(foto Ansa)

L'epopea di un malincomico

In morte di Francesco Nuti, playboy triste che rinnovò la commedia

Andrea Minuz

I bar di provincia, la musica, i critici contro. La carriera unica dell’attore, regista e cantante scomparso lunedì, dall’apice del successo a Sanremo ’88 fino alla tragica uscita di scena

A Sanremo ’88, l’anno di “Perdere l’amore” di Massimo Ranieri, Francesco Nuti si presentò con una canzone struggente. La mano in tasca, l’aria malinconica, pochi arpeggi di chitarra in sottofondo. “Sarà per te” aveva un testo intimista, roba alla Tenco. Niente a che vedere col refrain di “Puppe a pera”, tormentone da cabaret un po’ zozzo che veniva fuori da “Madonna che silenzio c’è stasera”, il suo primo film da protagonista con cui si lasciava alle spalle i “Giancattivi” e tanta gavetta nei teatri e nelle sagre di provincia. Nuti cantò con quell’aria sbruffona stampata sulla sua bella faccia da cinema, riccioli, occhi furbi, sorriso da bambino, fossetta sul mento “à la Kirk Douglas”, diceva qualcuno all’epoca esagerando un po’. Finì dodicesimo, ma la canzone era davvero bella e anni dopo verrà incisa anche da Mina. Nuti era all’apice del successo.

 

Alla fine di quell’anno sarebbe uscito il suo quarto film da regista, “Caruso Pascoski (di padre polacco)” con cui approdava nella factory di Cecchi Gori. Titolo di punta del nostro Natale cinematografico, diventerà uno dei suoi più grandi incassi. Lo vidi coi miei genitori, a Roma, in un cinema strapieno, la gente in piedi. Non seguivo bene la trama, forse eravamo entrati a film iniziato, come usava ancora all’epoca, ma si rideva in continuazione. Ricordo queste file di orinatoi che si vedono anche nella locandina del film e gag sparse, con Nuti psicanalista seduto nel suo studio dove sfilano pazienti matti: quello convinto di essere Gesù che entra trascinandosi un’enorme croce sulle spalle, quello che senza fiatare gli passa davanti e si scaraventa dalla finestra, la donna obesa e ninfomane che gli salta addosso, e poi Ricky Tognazzi che confessa ripetute fantasticherie sessuali, soprattutto un threesome con Marx, Lenin e il fratello di Lenin, che sentivo nominare tutti per la prima volta (era la mia introduzione al marxismo).

 

Il pubblico impazziva per quei duetti stralunati, e a ripensarci oggi molto beckettiani, tra Nuti e l’immancabile Novello Novelli, spalla magnifica, faccia incredibile anche lui, tra Totò e Capannelle dei “Soliti ignoti”, ma in salsa toscana. Era anche un film tragicamente premonitore: mollato dalla fidanzata, questo Pascoski psicanalista iniziava a bere, dava di matto, passava le notti in guardina per “ubriachezza molesta”. Il cinema copiava la vita. Francesco Nuti stava allora con Clarissa Burt. Vivevano insieme in un attico ai Parioli, simbolo immobiliare della scalata del giovane di talento che si era lasciato la provincia alle spalle, quindi macchinoni, feste, ristoranti della Roma craxiana e appunto una modella americana come fiancé (lei era arrivata in Italia da poco, aveva fatto la testimonial dell’ammorbidente “Lip”, e ora esordiva al cinema con Nuti). Mentre sta girando “Caruso Pascoski”, una sera a una festa Nuti presenta Clarissa Burt a Massimo Troisi.

 

Un mese dopo i due si mettono insieme e vanno a vivere a cento metri da casa sua. Un gancio micidiale per le bottiglie di vodka e le nottate passate in macchina a vederli rientrare a casa sottobraccio. E l’ossessione, anche, da lì in poi, di incassare più di Troisi al botteghino. Si creava intanto il sodalizio Troisi-Scola, investitura autoriale del comico napoletano. Quando uscì “Che ora è”, Nuti telefonava tutte le mattine da New York al suo produttore a Roma per conoscere gli incassi giornalieri del film con Troisi. Sperava fossero bassi. Il film in effetti andò male. Quando Troisi muore all’improvviso, nel ’94, a casa della sorella a Ostia, Nuti è indeciso se andare o meno. “Poi con un amico vado”, scrive nella sua autobiografia (“Sono un bravo ragazzo. Andata, caduta e ritorno”), e lì, in quella casa “c’è tutto il cinema italiano, c’è tutta la stampa, tutte le televisioni, mi sembra ci sia tutto il mondo. Arrivo trafelato, spero non mi veda nessuno, entro nella stanza dove c’è Massimo, mi piego, gli do un bacio e gli sussurro, ‘t’ho invidiato tanto’”.

