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Premi e polvere
Con i Grammy l'America vuole dimostrare di avere ancora una coscienza
Assegnando i premi a Kendrick Lamar e a Bad Bunny, il sistema musicale americano premia i suoi polemici accusatori. Entrambi odiano l’Ice, ma alla fine sono miliardari che criticano il sistema che li ha resi tali
La notizia che Kendrick Lamar e Bad Bunny abbiano cannibalizzato le categorie principali dei Grammy Awards 2026 è l’estrema unzione che il sistema musicale americano somministra a se stesso: premia i suoi polemici accusatori per dimostrare al mondo di avere ancora una coscienza. Nella parcellizzazione dei premi si annida però il veleno della strategia industriale. La decisione dell’Academy di assegnare il Record of the Year a Kendrick Lamar e l’Album of the Year a Bad Bunny è un capolavoro di equilibrismo. Il Record premia l’atto singolo, la perfezione della cattura sonora. L’Album premia la visione, l’architettura, la narrativa. L’industria dice a Kendrick: “Sei il miglior chirurgo del dolore, riconosciamo la tua eccellenza tecnica e morale”. A Benito: “Riconosciamo che il tuo mondo ispanico è l’infrastruttura portante del nostro mercato”. Si concede la supremazia intellettuale a uno e quella mercantile all’altro, evitando che un’icona diventi assoluta nell’immaginario collettivo.
Per comprendere il peso specifico di Kendrick Lamar nel 2026, bisogna smettere di considerarlo un semplice artista hip-hop, quanto piuttosto un esploratore sociale. Le sue origini a Compton non sono un vezzo da esibire per la street credibility, ma il fondamento di una condanna ontologica che lui stesso esplora con ferocia. Discendente della Great Migration, Kendrick contiene il Dna della fug dai campi di cotone degli schiavisti, fino alle strade pericolose della California contemporanea, dove le catene sono diventate burocratiche. La sua appartenenza razziale è intrisa di cinismo. Se un J. Cole assume una postura pedagogica, educando le masse a un residuo ottimismo, Lamar, col suo iper-realismo del trauma è punitivo. Nelle tracce del suo ultimo lavoro, il parallelismo tra le navi negriere e i moderni centri di detenzione federale gestiti dall’Ice è disturbante. Per Kendrick, l’afroamericano è lo straniero perpetuo e la sua opposizione all’Ice è verticale, scava nella storia e vede nelle gabbie dei migranti di oggi lo stesso confinamento imposto dai ghetto. Quando Kendrick solleva il Record of the Year, celebra la propria capacità di aver stabilizzato un frammento di verità negli ingranaggi della discografia ufficiale. E ringrazia Dio per questo.
Benito-Bunny è la Carne, il ritmo, l’irruenza demografica quanto Kendrick è l’analisi, la dissezione. La sua appartenenza non chiede scusa: essere portoricano nel 2026 significa vivere il paradosso di un’isola che è una colonia non incorporata, un luogo che esiste solo per essere sfruttato. Bad Bunny non proviene da un ghetto metropolitano, ma da Vega Baja, da una classe operaia che difende la sua identità contro l’oblio del colonialismo. La sua coscienza razziale è sfidante nel momento in cui rifiuta di farsi chiamare “latino” secondo gli ambigui canoni di una Miami: Bad Bunny è diversamente americano. La sua forza risiede nella non sottomissione linguistica che, rifiutando sistematicamente l’inglese, porta avanti un atto di decolonizzazione senza precedenti nella storia della musica pop. Mentre i predecessori cercavano la via del “crossover” per compiacere l’orecchio bianco, Benito impone lo slang di Porto Rico. Il suo Album of the Year, per la prima volta in assoluto assegnato a un lavoro in spagnolo, diventa il riconoscimento di una nazione che ha smesso di guardare a Nord per cercare conferme. E la sua protesta contro l’Ice è orizzontale e istintiva, dicendo “non siamo animali”, rivendicando il corpo che balla e il diritto al piacere come ultimo spazio libero dal controllo dei passaporti e dalle espulsioni.
Il punto di convergenza tra KL e Bunny è l’odio per l’Ice come incarnazione di un pensiero di potere americano 2026, dal momento che la frontiera è diventata il luogo sacro del sacrificio. Per entrambi, l’Ice è la rappresentazione demoniaca di chi si arroga il diritto di decidere chi possa respirare in un determinato spazio (“una terra rubata” come l’ha chiamata nel corso di un’altra premiazione Billie Eilish, Grammy 2026 per la migliore canzone con “Wildflower”). Kendrick attacca l’Ice sul piano intellettuale, dimostrando coi suoi versi, come la separazione delle famiglie al confine messicano sia la continuazione della separazione che la schiavitù ha inflitto per secoli alle famiglie nere. E’ una linea di sangue. Bad Bunny trasforma la propria strategia commerciale in un atto di protezione. La decisione, nel 2025, di escludere gli Stati Uniti da gran parte del suo tour mondiale per evitare che i suoi fan diventassero bersagli di retate fuori dagli stadi, è un atto politico. Rinuncia a milioni di profitto per non permettere che il concerto diventi una trappola. Insieme, dunque, Kendrick e Benito mappano i luoghi dove lo stato cessa di essere protezione e diventa persecuzione.
Del resto oggi la protesta è diventata il valore primario rimasto al capitalismo culturale nella speranza di rigenerarsi. KL e BB offrono al pubblico la sensazione di possedere una coscienza attraverso il semplice consumo di un brano. Sono miliardari che criticano il sistema che li ha resi tali. Fanno marketing del dissenso? Anche, di sicuro, ma la loro funzione, in questo momento storico, è di preservare un “senso” sottile. Kendrick porta la corona dei Grammy con un misto di orgoglio e disgusto; Bad Bunny occupa il centro della ribalta idealmente senza togliersi i sandali. Uno ci spiega perché stiamo morendo di inedia spirituale e violenza; l’altro ci fa ballare sulle macerie del sogno americano. E la divisione dei premi operata dall’Academy riflette il tentativo di gestire questa loro esplosione identitaria. Nella consapevolezza che i premi sono vanità, ma anche polvere.