L'incomprensibile radicalità di Gesù per i cristiani di oggi

 "Obbedire a Dio perché mi può mandare all'inferno richiede un certo sforzo, ma non mi costringe a cambiare dentro. È più facile". Il Regno di Dio? "A noi, dopo duemila anni di cristianesimo, può sembrare un'espressione vaga che evoca una realtà tanto spirituale quanto imprecisa"

Matteo Matzuzzi

C’è un capitolo fondamentale della predicazione del Messia che da sempre disorienta i fedeli: la gratuità dell’amore. È un qualcosa di insostenibile che “ci disturba e ci mette in crisi”. Parla il teologo Adrien Candiard

“Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?”. (Matteo 19,16)


Alla fine, il pigro cristiano si domanda: ma perché devo andare a messa, a catechismo, alle processioni, a confessarmi? Tanto, Dio ci ama gratuitamente e senza condizioni, perdona tutto e sempre. I comandamenti, poi, quelli ricevuti da Mosè sul Sinai, a cosa servono? Domande non certo nuove, che il cristiano medio (ma anche “alto”, per restare nel campo delle facili categorizzazioni), s’è sempre fatto, salvo nei primissimi secoli, quelli in cui il ricordo del fatto nuovo accaduto in Galilea e Giudea era vivo e il sangue dei martiri ancora ben visibile sulle pietre di Roma. Adrien Candiard è un frate domenicano nato a Parigi e trasferitosi in Egitto, dove è priore del convento locale del suo ordine. E’ uno studioso con un passato anche da consigliere politico (di Dominique Strauss-Kahn, cui scriveva i discorsi), è membro dell’Institut dominicain d’études orientales ed è considerato uno degli autori contemporanei di spiritualità più interessanti nel panorama europeo. Il che non è da poco, considerato che su questo fronte il piatto langue assai, tra teologi che poi si scoprono essere sociologi e sociologi che partono dall’evidenza cristiana per finire a difendere ideologie e fomentare battaglie contro chi la pensa altrimenti. Candiard, no. Scrive cose apparentemente semplici ma che in tempi come questi dove tutto “deve” essere complesso, colpisce il lettore: sarà davvero così? Sì, risponde il cristianesimo: è proprio così.

 

L’ultima sua fatica è “La grazia è un incontro”, volume edito dalla Libreria editrice vaticana LEV (109 pp., 13 euro) e ne parla con il Foglio. Si parte subito dalla domanda più facile: a che servono i comandamenti se Dio è buono e tanto ci perdona? “A volte – risponde Candiard – pensiamo che mettere al centro della vita cristiana l’amore di Dio per noi significhi correre il rischio di abbassare i nostri standard, ma questo significa non sapere nulla dell’amore! Al contrario, il vero amore è estremamente esigente! Obbedire a Dio e ai suoi comandamenti solo perché è il più forte, perché può mandarmi all’inferno, non è molto difficile: richiede un certo sforzo, senza dubbio, ma non mi costringe a cambiare dentro. Accettare l’amore di Dio, entrare in una relazione d’amore con lui, significa cambiare dall’interno, e questo è un programma molto più ambizioso che rispettare qualche obbligo esterno. Una relazione d’amore non si accontenta del minimo indispensabile, come un alunno che mira solo al voto che gli permette di passare alla classe successiva: l’amore ci spinge a fare del nostro meglio, non solo a rispettare questo o quel precetto”. E poi, aggiunge Candiard, “questi famosi comandamenti non sono fatti per piacere a Dio, ma per il nostro bene. Se vado a messa, non faccio nulla per Dio (che comunque ha già tutto): sono io che sarò pazientemente trasformato e fatto crescere. Essere cristiani significa agire liberamente: non per piacere a Dio, ma per fare il bene, un bene che è anche per me”.

