Angelo Scola, cardinale arcivescovo emerito di Milano (Foto LaPresse)

Ritorno all'anno zero

Angelo Scola

Dall’èra ruiniana al bisogno di una nuova concezione della politica dopo il voto. Un libro del cardinale Scola

Pubblichiamo alcuni stralci tratti da “Ho scommesso sulla libertà”, il nuovo libro del cardinale Angelo Scola, una conversazione con il giornalista Luigi Geninazzi. Il volume, edito da Solferino (288 pp., 18 euro) sarà in libreria da domani. Oggi, alle ore 19, presso il Salone Intesa Sanpaolo A3 della Fiera di Rimini, l’arcivescovo emerito di Milano discuterà sul tema “Libertà e speranza”.

 


 

Benedetto XVI passerà alla storia come il Papa dei “princìpi non negoziabili” riguardanti la difesa e la promozione della vita. Oggi quell’espressione è caduta in disuso ed è oggetto di critiche anche all’interno della Chiesa. Si tratta di una formula superata?

 

Come ha spiegato lo stesso Benedetto XVI, questi princìpi sono insiti nella natura umana e quindi l’azione della Chiesa in loro difesa non ha un carattere confessionale, ma si dirige a tutti cittadini, a prescindere dalla religione e dalle credenze di ciascuno. Secondo Papa Ratzinger, qui sono in gioco dei contenuti morali che riguardano la dignità della persona in quanto tale e dunque non possono essere sminuiti o cancellati. E’ un’affermazione giusta e sacrosanta che mi trova totalmente d’accordo nella sostanza, anche se preferisco parlare di “princìpi irrinunciabili”. Il termine “non negoziabile” infatti può introdurre l’idea che la Chiesa è chiusa al confronto. Con il passare degli anni personalmente ho maturato una concezione più sfumata per quanto riguarda l’intervento della Chiesa nella società plurale. Penso che oggi sia molto arduo mostrare la convenienza della posizione cristiana se non è accompagnata dalla forza della testimonianza. Con un’avvertenza: la testimonianza cui faccio riferimento non è qualcosa d’individualistico e d’intimistico, come pensano coloro che la contrappongono alla presenza e all’azione. Io intendo la testimonianza come un atteggiamento fondamentale del credente che sa comunicare le ragioni della sua fede nell’ambito pubblico, raccontando se stesso e lasciandosi raccontare dagli altri. Per fare un esempio: è attraverso la testimonianza della bellezza della vita famigliare e della pienezza del mistero nuziale che i cattolici dimostrano d’aver qualcosa di decisivo da dire a proposito delle unioni civili e del cosiddetto “matrimonio omosessuale”. Non è una via al disimpegno, anzi. Il confronto può arrivare a essere anche molto duro, soprattutto quando il dibattito si fa politico e riguarda l’intervento legislativo. In ogni caso i modi e gli strumenti del confronto cui la Chiesa non si può sottrarre vanno decisi di volta in volta, in modo realistico.

 

I modi e gli strumenti con i quali vennero difesi i princìpi non negoziabili teorizzati da Benedetto XVI sono stati quelli messi in campo dall’allora presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini. Sotto la sua guida la Chiesa italiana tornò a essere protagonista nella vita pubblica, nel 2005 con l’invito all’astensione nel referendum sulla fecondazione assistita e nel 2007 con una grande manifestazione di piazza contro i Dico (il progetto di unioni civili varato dal governo Prodi). Una strategia che risultò vincente: il referendum non passò e il decreto sui Dico fu ritirato. Lei, Eminenza, ha condiviso la linea Ruini appoggiandola apertamente. Ritiene ancora che fosse la linea giusta?

