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Cara Annalena, carissima Chiara

Un anno è la fotografia di te stesso che vai via. La pazza gioia e l’impossibilità di diventare grandi

Chiara Gamberale e tutte le volte in cui si diventa madri, la tosse secca alta di gola, i rompiscatole in visita e buon compleanno Vita

23 Novembre 2018 alle 10:08

Un anno è la fotografia di te stesso che vai via. La pazza gioia e l’impossibilità di diventare grandi

Roma, 23 novembre 2018, 00:01

Cara Annalena,

un anno è la fotografia di te stesso che vai via, canta il nostro Ivano Fossati, ed eccolo di nuovo, l’ha fatto, è tornato il ventitré novembre.

 

Vita oggi compie un anno, io con lei, e va già via quella giornata gloriosa, dove mentre non capivo niente succedeva tutto. Diventa una fotografia.

 

E lo diventano anche tutte le altre giornate in cui, mentre Vita cresceva, io diventavo sua madre.

 

Perché questo, dopo un anno, l’ho capito: non è vero che, appena un figlio nasce, la donna che lo ha partorito, magia!, diventa madre, o almeno a me non è successo così. La persona che più mi conosce sostiene sia miracoloso che io in quest’anno abbia cambiato tutte le abitudini ma non abbia cambiato carattere, eppure mentre dice “miracoloso”, io sono certa che voglia dire “vergognoso”, e mi sale un vago senso di colpa. Perché mi pare di non avere permesso neanche all’evento più sensazionale della mia esistenza di scombiccherare i miei meccanismi più profondi. E perché un po’ vigliaccamente speravo proprio succedesse, speravo di liberarmi una volta per tutte della solita, pallosa, inutilmente intensa me grazie a Vita.

  

Invece sono ancora tutta qui. E però sto diventando sua madre, appunto.

  

Lo sono diventata il venti dicembre, lei non aveva ancora un mese: allattarla mi riempiva di pazza gioia, ma l’ho portata dal pediatra ed è venuto fuori che non solo non aveva preso peso dal giorno della nascita, l’aveva perso. Il motivo era che non avevo abbastanza latte, anzi non ne avevo quasi per niente, dovevo accettarlo senza fare storie e passare subito al latte artificiale. E per il dispiacere che la mia gioia pazza finisse in quel momento non c’è stato spazio, se l’è rubato tutto l’ansia pazza per il suo peso.

  

Lo sono diventata qualche giorno dopo, il ventitré dicembre, lei compiva un mese e io ho realizzato che mi sentivo fondamentalmente da sola, in quest’avventura, e ho inventato una canzoncina segreta, la nostra canzoncina che ancora ci accompagna.

  

Lo sono diventata a mezzanotte del primo gennaio, quando i miei amici sono andati sul balcone per vedere i fuochi mentre io sono rimasta con lei, dentro, e tutto il mondo fuori, e ho sentito chiaramente che quello che avevo sempre chiamato fuori e avevo sempre chiamato dentro non avrebbero avuto più, mai più lo stesso significato.

  

Sempre a gennaio, quando ho ricevuto una proposta di lavoro bellissima, che aspettavo da anni, ma che mi avrebbe portato lontana da Roma fino a maggio per tre giorni alla settimana: e senza nemmeno pensarci ho risposto di no.

 

A febbraio, quando le ho comprato un vestito di Carnevale da fragolina e mi sono messa un maglione rosso tanto così, per essere intonate, è venuta Elisa con le frappe e le castagnole ed eravamo in tre, ma sembravamo tantissimi, a quella festa.

  

A marzo, quando c’è stato il battesimo: sono stata indecisa fino all’ultimo se farlo o non farlo, perché i miei rapporti con quello che non si vede sono controversi, ma poi ho deciso che sì, lo volevo fare, anche solo perché ci tenevo a dare un ruolo che potesse avere un nome all’amore di Manuela e Emanuele per lei, che sono un po’ meno ma molto di più di due zii, sono la madrina e il padrino, appunto. E quando siamo entrati in chiesa, sui banchi della prima fila c’era un cartello: GENITORI. Istintivamente ho detto ai miei di sedersi lì, poi ho realizzato che no, i genitori in quel caso non erano loro, il genitore ero io, parlava di me quel cartello, era a me che diceva siediti qui.

