Siamo l'esercito del nuovo selfie: niente narcisi, tutti molto anziani

Simonetta Sciandivasci

FaceApp, l’applicazione che ci mostra come saremo

Roma. La vecchiaia è mezza bellezza, e così è perché ci pare, anzi ci serve, ora che da vecchi passiamo la maggior parte della vita, e non abbiamo alcuna intenzione di farlo da pensionati dimidiati, livorosi e anedonici. Ci raccontiamo che sarà bello, e il sesso sarà migliore, e la famiglia, e gli amici, e i romanzi, e il tempo anche, tutto migliore, e senza ansia né ansiolitici. Negli ultimi giorni nessuno (neanche Matteo Renzi, neanche i Ferragnez) s’è sottratto al giochino estivo meno estivo di sempre: il selfie della terza età. Abbiamo tutti scaricato FaceApp, che prima ci faceva vedere che faccia avremmo avuto da indiani o da cinesi o da bionde, e adesso ci mostra come saremo da anziani. Il nostro viso rugoso, incanutito, con le guance cascanti e gli occhi con la cataratta, anziché terrorizzarci ci ha divertiti, entusiasmati, inteneriti e l’abbiamo pubblicato su Instagram, e inviato a fidanzati, coniugi, amanti (“guarda come sarò tra trent’anni, mica male, ti convengo, non pensi?” – come quel verso di Fulminacci: “Fammi vedere una foto di mamma da giovane e poi una di adesso, che bella, spero tu faccia lo stesso”), a ex amori di cui non si esclude il ritorno (“ti aspetterò fino a quando sarò così!”), ad amici ritardatari (“guarda in che stato mi riduci”) e a madri e padri, che l’hanno presa bene, perché se in guerra i genitori seppelliscono i figli, in pace i genitori vedono i figli invecchiare. Beppe Vessicchio s’è limitato a un selfie senza ritocco, con dida breve ma intensa: “Altro che #faceApp”.

 

A giugno, l’applicazione è stata scaricata 400 mila volte, ha generato introiti per 300 mila dollari e Wired già vuole guastarci la festa domandandosi dove andranno a finire tutte le nostra facce, cosa ne faranno i russi (FaceApp è di proprietà di un’azienda russa, la Wireless Lab 000), come verrà invasa la nostra privacy, e altri misteri di cui non ci preoccuperemmo davvero neanche se dovesse venire fuori che Savoini è un pastore sardo a cui hanno rubato l’identità tramite FaceApp.

 

E’ estate, ogni gioco vale, e l’uomo che ha niente da inventare prova a sognare, e prova gli attimi, e prova le stelle, e le fontane, e le piastrelle, e pure l’età avanzata, per farci amicizia, prendere confidenza, convincersi che sarà lieta, e ci saranno molte donne ancora molto belle. I selfie possono farci del bene, rassicurarci, avvicinarci, riscaldarci, e non sono più soltanto un generatore o acceleratore di narcisismo, o una causa di morte accidentale (negli ultimi sei anni in India sono morte 250 persone mentre si fotografavano). “I selfie possono anche essere una forza del bene?”, scriveva qualche giorno fa il New York Times, riportando alcuni esempi interessanti di selfie utili non alla vanità ma all’empowerment, alla veicolazione del sostegno, alla rappresentazione delle minoranze, all’umanizzazione della scienza. Alla campagna #scientistwhoselfie hanno aderito moltissimi scienziati, e la cosa ha avuto un grande successo di pubblico. Paige Jarreau, che ne ha studiato l’impatto, ha detto al Nyt che gli scienziati sono stati percepiti più vicini, empatici, senza alcun effetto negativo sulla loro credibilità che, anzi, ne è stata rafforzata – ed è stato tanto più vero per le scienziate. Secondo Jesse Fox della Ohio State University, la componente narcisistica non ne strozza un’altra: il bisogno di supporto sociale, che non è una ricerca di consenso, ma una richiesta di ascolto e accoglienza.

FaceApp, allora, ci riappacificherà con la decadenza del corpo? Ci immunizzerà dal botox? Ci farà smettere di illuderci che invecchiare è una questione di spirito?

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