 

“Chi ha accusato Ruini di intollerabile ingerenza non ha capito niente. Lui non ha agito per imporre l’egemonia della Chiesa”

Gli interventi nella sfera pubblica del cardinale Ruini hanno la loro premessa nella svolta del convegno ecclesiale di Loreto che, come ho già avuto modo di ricordare, venne proposta autorevolmente ed efficacemente da Giovanni Paolo II, cui stava molto a cuore il ruolo anche pubblico della fede per il bene di tutta la società. Con la fine del partito dei cattolici e il venir meno della mediazione politica così come si era configurata fino a quel momento, il presidente della Cei si è visto costretto ad assumere il compito, senza dubbio gravoso e per molti aspetti impopolare, di rappresentare direttamente e pubblicamente la preoccupazione dei credenti per la difesa dei valori fondamentali della persona, della vita e della famiglia nell’ordinamento civile. Lo ha fatto con intelligenza e realismo ponendosi come interlocutore dei politici e del governo sulle questioni antropologiche fondamentali. Lo ha fatto non per ottenere favori o privilegi alla Chiesa ma per salvaguardare la sanità del corpo sociale da una deriva nichilista pericolosa, avendo di mira non l’interesse particolare della sua parte ma l’interesse generale di tutta la società. Come ebbe occasione di dire Benedetto XVI, in un discorso agli esponenti del Partito popolare europeo nel marzo del 2006, “la Chiesa, intervenendo nel dibattito pubblico, non sta manifestando forme di intolleranza o di interferenza, ma esprime riserve e ricorda principi al fine di illuminare le coscienze anche se questo può entrare in conflitto con situazioni di potere”. E’ in questo orizzonte che va collocata la scelta, assolutamente condivisibile, compiuta dall’allora presidente della Cei. Per far presente l’indispensabilità di certi valori a livello generale Ruini ha valorizzato le forze della società civile come il Movimento per la Vita e il Forum per le Famiglie e ha suggerito comportamenti del tutto legittimi, come l’astensione al referendum sulla fecondazione artificiale. Chi lo ha accusato di intollerabile ingerenza e di gioco di scambio non ha capito niente. Il suo non era un do ut des, non ha barattato il voto dei cattolici, per esempio, per avere più soldi alle scuole private. Contrariamente a quanto sostengono i suoi critici, Ruini ha agito non per imporre l’egemonia della Chiesa sulla società, ma nella logica del servizio e della testimonianza. Non posso negare che ci fosse qualcuno, allora, che nutriva sogni egemonici. Ma certo non il cardinale Ruini, cosciente che la modalità d’intervento della Chiesa nella vita pubblica dipendeva molto dalle condizioni del momento che, in Italia, stavano rapidamente peggiorando. Ha saputo valutare la situazione e ha avuto successo, rendendo incisiva ed efficace la testimonianza pubblica e coraggiosa di milioni di cattolici, insieme con molti non credenti. E’ ingiusto e antistorico giudicare la presidenza di Ruini come un’involuzione di tipo egemonico contrapponendogli il magistero di Papa Francesco come fosse un ritorno all’autenticità del Vangelo.

 

In sintesi, qual è il suo giudizio sulla lunga stagione ecclesiale del “ruinismo”?

 

Quella del cardinale Ruini è stata una leadership di rande autorevolezza. Il suo è stato un protagonismo non esente da qualche difetto in alcune formulazioni, come la famosa frase con cui rispose alle critiche ai cattolici, “meglio contestati che irrilevanti”, giudicata da qualcuno un po’ troppo arrogante. Ma l’azione della Chiesa italiana sotto la sua guida, in stretta unità con Giovanni Paolo II, si è rivelata la più adatta ed efficace in quella determinata fase storica. Un bilancio più che positivo che non riguarda solo l’azione politica. Ruini ha trasformato la Cei facendola diventare una conferenza episcopale a pieno titolo, sia dal punto di vista dei contenuti sia da quello dell’organizzazione. E con un’iniziativa geniale quale fu il Progetto culturale, purtroppo sottostimato da parte del mondo cattolico, seppe rilanciare la centralità della questione antropologica riunendo intellettuali di ogni estrazione a dibattere di questo tema cruciale in un confronto libero e aperto. A questo proposito, restano memorabili i convegni internazionali “Dio oggi. Con lui o senza di lui cambia tutto” del 2009 e “Gesù nostro contemporaneo” del 2012, due eventi che hanno visto la partecipazione di oltre duemila persone.

