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La recitazione ha i giorni contati. Ora gli attori devono testimoniare

Attori eterosessuali, basta rubare ruoli da gay ai gay!

22 Agosto 2018 alle 06:13

La recitazione ha i giorni contati. Ora gli attori devono testimoniare

Jack Whitehall in Jungle Cruise

“Questo non è scrivere, è battere a macchina”: fu il giudizio di Truman Capote su “On the Road” di Jack Kerouac (per battere a macchina senza sosta, il beatnik si era procurato un rotolo di carta lungo 40 metri e tanta benzedrina). Per come si stanno mettendo le cose in materia di attori, presto bisognerà trovare un correlativo adatto al cinema. Per esempio: “Questo non è recitare, è portare testimonianza”. Recitare vuol dire far finta. Indossare una parrucca, mettersi un nasone, magari i denti posticci, pronunciare battute che nella vita non diremmo mai, prendere ordini dal regista. Anche ricordare la posizione: per i distratti la segnano sul pavimento con il nastro adesivo (gli smemorati, come Valentina Cortese in “Effetto notte” di François Truffaut, trovano le battute appiccicate all’armadietto della cucina). “Fare finta” ha al momento un sacco di nemici. Magari lo vieteranno per legge, queste cose si sa come cominciano ma non si sa come finiscono. Scarlett Johansson non può fare finta di essere un transessuale nel film “Rub & Tug”: Dante Gill era nato donna, prima di vestirsi da maschio per spacciare droga a Pittsburgh. Joaquin Phoenix non può far finta di essere il paralitico John Callahan nel film “Don’t Worry” di Gus Van Sant. Chi se ne frega se il vero Callahan in sedia a rotelle faceva le gare di velocità con i ragazzini in skateboard. E nel suo mestiere di vignettista disegnava staccionate con il cartello “Attenzione lesbiche” dove solitamente sta scritto “Attenti al cane”. Seth Rogen è stato messo in croce per aver ritoccato con il cerone nero la faccia di un ragazzino non abbastanza scuro. Tra un po’ sarà messo all’indice “Il cantante di jazz”, primo film sonoro: un cantore di sinagoga si dipinge la faccia con il nerofumo perché vuole infiltrarsi tra jazzisti. Gli attori venivano seppelliti in terra sconsacrata. Ora nella terra sconsacrata dei social network viene seppellito chi accetta ruoli non consoni al proprio genere, sottogenere, orientamento sessuale, taglia. Quando Gwyneth Paltrow recitò in “Amore a prima svista” con addosso una tuta imbottita, le fecero notare che così toglieva lavoro alle attrici davvero grasse (come sempre, le Grandi Questioni si intrecciano con faccende squisitamente sindacali). Per impari opportunità, John Travolta la passò liscia nel musical “Hairspray”. Maschio, adulto, e ragionevolmente in forma, fingeva di essere Erna Turnblad, adolescente troppo grassa per esibirsi come ballerina in un programma musicale (lei poi li frega tutti, perché ha imparato le mosse nei Negro Day che la tv di Baltimora ospita una volta al mese).

 

Un articolo sul Guardian illustra le sottigliezze sofistiche a cui siamo arrivati. Jack Whitehall viene scelto per fare il primo personaggio apertamente gay in un film Disney intitolato “Jungle Cruise” (avete letto bene, gay & Disney). Si festeggia? Niente affatto, perché il personaggio è gay ma l’attore no. Segue elenco dei ruoli gay di cui gli attori non gay si sono appropriati. Imputato numero uno: Timothée Chalamet nel film di Luca Guadagnino “Chiamami con il tuo nome” - non dite loro che il romanziere André Aciman ha moglie e figli, sennò si suicidano. Abusive anche le lesbiche Cate Blanchett e Rooney Mara in “Carol”. Tutte parti rubate agli attori gay: e fin qui siamo alla rivendicazione sindacale. Ma l’articolista sostiene che gli sguardi amorosi tra Timothée Chalamet e Arnie Hammer secondo lui non sono credibili (no comment sulla scena della pesca).

 

Avanza anche un’audace teoria: “Gli attori gay sono credibili in ruoli etero, mentre gli attori etero non sono credibili in ruoli gay”. Insomma: fare finta si può, ma solo i gay ne sono capaci. Porta come prova una scena di “Pride”, con Dominic West scatenato nelle danze: secondo lui un vero gay non balla a quel modo. Chissà cosa pensa del balletto di Kevin Kline nel film “In&Out”. O di Steve Coogan e Paul Rudd in “Modern Family”, entrambi per noi strepitosi. Ora andiamo da soli a scavarci la fossa, ci sarà un pezzettino di terra sconsacrata anche per i critici.

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