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Non datemi panini. Vorrei un unico grande pane patriarcale e spirituale

Il cibo come sentimento. Lettera all’amante: “Tu impasti, io taglio”

13 Ottobre 2019 alle 06:00

Non datemi panini. Vorrei un unico grande pane patriarcale e spirituale

Foto Pixabay

Pubblichiamo il testo di Camillo Langone scritto per la nuova rivista letteraria della Nave di Teseo, “Pantagruel”. La rivista, diretta da Elisabetta Sgarbi, sarà in libreria dal 17 ottobre (pp. 270, 19 euro). Avrà numeri monotematici. Il primo, dedicato al pane, sarà presentato nel corso del Festival Terre del Pane a Matera, in una serie di incontri con gli autori.


 

Vorrei che imparassi a fare il pane. Adesso ti spiego. Non vorrei mai una di quelle donne che ambiscono a prendere l’uomo per la gola, e magari sono contente di vederlo ingrassare al punto da divenire torpido e inappetibile per le altre. L’uomo preso per la gola è una cosa anni Cinquanta, non si può sentire. Come la parola manicaretti, anni Cinquanta pure questa. Mi basta immaginare una donna che mi vizia di manicaretti per sentire la pancia allargarsi e il pisello abbassarsi. Le cosiddette regine dei fornelli mi appaiono più che altro sguattere, è vero che in Inghilterra esiste Nigella Lawson, una femmina lussuosa dalla sguattera molto lontana, ma a parte clamorose eccezioni postare foto di torte su internet rende subito Nonna Papera, invecchia e appesantisce. Una cucina in disordine, un tavolo sporco di farina e zucchero a velo, a proposito, io odio lo zucchero a velo, anche tu devi odiare lo zucchero a velo, noi vestiamo di scuro e lo zucchero a velo contamina i nostri abiti… Dicevo: una cucina in disordine, un tavolo sporco, un piano ingombro di ciotole, vasetti, cucchiai e sacchetti, tutto ciò non mi fa venire in mente nulla di erotico. La massaia è una donna asservita ai figli, non al marito, e comunque, questo vale per entrambi i sessi, da una certa età in avanti pensare molto al cibo è un’evidente compensazione. Non ti voglio spignattatrice.

 

Possiamo permetterci tutti i ristoranti che vogliamo. Anzi no, siccome nei ristoranti si mangia male, possiamo permetterci tutte le macellerie che vogliamo, le migliori, perché di mangiare filetto non ci si stanca mai, non c’è bisogno di saper cucinare e non si perde tempo, pochi minuti sulla piastra e via, minima anche la fatica della masticazione… Non voglio che cominci a scambiarti ricette con le amiche e a guardare i programmi di cibo in televisione, non mi verrebbe l’acquolina in bocca, mi scenderebbe la malinconia nel cuore. Devi continuare a essere la gran figa che sei, e fare il pane una volta al mese. No, una volta al mese è troppo spesso, perché sia sempre un piccolo evento il ritmo giusto è una volta a stagione, quattro volte l’anno. I lunghi intervalli escludono l’utilizzo del lievito madre che è una bellissima e poeticissima cosa ma in quanto essere vivente bisogna stargli dietro, lo devi accudire regolarmente altrimenti muore, e tu devi accudire me, non una palla di batteri lattici. Userai il normale lievito di birra.

 

Vorrei che imparassi a fare pagnotte grosse. Di quei pani di una volta che dovevano durare a lungo e sfamare famiglie numerose. Non panini bensì un unico grande pane patriarcale e spirituale, ricco di simboli. Vado in panetteria di rado, io di solito pane non ne mangio, lo compro solo quando invito gli amici ad affettare un salame. Davanti a me c’è sempre la poveretta che chiede il pane arabo. Perché arabo? Non va bene il pane italiano? Qui a Mantova abbiamo il tradizionale baule mantovano che in realtà è un bauletto: se ti piacciono i panini perché non compri quello? Fra l’altro questo pane arabo sembra pure cattivo, ha un aspetto polveroso e poco cotto, indigeribile. Poi c’è la poveretta che chiede il pane ai cereali. Ma tutto il pane contiene cereali! Mica facile a Mantova trovare il pane di ghiande… Credo intenda un pane multicereali, a cui chissà perché questo tipo femminile, stolto e gregario, attribuisce poteri superiori. Quando arriva il mio turno chiedo sempre il formato più grande presente in negozio, quasi sempre un pagnottone di segale scuro e compatto, che tiene bene la fetta. La panettiera non si ricorda di me e ogni volta domanda preoccupata: “Intero?”. “Sì, intero”. Va bene che il popolo italiano si sta estinguendo ma qualche famiglia esiste ancora: possibile che l’acquisto di un pane di dimensioni dignitose la turbi così tanto? Non potrei essere padre di due o tre adolescenti affamati? O forse non ricorda che esistono i freezer? E’ pratico, compri il pane grosso e se non ti serve tutto lo tagli in due e una metà la congeli, così non devi andare a fare la spesa continuamente. Nei supermercati esiste perfino il pane affettato, quindi esisterà qualcuno che lo compra. Rendiamoci conto di com’è ridotto l’uomo occidentale: non è più capace nemmeno di affettare. Io esigo che il taglio del pane rimanga mia prerogativa. Da che mondo è mondo e da che maschio è maschio il coltello è appannaggio virile, se in una casa, in una coppia, in una famiglia entrano troppi affettati, penso anche alle vaschette di salumi, c’è il rischio che ne esca la differenza sessuale. Chi non affetta viene affettato e l’evirazione non credo sia soltanto simbolica, maneggiare armi aumenta il testosterone e allora smettere di usare i coltelli lo fa calare.

 

Benedetta, potresti farmi un pane tipo filone marchigiano, senza sale, 600 grammi. Ho visto che a Bologna di corsi per fare il pane ce ne sono vari, qui a Mantova forse esiste qualcosa di professionale per panificatori, non lezioni brevi per gourmet dilettanti. Informati, iscriviti, poi ti mando i soldi, e se serve una macchina, che so, un’impastatrice, la compro. Però non vorrei saperne troppo, vorrei delegarti completamente la cosa e che i ruoli rimanessero ben distinti: tu impasti e io taglio. Nelle serate con gli amici invidiosi, che già non vogliono credere che mi ami, figurarsi se possono accettare che per giunta mi inforni le pagnotte. Sono persone normali, dunque maligne, convinte che solo il calcolo economico possa legare un uomo e una donna con trent’anni di differenza. Elias Canetti scrive che i rapporti umani si rafforzano nutrendosi del medesimo animale o del medesimo pane. Ai suoi tempi era quasi un’ovvietà mentre ora bisogna ricordarselo, ora che le persone non solo al ristorante, anche nelle case, seduti alla stessa tavola mangiano cibi diversi. Per via di diete diverse, allergie, vere o presunte, diverse, gusti diversi, idiosincrasie diverse. A nessuno dei due, meno che meno a te che sei così magra, interessa molto il pane come alimento: a me interessa molto come collegamento, come sentimento.

Camillo Langone

Camillo Langone

Vive a Parma. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "Eccellenti pittori. Gli artisti italiani di oggi da conoscere, ammirare e collezionare" (Marsilio).

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