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Seria e senza grandi sorprese, la notte degli Oscar è la rivincita delle minoranze

Donne, neri, messicani, gay e battute che non fanno ridere

5 Marzo 2018 alle 15:42

Seria e senza grandi sorprese, la notte degli Oscar è la rivincita delle minoranze

Kobe Bryant e Glen Keane sul palco degli Oscar (foto LaPresse)

Donne, neri e messicani. Roba da rispolverare una vecchia vignetta di Altan che cercava di stilare una classifica tra i dimenticati in cerca di visibilità. Donne che dopo l’appello di Frances McDormand, perfino più trascinante del discorso di Oprah Winfrey ai Golden Globe, dovrebbero da domani bussare alla porta dei produttori proponendo le loro storie e i loro progetti. L’attrice ha vinto la statuetta per la sua interpretazione in “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” diretto da Martin McDonagh: madre furiosa perché lo sceriffo della cittadina non indaga con sufficiente ostinazione sull’omicidio della figlia. Impeccabile, atrocemente brava anche quando sistema lo specchietto retrovisore dell’auto, ha lanciato dal palco la parola d’ordine “inclusion rider”: una clausola contrattuale che esige cast e troupe rispettosi delle diversità.

 

Migliore regista Guillermo del Toro, e miglior film il romanticissimo “La forma dell’acqua”, ad allungare la lista dei messicani da Oscar iniziata con Alfonso Cuarón di “Gravity” e Alejandro González Iñárritu con “Birdman”. Inclusivo fino a proporre una fascinosa creatura acquatica di cui innamorarsi, quindi inappuntabile. Oltre che strepitoso per ideazione e fattura: stiamo parlando di cinema, non di rimostranze o lamentele. Esce perdente Paul Thomas Anderson con “Il filo nascosto”, che pure aveva un paio di donne interessanti attorno al sarto londinese anni Cinquanta dal carattere pestifero. Sconfitto anche l’attore Daniel Day-Lewis, che nel frattempo ha dato l’addio alla carriera. La statuetta se l’è portata via Gary Oldman, grandioso Winston Churchill in “L’ora più buia” di Joe Wright. Un uomo politico che sapeva parlare e trascinare le folle, più che un film una brillante lezione di storia (e una fitta di nostalgia, qui e oggi).

 

 

Jordan Peele – forse non l’avete presente perché l’horror e gli Oscar non sono mai andati tanto d’accordo – ha vinto per la miglior sceneggiatura originale di “Get Out - Scappa”. Sua anche la regia, era candidato anche il film ma i tempi non sono ancora maturi per una storia dove i ricchi bianchi liberal sfruttano i più robusti corpi dei neri come garanzia di lunga vita. L’Oscar per la sceneggiatura non originale è andato al quasi novantenne James Ivory per “Chiamami col tuo nome”, tratto dal romanzo di André Aciman e diretto da Luca Guadagnino. Con la sfacciataggine di chi ormai può dire tutto, il premiato ha fatto notare che tanta passione gay non osava neppure un nudo frontale. E ha sfoggiato sul red carpet, sotto il papillon, una camicia stampata con il faccino da efebo e i riccioli di Timothée Chalamet.

 

L’altra storia di formazione adolescenziale, “Lady Bird” di Greta Gerwig (candidato il film, candidata la regista, candidata la protagonista Saoirse Ronan, la non protagonista Laurie Metcalfe, la sceneggiatura originale) non ha coronato la stagione #metoo, come tante speravano. Sarebbe stato anche un bel cambio generazionale. Ma oltre a levare di mezzo dai montaggi dei film premiati in passato le produzioni Miramax di Harvey Weinstein (per anni hanno dominato la stagione degli Oscar) sono arrivate sul palco fascinose pantere grigie. Eva Marie Saint di “Fronte del porto” e “Intrigo internazionale”, Rita Moreno di “West Side story”, che ha premiato “Una donna fantastica” di Sebastian Lelio come migliore film straniero (crocetta sulla quota transgender). Bis – di risarcimento, dopo l’incidente dell’anno scorso tra “Moonlight” e “La La Land” – per Faye Dunaway e Warren Beatty. Impacciati, a dispetto delle scritte sui cartoncini, a caratteri più grossi e più chiari.

 

Il maestro di cerimonie Jimmy Kimmel non ha fatto ridere mai, neanche quando ha vantato le qualità progressiste della statuetta: “Tiene le mani a posto e non ha il pisello”. Meglio la zampata di Jane Fonda. Arrivata sul palco assieme a Helen Mirren ha dato un’occhiata alle luminarie e ha commentato: “Belle. Mi ricordano l’Orgasmatron del film ‘Barbarella’”. Dove era nuda, perlopiù. E non se ne vergognava. Esattamente 50 anni fa.

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