Giuseppe Conte (foto LaPresse)

Conte e il "partito dei frenatori"

Massimo Bordin

Forse aveva ragione il Fatto a includere il premier nell'ala guidata da Mattarella e finora rappresentata nel governo dai ministri Tria e Moavero

Il professore Stefano Ceccanti, deputato del Pd, gran conoscitore della storia politica francese, per spiegare Giuseppe Conte è andato a ripescare Henri Queuille, radicalsocialista, spesso ministro e due volte premier fra la Terza e la Quarta Repubblica. Il suo aforisma più citato riguarda l’utilità di rinviare la soluzione dei problemi più gravi fino a che essi abbiano perso la loro importanza. Il manifesto, nella cronaca della conferenza stampa del presidente del Consiglio nel giorno del suo compleanno, evidenziava una battuta carpita alla fine, davanti a calici e tartine. “Sono nato in collina, fra mare e montagne. Non sono né carne né pesce”.

  

Altri più banalmente hanno citato Arnaldo Forlani. Eppure ha avuto forse ragione il Fatto a definire rilevanti le parole del presidente Conte, tanto da iscriverlo nel partito dei “frenatori” guidato dal presidente della Repubblica e finora rappresentato nel governo dai ministri Tria e Moavero. Il governo, lo si era già capito, è di fatto tripartito ma il ruolo di Conte sfumava nella mediazione. Sembra difficile che possa continuare così e per accorgersene ieri bisognava leggere il Mattino dove Giorgio La Malfa, grande amico del ministro Savona, insisteva a chiedere “più coraggio” alla politica di investimenti del governo, dopo aver proposto nei giorni scorsi che Conte in persona firmasse un documento programmatico in materia. Invece, lamentava La Malfa, si sta affermando la continuità con la politica di Padoan, proprio come scriveva il Fatto commentando la conferenza di Conte. Da oggi, forse, l’understatement e la mediazione estenuata fino al dissolvimento del problema non basteranno più al presidente “né carne né pesce”.

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