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Il 4 marzo dimostra la distanza degli elettori dal magistero pontificio

La chiesa italiana, al di là dei formali atti di ossequio, non è certo fra quelle più in sintonia con l’insegnamento papale. La risposta di Daniele Menozzi al girotondo fogliante sul voto cattolico.

14 Marzo 2018 alle 13:29

Il 4 marzo dimostra la distanza degli elettori dal magistero pontificio

Papa Francesco (foto LaPresse)

Il Foglio ha chiesto a varie personalità il motivo dello scollamento tra la linea della chiesa e le scelte dell'elettorato cattolico. La distanza appare sempre più profonda, è davvero realizzabile quella “terza via” tra il collateralismo e il rischio di irrilevanza di cui ha parlato la scorsa settimana l’arcivescovo Bruno Forte in un’intervista al Corriere della Sera?

 


 

Esiste – e se sì – a cosa è dovuto lo scollamento tra quanto la chiesa proclama su grandi temi quali ad esempio immigrazione e lavoro e il conseguente comportamento dei cattolici una volta entrati in cabina elettorale?

 

Per quanto sia difficile determinare i flussi del voto cattolico, si può certo dire che i risultati elettorali evidenziano la distanza della larga maggioranza dei votanti dalle indicazioni del magistero pontificio. Una causa remota mi pare sia la diffusione di una interpretazione dell’aggiornamento conciliare come riconoscimento della piena autonomia dei credenti in materia politica. A questa ragione si è poi aggiunto il recente ampliamento, introdotto da Papa Francesco, delle sfere di autonomia delle chiese nazionali. E la chiesa italiana, al di là dei formali atti di ossequio, non è certo fra quelle più in sintonia con l’insegnamento papale.

 

Monsignor Bruno Forte sul Corriere della Sera ha nei giorni scorso auspicato una “terza via” tra il collateralismo e il rischio di irrilevanza. Ci sono spazi in Italia per una “terza via”? In che cosa potrebbe o dovrebbe consistere?

 

Nella sua intervista, mons. Forte ha indicato cosa intendeva per “terza via”: incisivi interventi di vescovi e comunità ecclesiali su temi ispirati a valori evangelici. Credo che questa indicazione generale si possa sviluppare. Non si tratta di formare nuove aggregazioni politiche o di fiancheggiare qualcuna di quelle esistenti, bensì di mostrare il valore politico della testimonianza cristiana: i concreti comportamenti dei fedeli, a livello individuale e collettivo, sono chiamati ad evidenziare l’alternativa evangelica agli orientamenti correnti. Con la consapevolezza delle difficoltà che ogni minoranza deve fronteggiare.

 

Daniele Menozzi, ordinario di Storia contemporanea alla Scuola Normale Superiore di Pisa

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Commenti all'articolo

  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    14 Marzo 2018 - 21:09

    Sono papista perché mi sento cattolico, però dopo sei Papi, questo non lo capisco, sperando che almeno si capisca lui, ma ora si ora no. L'articolo accenna in titolo al magistero pontificio, ma dal 63 questa è la prima volta che nelle elezioni la voce della Chiesa nessuno l'ha sentita o percepita chiara ed univoca. Se poi si va a sentire Bruno Forte, se ne sente di tutte ed il contrario di tutte. Però, in merito, a me sembra invece che il rosario/vangelo sbandierato da Salvini, ipso facto scomunicato, abbia propiziato la fuìta della chiesa bergogliana tra le braccia dei conquistadores pentastelluti. Embè: dopo il diritto al reddito di cittadinanza, poteva mancare il paradiso di diritto per nascita-al-Cielo?

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