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"Non ho mai coperto pedofili. Di cosa sarei colpevole?". Il cardinale Barbarin sfida la gogna che l'ha già condannato

Il processo all'arcivescovo di Lione segue il consueto canovaccio: l'esponente della chiesa solo davanti a una sfilata di vittime che lo accusa di aver protetto sacerdoti criminali. Ma stavolta il cardinale si è ribellato

9 Gennaio 2019 alle 18:29

"Non ho mai coperto preti pedofili. Di cosa sarei colpevole?".  Il cardinale Barbarin sfida la gogna che lo ha già condannato

Il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione (LaPresse)

Roma. “Non vedo di cosa sono colpevole”, ha detto il cardinale arcivescovo di Lione e primate delle Gallie, Philippe Barbarin, davanti al collegio dei giudici chiamato a stabilire se abbia coperto negli anni gli abusi su minori di padre Bernard Preynat avvenuti negli anni Settanta e Ottanta. Davanti a lui, i giudici in toga nera e la teoria di testimoni (vittime) a denunciare l’inazione del cardinale, che tutto avrebbe saputo e nulla avrebbe fatto. Tutto ha inizio quattro anni fa quando Alexandre Hezez raccontò le malefatte di Preynat. Storie vecchie – Hezez ha oggi quarant’anni – che però miravano tutte a Barbarin, reo di non aver denunciato l’abusatore alla giustizia pur essendo nel frattempo venuto a conoscenza dei fatti. Per la cronaca, Barbarin è arcivescovo di Lione dal 2002. Subito, come avviene sempre (il caso australiano con i vescovi alla sbarra rappresenta un’ottima guida in tal senso) spuntano altre vittime, che denunciano Barbarin.

 

La magistratura si attiva ma nel 2016 stabilisce che Barbarin è innocente: non ha mai ostacolato la giustizia. Se anche il cardinale avesse saputo qualcosa prima del 2014, tutto sarebbe prescritto. Ma in Francia esiste la “citazione diretta”, che consente di portare un accusato direttamente a processo. E così l’arcivescovo si è trovato sul banco degli imputati. I testimoni ripetono la storia nota: sapeva e non ha fatto nulla. Barbarin ha ascoltato in silenzio fino a quando Hezez ha detto che il cardinale mai gli suggerì di denunciare Preynat. A quel punto, l’imputato si alza in aula e sbotta: “Non è vero! Ricordo perfettamente di averlo fatto. Gli ho detto di trovare altre vittime per le quali i fatti non sono prescritti, assicurando il mio sostegno. Non ho mai cercato di nascondere, tanto meno di coprire questi fatti orribili”. Un moto d’orgoglio che produrrà molto poco. La grancassa mediatica da tempo è al lavoro sul caso Barbarin, trasformato nel simbolo di una chiesa dedita a coprire pedofili seriali e criminali della peggior specie.

 

Perfino tra le file del clero francese è partita la gara a chi prende il più velocemente possibile le distanze dal vescovo, con petizioni di sacerdoti che ne invocano le dimissioni o pretendono un intervento del Papa per cacciare il cardinale diventato scomodo. I più moderati intravedono nella burrasca che sta travolgendo la chiesa francese l’occasione per una sana purificazione per ripartire dalla base riconoscendo peccati ed errori del passato. Barbarin come capro espiatorio per ribaltare tutto, come ha fatto capire lo scorso autunno il sacerdote Daniel Duigou, che suggerisce di cogliere l’occasione per smontare la struttura piramidale della chiesa, facendo diventare tutti, “uomini e donne, sacerdoti e laici corresponsabili nel suo governo”. Nel frattempo, però, il Papa ha parlato e agito. Durante una delle sue celebri conferenze stampa in aereo (a braccio), Francesco ha accusato i media di “creare un clima di colpevolezza” anche se “se ci sono sospetti o prove o mezze prove” non c’è “niente di cattivo nel fare un’indagine”. L’importante, però, è che “si faccia sul principio giuridico fondamentale, nemo malus nisi probetur, nessuno è cattivo se non lo si prova”.

 

Per quanto riguarda l’indirizzo da dare alla chiesa francese, la nomina del nuovo arcivescovo di Parigi, pubblicata un anno fa, parla chiaro: Michel Aupetit, un medico diventato prete in età molto adulta, esperto di bioetica, sostenitore di chi presidia la piazza in difesa del matrimonio “classico” (per citare un’espressione usata dal cardinale austriaco Christoph Schönborn qualche giorno fa) e convinto che la sedazione profonda sia una forma di “eutanasia mascherata”. Libération, il giorno dopo l’annuncio della nomina, scrisse che si trattava di un “conservatore radicale”. Non proprio un campione dei combattenti per la distruzione della struttura piramidale della chiesa. 

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