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Il duello Chalamet-DiCaprio
Ai Golden Globe trionfo dei favoriti (che pareggiano) e serie già premiate
Tra gli attori si fronteggiavano la star di "Titanic" e il promettente Timothée Chalamet. Vent’ anni di differenza, e la stessa bravura. "Hamnet" diretto da Chloe Zhao invece ha acchiappato i due premi più importanti nella categoria "drama"
Un po’ per uno. I giurati dei Golden Globe sono stati equi con i grandi favoriti “Una battaglia dietro l’altra” di Paul Thomas Anderson (uscito a settembre) e “Marty Supreme” di Josh Safdie, uscito a Natale. Si fronteggiavano – parlando di attori – la star di “Titanic” e il promettente giovanotto Timothée Chalamet, che fu l’anno scorso uno straordinario Bob Dylan. Vent’ anni di differenza, e la stessa bravura: un Golden Globe ha premiato il ping pong di Chalamet, un altro il regista Paul Thomas Anderson che ha messo Leonardo DiCaprio in vestaglia.
Non sono gli unici premi portati a casa dai due film (ora che tanto è cambiato dopo gli scandali, potrebbero cambiare anche il mappamondo in regalo). Ma sono i più interessanti: la lotta tra un bravo regista già affermato (ricordiamo almeno “Il petroliere”, “Magnolia”, “Punch-Drunk Love”, si soffre per non poterli citare tutti quanti, l’ultimo era lo scanzonato “Licorice Pizza”) e un bravo regista che finora ha lavorato in coppia con il fratello Benny, in “Good Time” e in “Diamanti grezzi” (l’attore è Adam Sandler). Benny Safdie ha deciso di far solo l’attore – ma magari ci ripensa, chissà – e Josh va trionfalmente avanti da solo: di “Marty Supreme” abbiamo goduto ogni scena, e poco importa se al centro c’è un campione di ping pong. Timothée Chalamet è irresistibile, con la racchetta e la voglia di lasciarsi alle spalle il Lower East Side di New York negli anni 50. Sarà nei cinema italiani il 22 gennaio, ne riparliamo.
Riparleremo anche di “Hamnet”, diretto da Chloe Zhao di “Nomadland” – Leone d’oro alla mostra di Venezia, le giurie si erano distratte. Ai Golden Globe il film ha acchiappato i due premi più importanti nella categoria “drama”. Gli altri di cui abbiamo parlato erano nella categoria “musical or comedy”: distinzione sensata, dà qualche chance ai film che sennò sarebbero sacrificati perché poco seri, ma decisamente sta stretta sia a “Una battaglia dopo l’altra” sia a “Marty Supreme”. Si ride parecchio, vero. DiCaprio che non ricorda la parola d’ordine per la rivoluzione fa ridere. Chalamet commesso nel negozio di scarpe fa ridere (e ricorda un cortometraggio di Ernst Lubitsch, anno 1916). Ma tutti e due combattono per faccende parecchio serie. Premiato per la regia e l’attrice protagonista Jessie Buckley, “Hamnet” è una lettura femminista di “Amleto” e della della creatività letteraria. Con sprezzo del pericolo applicata a William Shakespeare, il più grande di tutti – come succede nel romanzo della scrittrice irlandese Maggie O’Farrell “Nel nome del figlio” (Guanda). William vuole avere successo come scrittore, ci riesce solo dopo la morte del figlioletto. Uscirà nelle sale italiane il 5 febbraio, e ha sconfitto il film di Ryan Coogler “I peccatori”, con Michael B. Jordan nella doppia parte di due gemelli. Per contorno, vampiri, musica, Mississippi, e Ku Klux Klan (Shakespeare avrebbe apprezzato).
C’erano anche le serie, ai Golden Globe. La stra-premiata “Adolescence” (adolescente forse assassino tutta girata in soggettiva, dei vari personaggi). La stra-premiata “Hacks” con Jean Smart, che fa l’attrice sulla via del tramonto. La già premiata “The Studio” con il già premiato Seth Rogen. Il già premiato Noah Wyle per “The Pitt”. Spicca su tutti la strepitosa attrice Rhea Seehorn, che nella serie “Pluribus” recita quasi sempre da sola – un virus ha trasformato l’umanità in un alveare di uomini e donne pacifici e sorridenti. Tranne lei e un’altra dozzina di persone, tutti sono guidati dalla stessa volontà. Diranno i pacifisti: “Però non fanno più guerre”. Sicuro, ma neanche sarebbero in grado di scrivere una bella serie tv.