L'accanimento tanatologico su Alfie Evans, il nuovo Charlie Gard

Il giudice che stravolge il pensiero del Papa per giustificare l’eutanasia di un bimbo incurabile e le parole di mons. Paglia

14 Marzo 2018 alle 06:00

Alfie Evans

Manifestazione in sostegno di Alfie Evans (foto LaPresse)

Nella (quasi) totale indifferenza dell’opinione pubblica italiana, in Inghilterra si sta consumando un’altra tragedia come quella del piccolo Charlie Gard. Tragedia che oggi come allora ha un nome ben preciso: eutanasia. E come se non bastasse, di nuovo eutanasia a danno di un infante. E’ del 20 febbraio scorso la sentenza dell’Alta corte di giustizia di Londra che ha decretato la sospensione della ventilazione e della nutrizione assistite per Alfie Evans, un bambino di 22 mesi colpito da una grave malattia neurodegenerativa, di fatto autorizzando la morte prematura del piccolo. La cui vita era già stata dichiarata “inutile” dai medici dell’ospedale di Liverpool dove Alfie è degente (evito di dire “in cura” perché, evidentemente, non lo è), motivo per cui nel suo “miglior interesse” il piccolo doveva “essere lasciato morire in modo pacifico e dignitoso”.

   

Ad aggravare una vicenda già di suo tragica – e che sta mobilitando attorno ai genitori di Alfie, entrambi cattolici, che chiedono solo che il figlio possa vivere i giorni che gli restano da vivere, un vero e proprio popolo (l’“esercito di Alfie”, come è stato ribattezzato) che chiede a gran voce che il verdetto venga ribaltato – è che rispetto al caso di Charlie Gard, nel giustificare l’inaudita sentenza il giudice Anthony Hayden si è rifatto nientemeno che a Papa Francesco, citando un ampio brano del Messaggio ai partecipanti al Meeting regionale europeo della World Medical Association, indirizzato il 7 novembre 2017 al presidente della Pontificia Accademia per la Vita, monsignor Paglia. Premurandosi non solo di riconoscere al pontefice un “supplemento di saggezza” – già questo la dice lunga: come si può strumentalizzare a tal punto addirittura le parole del Papa per giustificare quella che a tutti gli effetti è una sentenza eutanasica, una condanna a morte? – ma anche premettendo alla citazione un’affermazione che è già tutto un programma: “Non adottare o sospendere misure sproporzionate può evitare un trattamento eccessivamente scrupoloso”. Oibò. E in che cosa consisterebbe questo “trattamento eccessivamente scrupoloso”? Non è dato saperlo, la sentenza non lo spiega.

 

Non solo. Come ha giustamente rilevato don Roberto Colombo (che non è solo un sacerdote ma anche docente di Biochimica e Biochimica clinica, non esattamente un pincopallino) in un intervento pubblicato sul blog del card. Elio Sgreccia, riconosciuta autorità mondiale nel campo della bioetica e da questi sottoscritto, “in nessuna delle parole del Papa da lui citate (e in nessun passo del Messaggio o di altri testi di Papa Francesco e del Magistero cattolico precedente) tale riconosciuto ‘supplemento di saggezza’ considera come uno scrupolo deprecabile il continuare a fornire al malato inguaribile il supporto fisiologico che gli consente di vivere. Al contrario, un simile sostegno vitale non terapeutico – ‘nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria’ (Congregazione per la Dottrina della Fede, Risposta a quesiti della Conferenza episcopale statunitense circa l’alimentazione e l’idratazione artificiali, 2007) – non può mai venire lecitamente interrotto”. Il motivo è semplice: perché così verrebbe anticipata con un atto omissivo (“…ho molto peccato in pensieri parole opere e omissioni”, dice niente?) la morte del paziente, cosa che contrasta palesemente sia con gli obiettivi delle cure palliative sia con l’essenza stessa della medicina.

 

Prosegue don Colombo: “Se è vero, come ricorda una parte del Messaggio del Papa non citata dal giudice britannico, che dobbiamo ‘sempre prenderci cura’ del malato “senza accanirci inutilmente contro la sua morte”, nello stesso paragrafo il Santo Padre ci ricorda il dovere morale di curarlo “senza abbreviare noi stessi la sua vita”. Perché “l’imperativo categorico” – sono sempre le sue parole, anch’esse non riportate nella sentenza – “è quello di non abbandonare mai il malato”, di non scartare alcuna vita umana condannandola ad una morte anticipata perché giudicata (con che diritto?) non degna di essere vissuta”. Insomma, se l’obiettivo del giudice era quello di trovare nelle parole del pontefice una pezza d’appoggio alla sua scellerata decisione, quest’ultimo commento di don Colombo dimostra chiaramente come sono le parole stesse del Papa a non consentire una simile operazione. E come anzi anche nel caso di Alfie Evans, al pari di quello di Charlie Gard, sia lecito parlare non di accanimento terapeutico quanto piuttosto – come ebbe a dire il card. Sgreccia citato da don Colombo in chiusura del suo intervento – di una sorta di “accanimento tanatologico”.

   

Confusi e relativisti

Anche per questo, e qui veniamo all’altro aspetto di questa immane tragedia, sta destando non poco sconcerto (per usare un eufemismo) l’intervista rilasciata a Tempi.it il 9 marzo scorso dal succitato presidente della Pontificia Accademia per la Vita, a proposito della vicenda di Alfie. Con affermazioni che sembrano di fatto avallare la scelta dei giudici londinesi. Con tutto ciò che ne consegue. Secondo monsignor Paglia, “Parlare di ‘soppressione’ non è né corretto né rispettoso. Infatti se veramente le ripetute consultazioni mediche hanno mostrato l’inesistenza di un trattamento valido nella situazione in cui il piccolo paziente si trova, la decisione presa non intendeva accorciare la vita, ma sospendere una situazione di accanimento terapeutico. Come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica si tratta cioè di una opzione con cui non si intende ‘procurare la morte: si accetta di non poterla impedire’ (CCC 2278)”. Avete letto bene: accanimento terapeutico.