 

Dopo Clarissa Burt altre donne, tante, tantissime, rivendicando un ruolo da playboy che era però anche triste e solo come un “Pierrot lunaire”. Dopo “Caruso Pascoski” qualche altro successo, almeno fino alla metà degli anni Novanta. Poi il giocattolo si rompe. Il pubblico non lo segue più. I produttori lo mollano. Nuti si presenta alle conferenze stampa straparlando, spesso ubriaco. Un giorno chiama l’agenza Ansa al telefono minacciando il suicidio. Claudio Fragasso lo ripesca da questo buio, gli affida un ruolo da protagonista per “Concorso di colpa”, che esce nel 2005. Un thriller abbastanza sgangherato con Nuti improbabile commissario anni Settanta che indaga su filoni paralleli del caso Moro. Cade un po’ nel vuoto. Nuti ha appena compiuto cinquant’anni. Sarà il suo ultimo film, prima dell’incidente e di un lungo calvario.

 

Scomparso nella convulsa giornata di lunedì, Francesco Nuti ha dovuto farsi largo nella fluviale berlusconeide di questa settimana con un’agenda di commemorazioni, commenti e analisi naturalmente fittissima in cui non c’era molto spazio per lui (spuntava nel diluvio della cronaca politica un tweet di Renzi: “In questa giornata così triste un pensiero per Francesco Nuti. Per le tante lacrime di questi quindici anni di dolore. Ma anche per le risate che ci ha regalato. Per me Caruso Pascoski vince su tutto e resterà IL film più divertente della mia gioventù”, a conferma che noi boomer, ex-rottamatori o meno, invecchiamo sui social con gli stessi ricordi). Fan, amici, estimatori, qui si dividono, e il loro rapporto con Francesco Nuti si può capire in base al parere su questa uscita di scena. Chi ci vede l’ennesimo accanimento del destino, in una progressione micidiale: successo, tramonto, depressione e tracollo, quindi malattia, solitudine e in più la beffa di morire mentre media e giornali sono troppo occupati con altro. Chi invece l’ha letto come un momento-Nuti in purezza. Andarsene in silenzio, togliere il disturbo mentre noialtri ci accapigliamo sui funerali del Cav. Certo è che tra uno speciale su Berlusconi e l’altro, né a Rai, né a Mediaset è venuto in mente di mandare in onda un film di Francesco Nuti, film che peraltro non si rivedono mai in tv. Sarebbe stato un pensiero gentile.

 

Si poteva approfittare del favore delle tenebre, in una seconda o terza serata, e invece nulla (qualcosa solo su Rai Movie o Cine34, a conferma che il cinema in tv, anche quello che abbiamo amato tutti insieme, anche quello che una volta chiamavamo “popolare”, è oramai ghetto, roba da specialisti, affezionati cinephile, cultori e “amanti del genere”). Per vedere Nuti bisogna andare sulle piattaforme. Su Amazon Prime trovate un po’ di film e un documentario uscito qualche anno fa, “Francesco Nuti e vengo da lontano”. C’è Verdone che racconta il suo primo incontro con Nuti, verso la fine degli anni Settanta, l’epoca del Teatro-Tenda di piazza Mancini e del nuovo cabaret che si mescolava al teatro d’avanguardia delle cantine romane, quindi calzamaglie, cerone, pochi elementi di scena, silenzi, bisbigli, nonsense.

 

C’era uno spettacolo dei “Giancattivi”, dice Verdone, “ma in scena non c’erano né Alessandro Benvenuti, né Athina Cenci, si presenta solo Nuti, forse qualcosa era andato storto, forse avevano litigato all’ultimo, forse era un pezzo del suo repertorio, non lo so”. Fatto sta che Nuti sale sul palco e attacca con questo monologo di un tizio che non riesce a inserirsi in un “discorzo”, come usava nel lessico di quegli anni, magari un’assemblea di sezione, una Festa dell’Unità, un happening en plein air come quello che si celebrerà sulle dune di Castel Porziano poco dopo, effettivamente pieno di dropout che non riuscivano a prendere la parola, travolti da una marea di “cioè”. “Erano pezzi di frasi interrotte, smozzicate, scus… no… ecco io… no… no… no”, racconta Verdone: “Nuti gesticolava, sgranava gli occhi, una performance incredibile, una cosa molto futurista. Il fatto è che durava venti minuti. E puoi tenere il palco per venti minuti senza dire nulla solo se hai un talento vero”. Di cose così all’epoca ce n’erano parecchie. In tanti si lanciavano nell’euforia dell’avantgarde-cabaret, ma non tutti erano bravi come Francesco Nuti.

