In Germania il suicidio diventa disponibile come un qualunque servizio

Giulio Meotti

"La legalizzazione delle organizzazioni per l’eutanasia 'normalizza' il suicidio", ci dice il professore Thomas Sternberg

Roma. “Il carnevale è finito. Inizia la Quaresima pasquale. E la Corte costituzionale tedesca annuncia una decisione che ha a che fare anche con la vita e la morte”. Inizia così il commento di Alexander Kissler, giornalista della rivista Cicero, sulla storica sentenza della Cassazione tedesca che dichiara nullo l’articolo 217 del Codice penale, adottato cinque anni fa, che vietava ogni forma di pubblicità dell’eutanasia. Il presidente della Corte, Andreas Vosskuhle, dice che “ognuno ha il diritto di togliersi la vita, indipendentemente dalla sua situazione personale”. Kissler parla così dell’“ingresso nella morte organizzata” e di “un passo indietro in termini di libertà”.

 

L’ex ministro della Sanità, Hermann Gröhe, che ha voluto il bando, parla di “normalizzazione del suicidio come trattamento”. Le chiese cattolica ed evangelica hanno fortemente criticato la sentenza: “E’ una cesura nella nostra cultura, orientata verso l’affermazione e la promozione della vita”. La filosofa viennese Susanne Kummer è durissima: “Lo stato di diritto rinuncia a proteggere i più deboli a favore dei più forti”, ha detto alla Kathpress (Kummer è a capo dell’Istituto per la medicina antropologica e la bioetica). “Se noi come società vogliamo vivere umanamente, nella solidarietà e nel rispetto di un’autonomia adeguatamente compresa, la protezione contro gli aiuti al suicidio deve rimanere il fondamento del sistema legale”, ha dichiarato Kummer, ricordando che il business delle uccisioni è molto redditizio. Secondo i resoconti dei media svizzeri, le associazioni di eutanasia Exit, Eternal Spirit e Dignitas hanno un fatturato annuo di quasi dieci milioni di euro. “In Olanda ora discutono dell’eutanasia per gli anziani che non sono malati ma stanchi di vivere” ci spiega Kummer. “Peter Singer ha detto chiaramente che dobbiamo poter decidere se sei malato o meno. La fine di questa società è il Canada, dove i medici offrono l’eutanasia prima delle cure palliative. Stiamo creando una società dove nessuno deve più soffrire. Anziché aiutarli a non soffrire, uccidiamo. Ci sono argomenti economici, la fine della religione e la famiglia che è stata distrutta, ci sono molte persone sole”.

  

Anche il presidente del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (Zdk), il professor Thomas Sternberg, ha reagito con sgomento alla Corte. “L’abolizione del divieto del suicidio assistito organizzato equivale a una rivalutazione epocale: ciò che si propaga come autodeterminazione illimitata alla fine della vita può portare a una normalizzazione sociale del suicidio assistito e, nel caso di persone malate, deboli e dipendenti, all’interiorizzazione di un’aspettativa e di un desiderio di morire”. “La precedente base del diritto a proteggere la vita in tutte le sue fasi adesso è stata cambiata”, dice al Foglio Sternberg. “La giurisdizione in Germania aveva finora difeso la vita, non il diritto a sfruttare il suicidio assistito. La legalizzazione delle organizzazioni per l’eutanasia “normalizza” il suicidio. Questo farà pressione sui malati, portati a uccidersi. La morte non è una faccenda minore che prendi autonomamente, la morte elimina ogni autonomia. Quando si prendono decisioni sulle vite degli altri, la società smette di essere umana e, in Europa, abbandona le sue fondamenta cristiane. I medici ora devono protestare, le cure palliative e gli ospizi devono espandersi. Il medico non può mai diventare un assassino”. C’è poi quel passato di cui fino a ieri si provava vergogna. “C’è sempre stata particolare premura in Germania visti i programmi nazisti sull’eutanasia”, conclude Sternberg al Foglio. “Quegli atti criminali con la selezione di chi era “degno” o “indegno” di vivere ha dimostrato tutta la brutalità del dominio sulla vita. E’ anche questo il motivo per cui il dibattito in Germania era serio e misurato. Al Bundestag ci vollero anni di preparazione. E ora la Corte ribalta tutto”. Lebensunwertes Leben. Vite indegne di essere vissute.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.