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verso il voto

La Chiesa dovrebbe sapere bene che la fedeltà sta nella riforma e non nella conservazione

Luca Diotallevi

Csm, separazione delle carriere, giustizia. E un po’ di storia. Riflessioni sparse dopo i due comunicati della Cei sul referendum del prossimo marzo

"La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono temi che, come pastori e come comunità ecclesiale, non ci devono lasciare indifferenti. C’è un equilibrio tra poteri dello stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare”. Così nella prolusione del presidente della Conferenza episcopale italiana ai lavori del Consiglio permanente della stessa. Questo invece il comunicato ufficiale diramato dalla stessa Cei meno di 24 ore dopo a seguito della diffusa ricezione del testo appena citato come indicazione a votare No” al referendum costituzionale di fine marzo, ovvero a opporsi alla creazione di due Csm distinti: uno per giudici ed uno per pubblici ministeri (e ad altro ancora). “Il riferimento al referendum costituzionale sulla giustizia contenuto nelle considerazioni finali dell’Introduzione pronunciata ieri dal card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, all’apertura dei lavori del Consiglio episcopale permanente, in corso a Roma dal 26 al 28 gennaio, non contiene indicazioni di voto né orientamenti politici”. La domanda che vale la pena porsi non è come voteranno o inviteranno a votare i vescovi italiani, ma perché c’è stato bisogno di un chiarimento?

                           

Nella tradizione recente della Chiesa si era inserita (anzi era riemersa) una distinzione tra princìpi e modalità di realizzazione degli stessi. Sul piano delle modalità pratiche la limitazione del potere delle correnti della magistratura è garantita di più dal sorteggio o da una elezione dei rappresentanti dei pubblici ministeri nel Csm in collegi uninominali? Alla responsabilizzazione del pubblico ministero (che sempre deve scegliere cosa perseguire prima e cosa dopo) serve meglio la soluzione americana o quella francese? Come è chiaro, per risolvere problemi di questo genere non bastano i soli principi e dunque un certo pluralismo è a riguardo pastoralmente e teologicamente ragionevole.

Le cose cambiano se ci si sposta sul piano dei princìpi. E’ accettabile che la carriera di un giudice (che dovrebbe essere terzo ed indipendente dalle due parti) sia decisa da un organismo nel quale siedono anche i rappresentanti degli interessi di una delle due parti (quella dei pubblici ministeri)? Che ne direbbero i pubblici ministeri se le carriere dei giudici fossero decise dall’ordine degli avvocati? A questo livello (non di soluzioni, ma di principi) non si capisce affatto come possa giustificarsi un’afasìa da parte dei vescovi.

Una certa idea di giustizia e quella di un processo nel quale il giudice è terzo tra due parti tra di esse in condizioni di parità, eredità del diritto romano, è stata fatta propria dal cristianesimo sin da san Paolo. Non solo. Nel medioevo fu proprio la Chiesa prima a farla sopravvive e poi a rilanciarla. Lo ricordò chiarissimamente Benedetto XVI a Berlino. La difesa dei diritti (e il giusto processo è, insieme alla libertà religiosa, diritto fondamentale) è stata parte cruciale del magistero della Chiesa nei Padri come in Giovanni Paolo II. Nel Vaticano II e in Paolo VI ha toccato un apice raro ed è stata teologicamente rinsaldata. Basterebbe scorrere il Libro VII del vigente Codice di diritto canonico per mostrare il rigore con il quale la Chiesa applica alla propria dimensione giuridica il principio della terzietà del giudice e della parità tra le parti. Come spiegare allora la timidezza di oggi in questa materia da parte di tanti ecclesiastici? Non nasce da questa ritrosia il rischio di quel difetto di chiarezza agli effetti del quale a posteriori si tenta invano di sfuggire.

Negli ultimi lustri la timidezza in materia di diritto si è diffusa nella Chiesa cattolica (spesso ammantandosi di buonismo), per esempio sino a dimenticare che – entro i confini della storia umana – la Chiesa può chiamare pace solo ciò che sia opus iustitiae (rispetto del diritto).

Perché poi cercare di nascondersi dietro la lettera della Costituzione, la quale invece con saggezza ha previsto la possibilità di essere riformata anche in materia di giustizia? Costituzione che, si veda la VII disposizione transitoria, auspicava invece il superamento della normativa fascista la quale prevedeva tra l’altro il processo inquisitorio, la carriera unica, la presunzione di colpevolezza. La crescita civile e democratica del paese, il cambiamento dei tempi e delle circostanze, consentono e a volte esigono di formulare in modo migliore o più efficace rapporti come quelli tra le due parti nel processo ed il giudice terzo. In effetti, tale superamento è cominciato nel 1989 con la riforma che abolì il processo inquisitorio e ricostituì la parità tra le parti di fronte al giudice terzo, riforma promossa dal ministro Giuliano Vassalli (socialista e partigiano). E, tra i tanti, lo stesso Vassalli indicava nella separazione tra giudici e pm come passo necessario al completamento di quella stessa riforma. In base a quale principio può mai la Chiesa contrastare o anche solo dirsi indifferente rispetto a tale direzione di riforma?

Cosa porta la Chiesa a dimenticare la propria solidarietà con il diritto, ben prima che con la legge? E non dovrebbe inoltre la Chiesa sapere meglio di chiunque altro che non di rado la fedeltà sta nella riforma e non nella conservazione?

 

 

 

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