bandiera bianca
A Milano non s'è vista nessuna apocalisse olimpica
Più di ogni altra occasione queste Olimpiadi consentono di distinguere fra la città reale e la città percepita. Nel quartiere del Villaggio la vita scorre normale: lavoro, mezzi, pranzi e passeggiate. Forse il vero evento è una metropoli che non va in tilt
Fidatevi di me: abito a due passi dal Villaggio olimpico e posso offrirvi informazioni di prima mano sui disagi che, con l’arrivo della fiaccola che da ieri circola per Milano, avrebbero dovuto stravolgere la città. Temo tuttavia che sarò molto poco emozionante: sono andato al lavoro regolarmente, sono andato fuori a pranzo regolarmente, ho preso i mezzi pubblici regolarmente, sono rientrato a casa mia regolarmente. Il peggio che mi è capitato in questi giorni è stato trovare un gruppo di atleti olandesi, arancioni da testa a piedi, al bar che frequento di solito (tranquillizzatevi, bevevano un caffè), nonché due tifosi cechi alla fermata dell’autobus che, per qualche imperscrutabile ragione, indossavano elmi da vichinghi. O sono un ragazzo distratto o l’apocalisse sta passando inosservata.
Ho guardato passare un tedoforo lentissimo sul ciglio di una strada del centro, in mezzo a una folla nel complesso gioiosa e composta, dopo una passeggiata in un quartiere regolarmente funzionante. Le sporadiche vetture sono state deviate con grande civiltà dalla polizia, che la induceva a fare il giro dall’isolato adiacente. Mi hanno detto che in mattinata le strade circostanti al Villaggio sono state chiuse per l’arrivo del Presidente della Repubblica, ma in modo talmente rapido – una decina di minuti, pare – che io non me ne sono accorto. A qualche esercente è stato richiesto di compiere un itinerario alternativo per arrivare nel proprio negozio; molti di loro si sono limitati ad affacciarsi al passaggio della fiaccola per scattare una foto e tornare dentro, magari con qualche cliente in più fra spettatori, turisti e curiosi. Le fermate della metro Duomo e San Babila sono state chiuse per qualche ora, pur restando l’opportunità di utilizzare quelle collocate cinquecento metri prima o cinquecento metri dopo. Insomma, avessi tenuto un diario, ci avrei scritto “oggi, niente”, come fece Luigi XVI il 14 luglio 1789.
Credo che più di ogni altra occasione queste Olimpiadi consentano di distinguere fra la Milano reale e la Milano percepita: quest’ultima è una invivibile bolgia ostaggio del curling, in cui si aggirano aspiranti trapper armati di lama, fra impianti incompiuti e su strade deserte pattugliate dall’ICE; la Milano reale è la stessa Milano di ieri e di domani, con dentro un altro grande evento fra gli innumerevoli che è già abituata a ospitare. Milano si differenzia dal resto d’Italia perché, in una nazione portata a strillare per le emergenze anche quando sono trascurabili o erano prevedibili, è una città normale e resta tale anche nei giorni speciali.
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