 

A noi però, povere anime occidentali del Ventunesimo secolo, sazie di ogni comfort possibile, il concetto di “gratuità dell’amore di Dio” risulta complicato da capire. Figurarsi metterlo in pratica... “Non ci piacciono le cose gratuite. Non nascondono sempre qualcosa? Questo può essere vero per le pratiche commerciali, ma non tutta la nostra vita è fatta di commercio! Ecco perché scoprire di essere amati in genere ci mette in crisi e ci disturba: preferiamo ciò che abbiamo guadagnato, meritato o acquisito. Un dono, come lo è sempre tutto l’amore vero, è più preoccupante: è davvero nostro, se non lo abbiamo comprato con i nostri sforzi? Non è così facile essere amati. Diciamo sempre che è difficile amare il prossimo come chiede Cristo, ma dimentichiamo che spesso è ancora più difficile accettare di essere amati, di poter essere guardati con amore. Tanto più che questa gratuità, già difficile da accettare per noi, diventa presto insopportabile quando va a beneficio di altri: perché Dio ama questa persona quando non lo merita affatto? Forse pensate che nessuno la pensi così, ma i sacerdoti sanno che vengono sistematicamente sgridati quando escono dalla messa dopo aver letto pagine del Vangelo come Il figliol prodigo o Gli operai dell’undicesima ora, che mostrano l’amore incondizionato di Dio per gli altri! Proprio perché trovavano insopportabile la predicazione di Gesù, che annunciava l’amore di Dio alle prostitute e ai peccatori, le autorità religiose del suo tempo lo misero in croce: la gratuità dell’amore di Dio sembrava loro del tutto scandalosa. Siamo davvero più avanti?”.

 

C’è un punto nel libro che è rilevante perché spesso è dimenticato, forse anche da qualche prete: la radicalità del discorso di Gesù va innanzitutto inserito nel contesto della Galilea del I secolo, dove – scrive Adrien Candiard – “annunciare il Regno di Dio non significava riferirsi a un’idea più o meno mistica. Era il momento atteso da tutti gli ebrei”. Qual è il messaggio per noi? “Il cuore della predicazione di Gesù, il tema su cui tornava instancabilmente, era il Regno di Dio. A noi, dopo duemila anni di cristianesimo, questa può sembrare un’espressione molto vaga, che evoca una realtà tanto spirituale quanto imprecisa, e così perdiamo di vista il fatto che al tempo di Gesù aveva immediatamente un significato politico: si trattava di riaffermare la sovranità di Dio sul suo popolo, soprattutto contro gli occupanti romani. Nel contesto di Gesù, l’espressione sa di ribellione apocalittica di ispirazione religiosa. Ma Gesù ne ha trasformato profondamente il significato: in questo è stato ancora più rivoluzionario! Laddove i malcontenti del suo tempo si aspettavano una risposta politica da parte di Dio, Gesù propone una realtà diversa, molto più ampia. Coloro che speravano di fare di lui il re, il capo della rivolta, sarebbero rimasti delusi e forse amareggiati: che cos’è questo Regno di Dio che non viene imposto con la forza e il cui portavoce finisce sulla croce? Ma il Regno di Dio predicato da Gesù non è un ripiegamento sulla vita spirituale, a scapito del mondo e delle sue realtà: al contrario, il Regno ha conseguenze su tutta la vita, anche se non si limita a un programma di azione politica. Che cos’è questo Regno? E’ una relazione, una relazione d’amore proposta da Dio, che ci libera e ci trasforma”.

 

Bisogno di senso, relazione d’amore, ricerca di “qualcosa” che muova il cuore. Lei getta sul tavolo la domanda del giovane ricco (Vangelo di Matteo), che – in fondo disperato – si domanda cosa debba fare per avere la vita eterna. Ai nostri giorni si parla tanto di giovani, del “problema dei giovani”. Un problema affrontato da un punto di vista culturale, politico e sociologico. Spesso in modo critico, denunciando che sono tutti presi solo dal loro smartphone, incapaci di avere relazioni con altre persone in carne e ossa, di reggere un confronto. Eppure, se magari l’impressione superficiale è questa, scavando a fondo si capisce che c’è ben altro. Poeticamente si potrebbe dire che un fuoco arde anche lì. Quanto allora è presente quella domanda del giovane ricco anche tra i giovani del nostro tempo, quanto sono alla ricerca di una vita intensa? “Il problema dei giovani è vecchio come il mondo. Abbiamo sempre temuto di non essere in grado di trasmettere l’essenziale ai giovani, considerati superficiali, volubili e inconsapevoli della vera posta in gioco. Probabilmente abbiamo ragione a essere preoccupati, ma lo siamo sempre stati! Certo, gli effetti della tecnologia sulla nostra vita interiore sono reali e talvolta devastanti (e non solo per i giovani). Ma mentre questi effetti sono visibili e innegabili, non vedo alcun cambiamento antropologico profondo nei giovani che incontro: di fronte alle sfide e alle difficoltà del loro tempo, la stragrande maggioranza cerca di fare del bene, di condurre una vita buona, una vita profonda e vera. Incontro ogni giorno il giovane ricco (e a volte è una giovane, naturalmente!). A volte è credente, ed è a Cristo che continua a porre la sua domanda; a volte non crede, e non ha nemmeno ricevuto alcuna educazione religiosa, ma le sue esigenze di vita sono le stesse, e le seduzioni comuni della ricchezza, del piacere o della fama non bastano a spegnere il suo desiderio di infinito”. In ogni caso, non c’è chi non cerchi la felicità. Anche se nessuno sa esattamente cosa sia e – scrive Candiard – “ancora meno sa dove cercarla. Le teorie non mancano ma non fanno l’unanimità”.