 

Lei, Eminenza, era considerato il successore naturale del cardinale Ruini alla guida della Cei Il suo nome era in cima alla lista dei candidati ma poi, nel marzo del 2007, come nuovo presidente della Conferenza Episcopale Italiana venne nominato l’allora monsignore Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova. Come mai?

 

All’inizio del 2007 era diffusa l’opinione che sia Benedetto XVI sia il cardinale Ruini avrebbero visto bene la mia nomina come presidente della Cei. Poi sarebbero sorte delle difficoltà, dovute alla netta opposizione del cardinale Bertone. Sta di fatto che alla guida della Cei venne nominato monsignor Bagnasco e devo riconoscere che si rivelò la scelta giusta, oserei dire provvidenziale, in quanto la sua personalità era certamente molto più adatta della mia per un ruolo che esige una grande e paziente capacità di mediazione e deve poter contare sul più vasto consenso possibile all’interno dell’episcopato italiano.

 

La fine dell’èra Ruini ha significato un cambio di strategia per la Chiesa italiana. Come lo spiega? E, soprattutto, come lo giudica?

 

“Per un credente è ormai del tutto evidente che non è più pensabile la costruzione di un partito dei cattolici”

Il cambio di strategia, per usare la sua espressione, non è dipeso dall’uscita di scena del cardinale Ruini il cui stile e la cui impostazione sono stati sostanzialmente mantenuti dal cardinale Bagnasco. Se c’è una discontinuità molto evidente tra l’èra Ruini e la fase attuale della Chiesa italiana questa, a mio avviso, è dovuta a due motivi fondamentali. Il primo è che gli strumenti con i quali la Chiesa italiana aveva scelto di intervenire nella vita pubblica per salvaguardare i valori irrinunciabili della persona non sono più utilizzabili allo stesso modo. Quel che si è rivelato molto efficace quindici o dieci anni fa oggi rischia di essere un’arma spuntata. Il processo di secolarizzazione è andato avanti in modo impetuoso e la capacità del credente di testimoniare la valenza sociale della fede si è purtroppo indebolita. Per questo bisogna valutare molto attentamente le azioni da mettere in campo. Certe scelte alla fine possono rivelarsi controproducenti, mentre a volte è auspicabile giungere a un compromesso che limiti i danni. Per esempio, in una società plurale il principio del matrimonio come unione indissolubile fra un uomo e una donna e aperta alla vita può essere salvaguardato anche in presenza di una qualche forma di riconoscimento da parte dello stato di altri tipi di unione, purché non siano in alcun modo equiparati al matrimonio. E se il dialogo non dà risultati e la legge va a intaccare i princìpi irrinunciabili, come per esempio è avvenuto con la legge sul biotestamento approvata dal Parlamento italiano nel 2017, allora è doveroso battersi perché venga riconosciuto il diritto all’obiezione di coscienza (come già successo per l’aborto). Su questo punto ritengo importante far emergere la dimensione sociale dell’obiezione di coscienza. Ho in mente il film “La battaglia di Hacksaw Ridge” che racconta la storia del primo obiettore di coscienza dell’esercito statunitense, Desmond Doss, il quale durante la Seconda guerra mondiale riuscì a salvare decine di commilitoni dagli attacchi dei giapponesi a Okinawa senza mai usare le armi. Voglio dire che il richiamo alla libertà di coscienza del singolo deve essere inserito nella vita di un popolo o di una realtà popolare. Ancora una volta è decisiva la forza della testimonianza non solo individuale ma comunitaria. Oltre a questo motivo di carattere sociologico e culturale c’è poi un altro decisivo fattore di discontinuità nell’azione della Chiesa ed è indubbiamente il pontificato di Francesco.

 

Con Papa Bergoglio siamo di fronte a una netta rottura col passato?

 

L’introduzione di elementi di discontinuità è vitale per la Chiesa, lo è sempre stato storicamente e lo è soprattutto oggi, e questo non contraddice l’elemento essenziale della continuità che per il credente si chiama Tradizione. In questo senso, la discontinuità nella Chiesa non deve mai diventare una rottura con il passato ma costituire un’iniezione di forza e di vitalità. Quando Papa Francesco dice di non condividere l’espressione “valori non negoziabili”, e si astiene dal lanciare grandi battaglie in difesa della vita o della famiglia, non significa che non li abbia a cuore, semplicemente mostra di avere una diversa gerarchia. Basta andare a vedere tutte le sue prese di posizione, anche recentissime, contro l’aborto o le sue dichiarazioni sulla “colonizzazione ideologica” della teoria gender, o il suo deciso e commovente intervento sul caso del piccolo Alfie Evans, per rendersi facilmente conto che c’è assoluta continuità fra la sua predicazione e gli insegnamenti tradizionali della Chiesa. Il fatto che non li ripeta tutti i giorni non significa che sia mutata la dottrina! Ma Francesco evidenzia con forza anche altri temi: la giustizia sociale, la preferenza per i poveri e per quanti nella società vengono considerati come “scarto”, l’accoglienza degli immigrati, la cura per l’ambiente… Questo non significa che il Papa consideri l’aborto un male minore. Piuttosto credo sia convinto che nelle società ultrasecolarizzate del nostro tempo è bene riproporre tutta la scala dei princìpi irrinunciabili, dando più spazio a quelli sui quali c’è più sensibilità e attenzione, al fine di provocare una conversione dei cuori che consenta di promuoverli tutti. Mi sembra che Papa Francesco rispetto ai suoi predecessori abbia scelto un’altra strada, non sul piano della sostanza, ma del modo di proporla. Vedremo se avrà più successo!

 

Le elezioni del marzo 2018 in Italia hanno segnato la scomparsa degli ultimi residui che si richiamavano ai valori e ai simboli della tradizione politica dei cattolici. E’ la fine di una storia, l’inizio di un’epoca caratterizzata dalla totale irrilevanza dei credenti nella sfera pubblica?

 

L’impressione in effetti è di essere tornati all’anno zero. E’ una crisi che non riguarda solo il cattolicesimo politico ma anche i partiti in qualche modo legati alla storia del movimento operaio. E’ l’ennesimo sintomo di un cambiamento d’epoca che richiede una nuova concezione della politica, la cui azione si è talmente deformata da aver perso il suo significato fondamentale. Per un credente è ormai del tutto evidente che la modalità non può più essere la costruzione di un partito dei cattolici. Il futuro appartiene a forme e aggregazioni plurali capaci al loro interno di grande libertà nell’accogliere persone e forze dotate di un elemento identitario dinamico, teso a un progetto comune. E’ molto importante ribadire con forza che la politica non può prescindere dagli ideali. Se mancano, diventa succube di processi che stenta a comprendere e fa ancor più fatica a governare. Penso alle grandi questioni poste dall’ingegneria genetica e dalle neuroscienze, ai problemi legati alla rivoluzione digitale e ai new media, agli squilibri climatici, allo sconvolgimento in economia del rapporto tra produzione e finanza, al fenomeno dell’immigrazione di massa e più radicalmente all’ingiustizia nella ripartizione dei beni che costringe una gran parte della popolazione mondiale alla miseria e addirittura alla fame. Su tutto questo la politica oscilla pericolosamente tra la ricetta semplicistica e l’impotenza, mascherata da promesse e progetti fumosi. Mi ha molto colpito che in un recente incontro di esperti sia sorta l’esigenza di affrontare ex novo il tema del “politico” in senso pieno, citando come esempio i grandi trattati di Aristotele e di Platone. Un simile lavoro di ricerca sarebbe di grande importanza anche oggi, pur in uno scenario totalmente mutato. Se accettiamo la logica per cui nella storia i processi si impongono e non ci chiedono il permesso per accadere, credo che anche in questo contesto possiamo guardare al futuro con speranza. In particolare penso che, grazie a Dio, ci sia ancora l’intenzione di mantenersi attaccati alla visione cristiana da parte di non pochi che si giocano in politica.

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