 

Nuti, Verdone, Troisi erano chiamati “malincomici”, secondo la formula che prese piede sui giornali. Erano il nuovo, il ricambio generazionale dopo i Gassman, i Sordi, i Tognazzi, con la differenza che presero a fare tutto da soli: scrivevano il film, recitavano, lo giravano. Autori, insomma. Diversi per zone di provenienza, secondo la proverbiale triangolazione della nostra commedia, Roma-Firenze-Napoli, innescavano e cavalcavano l’onda della delocalizzazione del cinema italiano che dopo mezzo secolo di romanocentrismo si apriva ai suoi regionalismi. Erano anche diversi per estrazione e classe sociale (della buona borghesia intellettuale Verdone, proletari Nuti e Troisi). Avevano però in comune la vetrina con cui si erano messi in mostra, quel gran calderone di sperimentazioni che fu “Non Stop”, programma ideato dal genio visionario di Enzo Trapani, in onda dal ’77 su Rai 1. La vera start-up del cinema popolare italiano degli anni Ottanta. Dei tre Nuti era senz’altro il più “malincomico”. Più degli altri si portava appresso un mondo di bar di provincia. Come la sua passione per il biliardo. Al di là di citazioni e ambientazioni dei film (“Io, Chiara e l’Oscuro”, “Il Signor quindici palle”), per Nuti il biliardo era proprio un doppio del cinema: allestire una scena per la macchina da presa e mandare in buca le palle richiedevano lo stesso tipo di concentrazione, lo stesso sguardo geometrico. E poi in quegli anni a Hollywood, Scorsese riportava Paul Newman al tavolo verde con la stecca, insieme a un giovane Tom Cruise, nel “Colore dei soldi”. Francesco Nuti era il nostro “Spaccone”. Uno spaccone malincomico della provincia toscana, prima della colata di “pieraccionizzazione” che arriverà subito dopo (con Novelli a fare da testimonial del passaggio di consegne, dall’estro romantico di Nuti a quello più banalotto di Pieraccioni).

 

A Nuti non piaceva la definizione di “comico”. Da sempre aveva dentro una foga autoriale che prenderà poi il sopravvento con “OcchioPinocchio”, il film della torsione autodistruttiva, quello che spacca in due la carriera di Francesco Nuti. Era il passo falso che tutti aspettavano. Il tracollo dell’attore di successo, pieno di belle donne intorno. C’entra però anche la famigerata “maledizione di Pinocchio”: chi lo tocca muore al botteghino, Nuti, poi Benigni, poi Garrone. Persino quello di Walt Disney andò male. Per questo Pinocchio gotico-fantasy, con tirate contro la finanza e lo strapotere del capitalismo che forse oggi sarebbero piaciute tantissimo, Nuti fece spendere oltre venti miliardi alla Penta di Cecchi Gori e Berlusconi, cifra impensabile per un film italiano. Un budget che lievitava giorno dopo giorno. Un paese dei balocchi che prendeva forma tra scenografie felliniane allestite a Cinecittà ed esterni itineranti con due set, uno italiano l’altro americano, passando dal Texas e la Louisiana alle acciaierie di Piombino. Le riprese furono un disastro. Interrotte più volte da Cecchi Gori che provò in tutti i modi a farlo desistere. L’uscita slittò di un anno e arrivò nei cinema nel Natale del ’94, l’anno in cui morì Massimo Troisi, ma evidentemente anche l’anno delle imprese megalomani, come fondare un partito in tre mesi e vincere le elezioni. “OcchioPinocchio” invece fu un flop epocale. Gli incassi si fermarono a quattro miliardi. I critici lo stroncarono con perfidia. Il pubblico, beh il pubblico non trovava Nuti nel film.

 

Si aspettava l’ennesima commedia natalizia un po’ malinconica, si trovava davanti un film dove nei primi venti minuti Nuti non c’è. Rivisto oggi però è abbastanza incredibile, soprattutto nella prima parte: sembra Sergio Leone, sembra Tim Burton, sembra un paese dei balocchi di David Lynch, dissolvenze, carrelli, la macchina da presa che non si ferma un attimo, roba che si vedeva solo a Hollywood. I soldi spesi insomma si ritrovavano nelle immagini (una cosa non scontata nei film italiani). Certo, le occhiaie di Novello Novelli nel deserto del Texas facevano un po’ italiano in gita, e il film poi si perde con tirate caleidoscopiche sulle “bugie del potere” e roba così. La critica però soprattutto non perdonava il salto di qualità nella regia: “film inconcludente, irrisolto, mostruoso”. Il comico doveva restare comico e intimista, due camere e cucina, una fidanzata che lo molla. Nuti invece si era messo a fare l’Orson Welles di Prato e andava rimesso al suo posto. Da questa odissea pinocchiesca uscirà distrutto, depresso, e con tre miliardi di meno nel conto in banca, arrivando poi nel giro di pochi anni a perdere tutto. Le conferenze stampa erano abbastanza feroci, ma quando gli dicevano che il film era brutto lui non ci stava: “Poi magari mi sono perso”, diceva, “ma nella prima parte di ‘OcchioPinocchio’, beh scusatemi ma lì c’è un po’ di cinema”. Aveva ragione lui.

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