 

Come cercare e, si spera, trovare questa felicità non confondendola con la gioia fatua che può dare un brillante messo al dito? “Grazie al cielo, quando si arriva al dunque, le persone sono molto meno stupide di quanto pensino gli esperti di marketing. Certo, possono essere sedotte e ingannate da false promesse di felicità, così come possono perdersi in dipendenze mortali, ma di norma si rendono presto conto di essere sulla strada sbagliata. Il desiderio di felicità nel cuore umano è insaziabile, e a ragione: non si ferma finché non trova qualcosa che lo sazi. La vera saggezza, allora, non è accontentarsi di poco, rinunciare alla ricerca di una felicità profonda, ridimensionare le nostre ambizioni, ma cercare di soddisfare il nostro insaziabile desiderio solo nell’inesauribile, piuttosto che in oggetti limitati e destinati a deludere. Il peccato, alla fine, è sempre una mancanza di ambizione, una questione di piccoli guadagni che preferiscono le piccole soddisfazioni al richiamo dell’assoluto. Dire questo non significa ovviamente ridurre Dio a un metodo di benessere, da mettere in competizione con i libri di sviluppo personale, ma restituire a questa instancabile ricerca della felicità, che vediamo in tutti, la sua dimensione veramente teologica”. 

 

Torniamo a Gesù e, in particolare, a come tratta il Male. Lo fa in modo radicale, a tratti incomprensibile per l’uomo mortale. Una chiave per comprenderlo è la consapevolezza, scrive il frate domenicano, che Cristo non dà un giudizio sul passato, bensì sul peccato presente e futuro. In che senso? “Nel Discorso della Montagna, il lungo discorso di Gesù sulla vita cristiana, di cui il mio piccolo libro è essenzialmente un commento, Cristo è davvero radicale nei confronti del male: in un famoso passaggio, ci invita addirittura a tagliarci le mani e a cavarci gli occhi se ci portano al peccato. Naturalmente, questo non deve essere letto alla lettera, ma la radicalità della sua chiamata deve essere mantenuta: non ci possono essere compromessi o compiacimenti con il male. Gesù parla anche di perdono, dell’infinita misericordia di Dio nei nostri confronti, ma questa misericordia non può e non deve mai essere una scusa per l’autocompiacimento. La crisi degli abusi che la Chiesa sta attraversando oggi ci mostra che alcuni abusatori sono stati in grado di coprire i loro misfatti con un discorso falsamente cristiano sulla misericordia, cercando così di minimizzare il danno fatto alle vittime: questa è una terribile perversione, che sfigura il perdono di Dio. Dio non mi rinfaccia il male che posso aver commesso; vuole perdonarlo, il che non significa negarne l’esistenza, ma non farne un eterno prigioniero. Questo non mette assolutamente in discussione la gravità del male. Il perdono non è una forma di indulgenza, di scrollare le spalle e dire: ‘Non è poi così grave’. Dio può perdonare il male, anche e soprattutto se è grave. Ma questo non porta a nessuna forma di indifferenza verso il male che ho davanti, il male che potrei commettere; non per un gretto moralismo, ma perché il male fa male: fa male a me che lo faccio e fa male agli altri. La misericordia di Dio non è tolleranza o ingenuità verso questa realtà, che è fin troppo presente nel nostro mondo. Il perdono di Dio è un modo per vincere il male, non certo per far finta che non esista!”.

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.