, un film snobbato e uno pseudo Bergman. Paul Thomas Anderson fa il pieno

Mariarosa Mancuso

“Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson ha vinto sei statuette, le più preziose come miglior regista e miglior film. “Sentimental Value” di Joachim Trier ha vinto l’Oscar per il miglior film straniero, mentre Chalamet si sta avviando a una bella carriera da Leonardo DiCaprio

Favoriti, dopo il pieno di nomination, erano “Una battaglia dopo l’altra”,“Marty Supreme” e “Sinners”. E’ andata male al ping pong di Timothée Chalamet, che pure era diretto da Josh Safdie: la colpa è caduta sul giovane attore che qualche giorno fa ha parlato del balletto e della lirica come arti in via di estinzione. Come il cinema, del resto, che vede diminuire gli spettatori in sala e crescere gli abbonamenti alle piattaforme. Al Dolby Theater di Los Angeles c’era il capo di Netflix Ted Sarandos, con l’aria del gatto che si è mangiato il canarino. Dal mancato accordo con Warner ha incassato già quasi 3 miliardi di dollari – in parte spesi per dare a Ben Affleck 600 milioni in cambio di una start up che applica l’intelligenza artificiale alla post produzione (tutto quel che si fa dopo le riprese).

 

Timothée Chalamet, trentenne al terzo Oscar mancato dopo tre candidature come protagonista, si sta avviando a una bella carriera da Leonardo DiCaprio. Prima “troppo giovane”, poi “quello del ‘Titanic’”, poi “tanto si sa che è bravo”. Non ha vinto l’anno scorso con le canzoni di Bob Dylan e neanche quest’anno con il ping pong (e le votazioni era già chiuse, aperti invece i commenti sdegnati). Sempre meritandolo. L’Oscar per il migliore attore è andato a Michael B. Jordan, presenza fissa nei film di Ryan Coogler. Da “Fruitvale Station” a questo “Sinners”, che era entrato in gara con 16 candidature, battendo i record di “Titanic”, “Eva Contro Eva” e “La La Land”. Tra i candidati, il film meno visto in Italia. Colpa del titolo – “I peccatori”, corretto ma poco invitante da quando siamo diventati tutti perbene. Oltre che del cast “all black”, e delle lotte dei neri americani intrecciate con il folclore locale – in questo caso, significa vampiri. Basta per tenere lontani gli spettatori sinceramente democratici.

 

Per loro c’era “Hamnet” di Chloé Zhao (già vincitrice alla Mostra di Venezia con le inutili pretese “Nomadland”): ha vinto l’attrice protagonista Jessie Buckley. Trama: Shakespeare scrisse “Amleto” dopo la morte del figlio giovinetto – e gli altri 37 drammi? e i 154 sonetti? C’era pure “Sentimental Value” del norvegese Joachim Trier, che ha vinto l’Oscar per il miglior film straniero: uno pseudo Bergman, che acchiappa sempre le signore e le giurie. Entrambi hanno ricordato i bambini, in guerra e in malattia. Javier Bardem ha esibito il suo “No alla guerra” e il suo “Free Palestine”, ricamati sulla giacca. “Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson ha vinto in tutto sei statuette, le più preziose come miglior regista e miglior film. Oltre al nuovissimo premio per il casting, stravinto da Alessandra Kukulandis, greca di origine. Guillermo del Toro ha battuto i rivali con la sua sceneggiatura tratta dal “Frankenstein” di Mary Shelley. Festeggia con Tamara Deverell e Shane Vieul premiati per la scenografia e la creatura con le vene a vista. Sean Penn ha vinto come non protagonista per “Una battaglia dopo l’altra”, ma era in Ucraina da Zelensky. Ha azzeccato una causa giusta, finalmente.

Di più su questi argomenti: