Terra, tetto e lavoro: la chiesa di Francesco e il rischio grillesco

Le comunità ecclesiali esercitano assai poco discernimento e l'allegra cacofonia dei proclami ecclesiastici non fornisce alcun ragionevole orientamento agli elettori. La risposta di Diotallevi al girotondo fogliante sul voto cattolico

14 Marzo 2018 alle 13:34

Terra, tetto e lavoro: la chiesa di Francesco e il rischio grillesco

La Basilica di San Pietro a Roma (foto Wikipedia)

Il Foglio ha chiesto a varie personalità il motivo dello scollamento tra la linea della chiesa e le scelte dell'elettorato cattolico. La distanza appare sempre più profonda, è davvero realizzabile quella “terza via” tra il collateralismo e il rischio di irrilevanza di cui ha parlato la scorsa settimana l’arcivescovo Bruno Forte in un’intervista al Corriere della Sera?

   


   

Esiste – e se sì – a cosa è dovuto lo scollamento tra quanto la chiesa proclama su grandi temi quali ad esempio immigrazione e lavoro e il conseguente comportamento dei cattolici una volta entrati in cabina elettorale?

   

Diciamo, senza alcuna nostalgia per dottrinarismi e “valori non negoziabili”, che la chiesa – i pastori, per essere più precisi – non proclama alcunché, o forse che proclama e basta, ma nel senso letterale del termine (proclama): strilla tra strilli, suggestioni tra suggestioni. Suggestioni e strilli un po’ più educati degli altri, forse, ma nulla di più. Papa Francesco invita al discernimento, ma oggi le comunità ecclesiali e anche i soli pastori lo esercitano assai poco. Se ne comprende la ragione: è difficile, richiede cultura, ascolto, pensiero, umiltà, grande libertà spirituale, ma non ha alternative. La genericità dolce, la allegra cacofonia dei proclami ecclesiastici non fornisce alcun ragionevole orientamento agli elettori.
I laici, dal canto loro, hanno l’enorme colpa o di dimenticare il rilievo della fede per la vita (seppure mai deduttivo) o di aspettare (sebbene la politica – come qualsiasi azione nel secolo – rientri nella loro competenza, e non in quella dei vescovi). Almeno così insegna il Magistero della chiesa. Il gran movimento che si vede è più un divagare confuso o uno scaltro riposizionarsi che non altro. E in questo divagare e riposizionarsi (febbrile in alcuni ecclesiastici non meno che negli “indipendenti di…” mestiere), certi accenti di Papa Francesco, indipendentemente dalle intenzioni, risuonano grillescamente. A me, chiedere allo stato “terra, tetto e lavoro” proprio non va giù.

   

Monsignor Bruno Forte sul Corriere della Sera ha nei giorni scorso auspicato una “terza via” tra il collateralismo e il rischio di irrilevanza. Ci sono spazi in Italia per una “terza via”? In che cosa potrebbe o dovrebbe consistere?

   

Cosa intenda mons. Forte non saprei dirlo. Per parte mia, tanto per cominciare, non userei mai la espressione “terza via”. Fare qualcosa di nuovo si deve, ma questo richiede partire da quello che c’è. E quello che c’è è una alternativa secca tra tra “aperto” e “chiuso”, tra “società più aperta” e “società più chiusa”. (L’etichetta “aperto” non è adeguata e si può rivelare fuorviante, ma il Foglio la usa e allora la uso anche io.) Niente “terze vie”, dunque, ma, drastica opzione per “aperto”, per “società più aperta” e contro “società più chiusa”. Solo così, per altro, si esprime vero rispetto per le paura dei nostri connazionali e i tanti loro disagi, non li si rispetta invece quando li si strumentalizza. A me pare che l’insegnamento sociale della chiesa e la storia del cattolicesimo italiano non indichino altro che le ragioni forti per una risoluta opzione in questa direzione. Direi di più, senza il contributo del cattolicesimo italiano, e dunque anche di un attrezzato cattolicesimo politico, la opzione per “più apertura”, ha perso in partenza. L’Italia è fatta così: ha una grande minoranza cattolica che da sola non può far nulla e senza una parte della quale non si può far nulla di buono. Ammesso e non concesso che questa sia la prospettiva giusta, per me lo è, la particolare elaborazione teorica e pratica di un incontro tra cattolicesimo e liberalismo anglosassone di cui Sturzo e De Gasperi furono protagonisti, cui Paolo VI diede una sostanza magisteriale e spirituale e che nel 2005 Benedetto XVI indicava come esempio di rinnovamento per tutta la chiesa, è un formidabile know-how politico che resta a portata di mano, solo a volerlo.

    

Luca Diotallevi, ordinario di Sociologia, Università di Roma Tre

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