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L’indugio, la lacrima e gli innocenti che soffrono. Ecco la serie tv da Saviano

Giorni faticosi al lido, con pregiudizi rafforzati sui registi portoghesi

6 Settembre 2019 alle 06:00

Qualcosa dobbiamo aver fatto di male – a nostra insaputa, adesso usa così – per attirarci le punizioni e le torture degli ultimi giorni a Venezia. Dopo Chiara Ferragni è arrivato Roberto Saviano, tra i personaggi che fanno copertina.

   

Fuori concorso, i primi due episodi della serie “ZeroZeroZero”: ovvero – chi con pazienza ha finito il libro già lo sa – come la cocaina regge il mondo. La polvere bianca è l’unica dietrologia dimostrabile. Marxianamente, la struttura che regge la sovrastruttura. Cavarne una serie era lavoro per gente tosta. Ma lo showrunner Stefano Sollima (regista sarebbe troppo poco) aveva già ben districato la matassa di “Gomorra”. Tra i registi figura l’argentino Pablo Trapero, la produzione internazionale ha le carte in regola: le serie italiane, e non da oggi, danno molta più soddisfazione del cinema (andrà su Sky Atlantic prossimamente). Rovescio della medaglia: “ZeroZeroZero” ha i difetti che affliggono le serie (non solo italiane) baciate dal favore dei critici. L’indugio (non è una serie, è un film di otto ore, lo spettatore porti pazienza). I personaggi caratterizzati con gusto accademico, più di quel che la trama chiede. La lacrima melodrammatica e gli innocenti che soffrono. Seguiamo un carico gigantesco – nascosto nelle scatole di peperoncini – che dal Messico deve sbarcare in Calabria: ingrassa molti intermediari, non senza qualche abbiocco per lo spettatore. Per inciso: l’orgoglio italico, offeso dai tedeschi che avevano fotografato una P38 sugli spaghetti, ora vede una pistola e un rosario proprio dove dovrebbe esserci la Calabria, e pensa agli incassi che arriveranno.

 

In concorso c’era Robert Guédiguian, uno dei soliti noti che i direttori non hanno il coraggio di respingere (al più se li rimpallano da un festival all’altro, fa penitenza chi sceglie i titoli quando il barricadiero di Marsiglia ha appena scodellato l’ultimo film). “Gloria Mundi” – quella che “sic transit”, ché le cose del mondo sono effimere – è il classico film da regista impegnato: racconta i poveri caricando sulle loro spalle una disgrazia dopo l’altra. Un po’ perché i guai succedono. Un po’ perché detti poveri fanno sempre sciocchezze. Se c’è un modo per peggiorare la loro situazione, lo trovano e lo eseguono. Se un modo non c’è, provvede la perversa immaginazione del regista (che poi nelle interviste accorato palpiterà per le piccole pedine stritolate nel Grande Gioco Capitalista).

  

A questo punto lo scenografo si distrae, e la verosimiglianza frana. Sui fornelli della misera cucina fa bella mostra di sé una pentola in ghisa marca Le Creuset (assai costosa, fa il paio con il reggiseno in finissima seta indossato dall’operaia Marion Cotillard in un film dei Dardenne, altri registi che portano malissimo, ogni film almeno una disgrazia). Nei film di Guédiguian un uomo trascorre anni in carcere per aver salvato la vita a un amico, in cella comincia a scrivere haiku, all’uscita va a trovare la moglie che nel frattempo si è risposata e stenta la vita con figlia e nipotina, facendo le pulizie nel ospedali o nelle navi da crociera. L’altra figlia (quella “che ce l’ha fatta”) gestisce assieme al marito un negozietto – quasi un banco dei pegni – dove si compravendono borsette e tostapane usati. Sono i fiancheggiatori del sistema, avviati a diventare decadenti capitalisti. Infatti guardano il porno su internet.

  

I pregiudizi che coltiviamo sui registi portoghesi – esperienza, solo esperienza ma troppa – sono rafforzati da “A Herdade” di Tiago Guedes (da dimenticare subito, si liberano neuroni per i registi bravi). Una grande tenuta in riva al fiume Tago, dagli anni Quaranta ai giorni nostri, per quasi tre ore: Salazar, la rivoluzione dei garofani, gli operai sindacalizzati, i figli legittimi che si drogano e gli illegittimi che erediteranno la terra. Fumano, anche un’intera sigaretta tra una battuta e l’altra. Se vanno in visita, vediamo le scale (piano uno), altre scale (piano due), anticamera. Sbadiglio. E illuminazione: pare un film di Lucrecia Martel.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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Commenti all'articolo

  • cesare battisti

    06 Settembre 2019 - 18:06

    articoli intelligenti e fuori dagli stereotipi

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