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Sacre pudenda
Quando in cattedrale fu affrescato il vescovo seminudo, il Vaticano non si mosse: è arte
Anni fa a Terni un artista argentino realizzò un enorme affresco nella cattedrale locale, ritraendo “omosessuali, transessuali, ladri, spacciatori, prostitute, malavitosi tatuati”. Altro che cherubini col volto di Meloni. Ma nessuno, dall’alto, chiese dimissioni
Il Vicariato di Roma è stato durissimo, pronto a valutare ogni misura lecita, anche la sostituzione del parroco di San Lorenzo in Lucina, reo di non aver controllato quanto il factotum Valentinetti, pittore et restauratore, stava facendo su quell’affresco di per sé modestissimo nella Cappella del Crocifisso di chiari rimandi monarchici. La Soprintendenza alza le mani e manda la palla in tribuna: “La decorazione risale al 2000. Non è un bene culturale, di fatto non sarebbe nemmeno sottoposto a tutela. Eventuali modifiche sono ammesse perché è un’opera contemporanea però, se ci sono state, devono essere state concordate con le istituzioni interessate”.
Il Vicariato sottolinea che del restauro era a conoscenza, ma era chiaro che dovesse essere attuato “senza nulla modificare o aggiungere”. Ciò significa che mentre il Caravaggio “almirantiano” (da definizione del parroco) lavorava al cherubino dandogli forse le sembianze di Giorgia Meloni, dal Laterano nessuno buttava un occhio. Niente. Strano? Forse è la prassi: anni fa a Terni un artista argentino realizzò un enorme affresco nella cattedrale locale, ritraendo “omosessuali, transessuali, ladri, spacciatori, prostitute, prostituti, malavitosi tatuati”, altro che cherubini, insomma. “Ci sono due uomini – disse – che si cingono l’un l’altro: tra loro non c’è una tensione sessuale, ma erotica sì”. Tra i “protagonisti”, anche il vescovo dell’epoca, mons. Vincenzo Paglia, ritratto seminudo con zucchetto viola in testa. Nessuno, dall’alto, chiese dimissioni o stilò comunicati di fuoco. È l’arte, si disse.