 

Ora il punto che qui preme sottolineare è che perché si possa parlare di accanimento terapeutico ci dev’essere, banalmente, una qualche terapia in atto. Terapia che, invece, è del tutto assente nel caso in questione, per il semplice motivo che la malattia che affligge Alfie non è curabile, come anche don Colombo nel citato intervento ha messo in chiaro: “nessuna possibilità terapeutica è razionalmente prospettabile”, nemmeno sperimentale. A meno di voler classificare idratazione e ventilazione assistite – questo è ciò che stanno somministrando ad Alfie – sotto la voce terapie, è di sesquipedale evidenza che ciò di cui si sta parlando è solo e semplicemente un supporto fisiologico che consente ad Alfie di vivere fintanto che Dio vorrà. Punto. Supporto fisiologico, o se si preferisce sostegno vitale non terapeutico, che la Congregazione per la Dottrina della Fede dice chiaramente, lo si è visto poc’anzi con il documento del 2007 citato da don Colombo, che “nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria non può mai venire lecitamente interrotto”.

 

Dunque, di accanimento terapeutico manco l’ombra. Tra l’altro, a volerla dire tutta basterebbe ricordare che si può benissimo morire anche col ventilatore attaccato, oppure mentre stai mangiando e bevendo; tutt’altra faccenda, invece, è se tu decidi di sospendere di alimentare e idratare qualcuno: in questo caso non stai semplicemente prendendo atto del fatto che la morte non può essere impedita, ma la stai provocando omettendo di somministrare al paziente ciò che lo tiene in vita. Che di eutanasia si tratti e non di altro, è oltretutto confermato da un altro documento, sempre della Congregazione per la Dottrina della Fede, lo Iura et Bona del 1980 (per altro lo stesso citato da monsignor Paglia nella sua intervista), dove viene data la seguente definizione di eutanasia: “Per eutanasia s’intende un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore”; definizione che sembra fatta apposta per il caso di Alfie, dove lo scopo di eliminare il dolore ha assunto le vesti semantiche del “miglior interesse del bambino”, secondo i medici dell’ospedale. Checché se ne dica, mantenere in vita una persona malata, anche quando la malattia è inguaribile, non solo non si configura affatto come accanimento terapeutico, ma è anzi un doveroso atto di cura.

 

La verità è che la situazione di Alfie Evans rispecchia in pieno lo spirito dell’epoca che stiamo vivendo ben descritto (anche se sta parlando dell’Italia il discorso può ben estendersi anche altrove) dal medico palliativista Ferdinando Cancelli in un intervento sull’Osservatore Romano del 3 marzo scorso: “Ai cittadini viene insinuato il sospetto che i malati inguaribili vorrebbero morire al più presto magari con il suicidio assistito… viene affermato che l’alternativa è tra il soffrire senza speranza e il richiedere la morte. Il risultato che si ricerca non è quello di informare la popolazione in modo corretto ma di frastornarla, di confonderla, di impaurirla cercando di far andare quello che si immagina come un gregge in una direzione ben precisa: per portare ancora una volta alla trasformazione dei desideri in diritti, facendo credere che darsi la morte sia scontato e quasi doveroso in certe situazioni. Le cose non stanno così. Lo scrivo di sera, dopo una mattina trascorsa, come tante altre, con i malati e con le loro famiglie. I pazienti giunti al termine della loro vita non vogliono morire, ma vivere con dignità”. Come nel caso di Charlie Gard, e come tanti altri casi passati e (purtroppo) futuri, Alfie è stato condannato a morte perché qualcuno si è arrogato il diritto di giudicare la sua vita, appunto, non degna di essere vissuta in quelle condizioni date. Che poi, è lo stesso identico principio alla base di ogni legislazione eutanasica: la vita è degna di essere vissuta solo fino a un certo punto, oltre no.

 

E’ il principio che pone come discrimine tra la vita e la morte non l’inviolabile dignità di ogni persona umana ma, appunto, la qualità della vita, e che è alla base anche della legge sulla Dat approvata di recente nel nostro paese, giustamente (anche se tardivamente) criticata dai vertici della chiesa italiana per la portata eutanasica in essa insita (una lettura questa, sia detto en passant, su cui all’interno della galassia cattolica non si registra quell’unità di vedute che uno s’aspetterebbe, tutt’altro; anche se questo, ad esempio per lo stesso monsignor Paglia, parrebbe non essere un problema, anzi. Come si legge nella citata intervista, “la diversità di opinioni nella chiesa costituisce una ricchezza, a patto che non si riduca a una sterile polemica tra fazioni”.

 

Un giudizio sicuramente condivisibile se stessimo parlando di un’associazione qualsiasi, ma che nel caso della chiesa rischia di prestare il fianco a letture relativiste o “democratiche” del fatto cristiano in senso lato, in quanto tali inaccettabili). Tornando alla vicenda da cui siamo partiti, un altro bambino, un altro innocente sta per morire non perché il suo tempo in questo mondo sia finito ma perché qualcuno ha deciso così. Una tappa ulteriore, un altro caso esemplare di quella “cultura dello scarto e della morte” di cui parla spesso Papa Francesco. Non resta che una domanda: fino a quando il mondo resterà inerte continuando a girarsi dall’altra parte di fronte all’orrore di una vita che viene giudicata “inutile”?

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