  

Ad aprile, quando ci siamo trasferite per un po’ a Siracusa, io a impostare il nuovo romanzo, lei a respirare e a passare dal latte alle prime pappe: un giorno è spuntato un sole benedetto, forte e caldo, si poteva andare finalmente al mare, ho preso la crema solare per lei, la pappa per lei, il cappellino per lei, il biberon, un pannolino di ricambio, un costumino di ricambio, il bavaglino, ho caricato il passeggino in macchina e quando siamo arrivate in spiaggia mi sono spogliata e mi sono accorta che ero in mutande, per lei c’era tutto, ma io non mi ero messa neanche il costume.

 

A maggio, ogni giorno: è stato un mese tremendo, se ci ripenso non lo so come ho fatto a non impazzire. Invece no, lo so: non sono impazzita perché per lei non era previsto che io impazzissi, non era possibile.

 

A giugno, il nove, quando abbiamo preso il traghetto per Procida insieme.

 

A luglio, un giovedì.

Ad agosto, quando ho dovuto prendere atto del fatto che Tolep, il mio cane di sempre e per sempre, proprio non me la perdonava questa bambina, la odiava e basta: ho dovuto scegliere fra lei e lui e ho portato lui in un posto meraviglioso, La Cuccia d’Argento, e che però non è più casa mia.

A settembre, quando me l’ha detto lei: mamma, e pure se lo ha detto parlando a una mucca che pende dal soffitto della mia camera, mi è sembrato che lo dicesse proprio a me: sei tu, sei mia mamma.

A ottobre, quando le è venuta la prima influenza, la febbre non scendeva mai, è durata dieci notti quella notte.

Divento sua madre quando non ha paura, perché lei si butta sempre, quello che è nuovo le interessa e basta, va incontro a chi le sta davanti, ride, gli mette un dito in bocca, dice bap, storce la manina per fare ciao: e io penso sei grande.

Quando si toglie un calzino e se lo porta sull’orecchio per imitare me che parlo al cellulare e mi fa venire voglia non solo di parlare meno al cellulare, ma di essere in generale migliore di così, non lo so come, ma migliore.

Ma soprattutto sono diventata sua madre ogni volta che, in questo lungo velocissimo anno, è successa una cosa talmente nostra e solo nostra che non saprei neanche da dove cominciare per raccontarla, perché un istante dopo è andata a finire lì, dove ci sono mio padre mia madre il grande amore il grande dolore la grande scoperta e tutte quelle cose che io non ho mai saputo dire, se non inventando altre storie, nei libri che scrivo.

Quindi perdona questa lettera pallosa e inutilmente intensa.

E raccontami tu, in tutti i tuoi anni da madre, quante volte lo sei diventata.

Chiara

 


  

Roma, 23 novembre, 00:07

Carissima Chiara.

era ieri mattina, ma è passato un anno: lei è cresciuta tantissimo, ragazzina dallo sguardo ironico che ci ha già scoperte, capite e perdonate, io non sono cresciuta per niente. Invecchiata sì: nessun tassista mi chiama più signorina nemmeno se è molto ubriaco, nessuno si stupisce più che io abbia una figlia in terza media e l’altra sera una ragazza di ventinove anni con la pelle di Biancaneva ha detto, guardandomi con compassione: comunque dopo i trenta siamo tutti coetanei, e io le ho sorriso, ipocrita, e ho pensato: vediamo come arrivi tu ai quaranta, carina, io sarò qui ad aspettarti. Quindi appunto, come vedi, cresciuta zero.

  

Non si diventa mai grandi, questo l’ho capito. Però si imparano delle cose. Anche a diventare madre.

   

Per molti giorni, dalla notte in cui Benedetta è nata e l’ho guardata negli occhi (poi subito il naso per controllare che non fosse quello di Mattia) non riuscivo a dire, di mia figlia: mia figlia. La chiamavo per nome, e se non mi concentravo abbastanza mi usciva un assurdo, stonato: mia sorella. Era perché non ci credevo. Che era mia, uscita da me, che quindi ero sua madre. Mia sorella era più facile, mia sorella, mi suggeriva l’egoismo, era una responsabilità minore. Ma un pomeriggio un signore anziano (di quelli che come me non diventano mai grandi) venne a trovarci a casa, per salutare la bambina, portarle un regalo, darmi una lezione di cinismo. Io la tenevo in braccio, anzi appesa a una spalla, questa mia sorella figlia neonata piccolina, ero ancora in preda alla confusione e alla mitezza dentro il viaggio psichedelico delle prime settimane dopo il parto. Il signore anziano, che non ha mai avuto figli e per misurare il mondo si affida solo alla ragione, mi disse: lo sai vero che quell’animaletto che tieni in braccio non capisce che sei sua madre, e non gliene importa? Potresti essere chiunque, sua zia suo nonno, il suo gatto, la fioraia sotto casa. Potresti lasciarla al pizzaiolo qui di fronte e quell’animaletto non se ne accorgerebbe. In quel preciso momento il viaggio psichedelico in cui galleggiavo si è trasformato in qualcosa di più nitido e forte, più simile all’incredibile Hulk, o a una rissa in discoteca: ho sentito quel prurito alle mani, ho sentito il fuoco dentro gli occhi e sulle guance, ho sentito me che rispondevo: non è un animaletto, è mia figlia, e adesso vattene perché ha fatto la cacca. Da allora non ho mai più smesso di sentirmi sua madre, da allora ho imparato a dire, a sentire: mia figlia.

