Il Papa nel Caucaso per uno dei viaggi più delicati del pontificato

Troppe le tensioni diplomatiche tra armeni e azeri, ancora vivi i ricordi del conflitto tra Yerevan e Baku per il controllo del Nagorno-Karabakh, l’enclave da decenni contesa tra i due stati sorti dopo il crollo dell’Unione Sovietica.
Il Papa nel Caucaso per uno dei viaggi più delicati del pontificato

Papa Francesco Incontro con sacerdoti seminaristi nella chiesa dell'Assunta di Tbilisi (foto LaPresse)

Roma. Da ieri il Papa è nel Caucaso per il suo secondo viaggio apostolico nella regione, dopo la prima tappa dello scorso giugno in Armenia. Oggi è in Georgia e domani si trasferirà a Baku, in Azerbaigian. L’idea originaria era di unire i tre momenti in un’unica spedizione: “Purtroppo non è stato possibile”, aveva spiegato Francesco ai giornalisti all’inizio dell’estate. Troppe le tensioni diplomatiche tra armeni e azeri, ancora vivi i ricordi del conflitto tra Yerevan e Baku per il controllo del Nagorno-Karabakh, l’enclave da decenni contesa tra i due stati sorti dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Nonostante sia limitato nel tempo – la visita “sarà breve, grazie a Dio: in tre giorni torneremo a casa”, ha detto il Papa salutando i giornalisti partendo da Roma – e senza grandi eventi di massa a caratterizzarlo, questo viaggio è uno dei più delicati affrontati da Bergoglio nei suoi tre anni e mezzo di permanenza sul Soglio petrino. Crocevia di tensioni etniche, nazionali e religiose, il Caucaso è la cerniera tra l’occidente e l’oriente, stretto tra la Russia a nord e il medio oriente a sud. Così vicino all’Europa e, allo stesso tempo, alle propaggini del cosiddetto Califfato islamico. La delicatezza della missione di Francesco è emersa subito, già nel primo discorso pronunciato dinanzi alle autorità georgiane, quando ha osservato che le “condizioni di stabilità, equità e rispetto della legalità” hanno come “indispensabile condizione preliminare la pacifica coesistenza fra tutti i popoli e gli stati della regione. Ciò richiede – ha aggiunto Bergoglio – che crescano sentimenti di mutua stima e considerazione, i quali non possono tralasciare il rispetto delle prerogative sovrane di ciascun paese nel quadro del diritto internazionale”. Diversi osservatori hanno letto in questo auspicio un messaggio diretto a Mosca, che ha giocato un ruolo decisivo nella secessione dell’Ossezia del sud, avvenuta anni fa nonostante l’opposizione delle Nazioni Unite e di gran parte della comunità internazionale. Nessun accenno diretto alla Russia neppure quando, poco dopo, ha detto che “in troppi luoghi della terra, infatti, sembra prevalere una logica che rende difficile mantenere le legittime differenze e le controversie – che sempre possono sorgere – in un ambito di confronto e dialogo civile dove prevalgano la ragione, la moderazione e la responsabilità”. E questo, ha aggiunto, “è tanto più necessario nel presente momento storico, dove non mancano anche estremismi violenti che manipolano e distorcono principi di natura civile e religiosa per asservirli ad oscuri disegni di dominio e di morte”.

 

Una regione, il Caucaso, “in cui s’intrecciano le sfide della nostra epoca e in cui i cattolici sono spesso minoritari”, ha scritto non a caso il cardinale Kurt Koch in un commento apparso sull’Osservatore Romano. Il rapporto con l’islam avrà un peso non irrilevante nello schema del viaggio: domenica, il Papa avrà un colloquio privato con lo sceicco dei musulmani del Caucaso, nella moschea “Aliyev” di Baku, cui seguirà un incontro interreligioso aperto ai rappresentanti delle altre comunità religiose del paese. Ieri, per la prima volta nella storia, un vescovo di Roma ha messo piede in un luogo di culto assiro-caldeo, accolto dal Patriarca di Baghdad, mar Louis Raphaël I Sako, lo stesso prelato che poco più d’un anno fa accusò direttamente l’ayatollah iracheno al Sistani – la massima autorità sciita del paese – di avere fatto ben poco per fermare le persecuzioni jihadiste contro le minoranze. Francesco ha recitato una lunga preghiera, implorando Dio di sollevare “dalla devastazione l’Iraq e la Siria” e di sostenere “i cristiani della diaspora”. Nessun discorso dal taglio politico o diplomatico, la prudenza è d’obbligo. Dopotutto, ha spiegato il cardinale Pietro Parolin, Bergoglio è nel Caucaso “per favorire questa cultura dell’incontro che gli sta tanto a cuore. E ovviamente a questa cultura dell’incontro è vincolato tutto il tema della pace. Quindi il Papa certamente porrà al centro del suo insegnamento e della sua presenza proprio questo favorire in ogni modo la pace, la riconciliazione e l’intesa”. Sul fronte delle relazioni con l’islam è indubbio che la tappa più delicata sia quella in Azerbaigian, il cui presidente Ilham Aliyev – non proprio un campione di democrazia e tutela delle minoranze, benché da qualche anno abbia intensificato i contatti con la Santa Sede, garantendo la costruzione della prima chiesa cattolica del paese, inaugurata nel 2008 dal cardinale Tarcisio Bertone – ha anticipato il Papa tenendo a Baku un discorso contro l’islamofobia, fenomeno che a suo giudizio potrebbe portare a un “revival del fascismo”. “Oggi – ha detto Aliyev – molti politici ed esperti stanno dando un’immagine negativa dell’islam, legando la religione con il terrorismo e dimenticando che sono i paesi islamici che soffrono più di tutti a causa del terrorismo”. E’ chiaro che con tali premesse, il capo dello stato azero s’attenda un segnale concorde da parte di Francesco.

 

Ma c’è un altro scoglio che è stato impossibile superare: ieri, il Papa ha incontrato il Catholicos Patriarca di tutta la Georgia, Ilia II. “Rapporti rispettosi e cordiali”, ha detto il Pontefice nel suo discorso, l’auspicio di una collaborazione sempre più stretta, ma nessuna preghiera insieme. Il Patriarcato georgiano ha voluto chiarirlo prima dell’arrivo della delegazione vaticana, osservando come le differenze dottrinali e teologiche rispetto a Roma non consentano, neppure simbolicamente, un momento di preghiera comune.

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