Bandiera bianca

Il paradosso di diffondere la lettura nelle scuole

Antonio Gurrado

L'idea di promuovere i libri tra gli studenti sembra un po' tautologica e stucchevole, come voler diffondere il podismo fra gli atleti

C’è un’iniziativa che dura da qualche anno, si chiama #ioleggoperché, il cui intento è diffondere la lettura nelle scuole. Di là dal commendevole sforzo di tanti in questa direzione, pure c’è qualcosa che non torna: per andare a scuola bisogna essere studenti, no? E per essere studenti bisogna studiare, no? E per studiare bisogna usare i libri, vero? E per familiarizzare coi libri la maniera migliore è leggerne quanto più, se non ricordo male. Insomma quest’idea che si debba diffondere la lettura nelle scuole, per quanto giusta sia, mi sembra un po’ tautologica e stucchevole, come voler diffondere il podismo fra gli atleti. Se un atleta non ha voglia né di camminare né di correre, che sono le basi dell’atletica, forse non doveva fare l’atleta. Se uno studente non ha voglia né di studiare né di leggere, che sono le basi dell’istruzione, forse non doveva fare lo studente (l’Italia resta una nazione prevalentemente agricola, traiamo conseguenze). O forse la scuola non funziona a dovere, se ha bisogno di stampelle esterne per persuadere gli studenti ai ferri del mestiere.

   

Ma peculiarità di quest’anno è che l’iniziativa #ioleggoperché, con tutta la sua commendevolezza e giustizia, per ottemperare alla normativa anti-Covid privilegerà la partecipazione di librerie che consentano la vendita online e la consegna a domicilio, onde evitare assembramenti in negozio. Ma se le iniziative per diffondere la lettura funzionassero, e le scuole magari pure, gli assembramenti in libreria non dovrebbero esserci sempre? E non sarebbero inevitabili?   

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