  

Ho imparato anche, e consigliato sempre anche a te, di selezionare le visite a casa dopo il parto: niente anziani cinici, niente disoccupati entusiasti di stare un giorno intero sul divano a spiegare la vertenza sindacale a un neonato, niente cuori infranti logorroici, ma soprattutto niente puericultori improvvisati, che sanno benissimo dove stai sbagliando, e sanno anche che è molto grave. Il mio terrore sono quelli che arrivano, lanciano un’occhiata veloce ma preoccupata alla culla, al passeggino, al lettino, al seggiolone e sussurrano: ma il pediatra che dice? Ho imparato a essere una madre quando ho imparato a cacciare di casa i rompiscatole, e a non rispondere al telefono, e a non sentirmi mai più in colpa. Forse sono diventata una persona peggiore, più maleducata, meno accorta, ma molto più libera: sono diventata una madre anche quando ho detto no, come hai fatto tu, a lavori che mi suonavano dentro come impossibili con una bambina piccola, un bambino piccolo, una vita insieme, magari non erano davvero impossibili, ma lo erano per me, istintivamente, proprio nel corpo, e ho capito senza mai nessun rimpianto quanto è preziosa, forte, seria questa parola: no.

 

Ho imparato perfettamente i dosaggi della tachipirina e del Nurofen, e so tutto di Oscillococcinum, di Zirtec e modestamente anche di aerosol. L’ho imparato strada facendo, facendo la madre, cadendo nel Grand Canyon della tosse secca, quella alta di gola. Ho imparato anche a misurare la febbre con la mano, e ad anticiparla di almeno un paio d’ore: mi basta guardare negli occhi i miei figli e intuisco da una specie di velo, invisibile al mondo ma non a me, se stanno covando qualcosa. Covando lo diceva mia madre, e adesso lo dico io. Lei mi guardava severa, sempre un po’ accusatoria, e diceva: non è che stai covando qualcosa? E io immaginavo questa me-gallina piumata che covava un uovo di tonsillite, un uovo di pertosse, o un semplice uovo di influenza. Mi sforzavo di non covare, di non essere più una gallina, ma era sempre troppo tardi: il premio di consolazione era la tivù piccola in camera da letto, finché non guarivo. E così sono diventata madre quando ho imparato a riconoscere la gallina che cova nelle occhiaie dei miei figli. Quando la mia mano sulla fronte è diventata un termometro. Quando ho imparato a dormire con un solo occhio e un solo orecchio, e su un centimetro quadrato di letto, e quando i messaggi di notte alle amiche, soprattutto a novembre, hanno sostituito le cronache d’amore e di avventura: è scesa sotto il 38? ma la tosse fa un rumore come di foca che ride? O di motore a scoppio? Adesso è più come il verso dei gabbiani affamati, e così via fino al mattino.

  

E sono diventata madre quando mio figlio l’altro giorno ha detto: non sgridare mia sorella, ha ragione lei. Escludo che avesse ragione lei, non è possibile, ma mi commuove che loro due si proteggano a vicenda, anche se ho detto che non comprerò nessun telefono al Black Friday, e nessun gioco della Playstation, e nessun criceto e nessuna piccola casa in montagna e nessun trattore e ovviamente nessun cavallo. Anzi non comprerò mai più niente di niente, ripeto ogni giorno, e poi mi esaspero, dico anche: trovatevi un’altra madre, ma mi sento nel dirlo così scema, proprio come una che non è mai cresciuta. Come una che non ha trovato nessuna saggezza. Sono io la madre, anche quando non sono capace. Sono io la madre, e mia figlia mi ha chiesto se può fare sega a scuola e andare in giro per la città. Ma fare sega vuol dire che io non devo saperlo! Lei ha detto che è vero, ma che preferiva dirmelo. Sono io la madre, e quindi dovrei dire no. Allora ho detto sì. E adesso buon primo compleanno a Vita: spero che un giorno faremo sega a scuola tutte insieme.

Annalena

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