Come funziona, nel dettaglio, il ruolo di Renzi direttore ombra dell'Unità

Claudio Bozza
Ahhh, i giornali. Tanto li contesta, quanto li ama. Se Matteo Renzi non avesse sfondato in politica, probabilmente avrebbe fatto il giornalista. Una sorta di invidia pe(n)nis, chiamiamola così, che lo spinge a scrivere e comunicare a profusione.

Firenze. Ahhh, i giornali. Tanto li contesta, quanto li ama. Se Matteo Renzi non avesse sfondato in politica, probabilmente avrebbe fatto il giornalista. Una sorta di invidia pe(n)nis, chiamiamola così, che lo spinge a scrivere e comunicare a profusione. Del resto è una passione e un’abitudine più forte di lui: “Sindaco ha letto quella notizia, e ora che fa?”, gli chiedevano a Palazzo Vecchio. E lui: “I giornali? Mica li ho letti”. Era – ed è – la beffa quotidiana di uno che la mattina all’alba ha già letto tutto, compreso rassegna stampa internazionale e le cronache dei quotidiani fiorentini, per controllare cosa combina il suo successore Dario Nardella. La passione per la stampa è insita nel Dna della famiglia Renzi, dal nonno Adone che, racconto del premier, leggeva il Corriere della Sera con quotidiana sacralità, al babbo Tiziano che i giornali li distribuiva nelle edicole e ai semafori, con il giovane Matteo a coordinare i ragazzi in strada. Senza contare i conti da capogiro dalle edicole che arrivavano da pagare in Borgo San Lorenzo, sede del Partito popolare fiorentino, che con Renzi segretario era diventata una specie di emeroteca: leggeva e ritagliava articoli di ogni giornale, da Internazionale ad Avvenire.? La premessa è d’obbligo per raccontare la rinascita dell’Unità, che Renzi ha voluto con forza, cazziando il fidatissimo Francesco Bonifazi, tesoriere del Pd (proprietario del 20 per cento delle quote) e regista dell’operazione finanziaria, alla notizia di ogni minimo ritardo per il ritorno in edicola. E il 30 giugno scorso, il giornale fondato da Gramsci nel 1924, è tornato tra le mani dei fedeli alla linea, anche se molti nostalgici hanno, diciamo così, storto la bocca. Chi si aspettava che Renzi sventolasse questa rinascita come un feticcio, però, si sbagliava di grosso. Perché il fu Rottamatore, dopo aver fatto tabula rasa a sinistra, si è poi ritrovato tra le mani un partito troppo leggero, spesso evanescente come hanno dimostrato i gravi pasticci alle ultime regionali. E in questa situazione, il ritorno dell’Unità è inteso come uno strumento importante per ricostruire quel senso di appartenenza alla sinistra frantumato dalla furia della rottamazione. Per dire anche ai vecchi militanti: “Ehi, sono uno di voi”. Per tornare a occuparsi del partito, prima che il partito (o quel che ne rimane) si occupi di Renzi. Per spiegare che le idee di politica estera di Renzi hanno una continuità anche fuori dall’Italia (anche a costo di arrivare a scene surreali come quelle di ieri, con l’Unità che ha riportato le parole ultra militariste del ministro degli Esteri ombra inglese, il laburista Hilary Benn, creando un effetto pazzotico: l’Italia di Renzi dice no alla guerra in Siria ma il giornale di Renzi applaude fortissimo chi fa la guerra in Siria. Della serie: fare la guerra con i droni degli altri). Sta in tutto questo la svolta 3.0 di Renzi, che oltre alla giacca da premier e alla camicia da segretario dem, ora si è arrotolato le maniche per fare anche il direttore ombra del fu giornale gramsciano. Dall’alba a notte fonda, appena ha un attimo libero, manda sms e messaggi WhattsApp al direttore dell’Unità Erasmo D’Angelis. Discute sui titoli, lancia idee, propone rubriche e chiede più interventi dalla minoranza, anche per respingere le accuse di aver snaturato un giornale. Spesso gli capita pure di indossare i panni di direttore marketing, pungolando a modo suo questo e quell’investitore perché facciano pubblicità sul foglio di Gramsci. A volte il Renzi 3.0 s’incazza, altre è soddisfatto e a volte rimane deluso. Emblematica, per raccontare quest’ultimo caso, la reazione al ritorno dal trionfo del tennis italiano a New York. Sceso dalla scaletta dell’aereo, Renzi ha voluto la mazzetta dei giornali, ma quando sull’Unità non ha visto la paginata con le foto dello storico match tra Flavia Pennetta e Roberta Vinci – gasp! – c’è rimasto molto male. Di quell’impresa ne parlava tutto il mondo, ma non il giornale del suo partito che, contando il fuso orario, era dovuto andare in stampa inderogabilmente pochi minuti prima che il cemento di Flushing Meadows decretasse la vincitrice tra le due italiane. A spiegare le questioni tipografiche al direttore ombra è il direttore responsabile D’Angelis, già a capo dell’Unità di Palazzo Chigi contro il dissesto idrogeologico, che pensando in renzese spesso riesce a neutralizzare a priori le possibili incazzature del premier-segretario. Un rapporto, il loro, chiave per raccontare come Renzi ha costruito la rinascita dell’Unità. L’8 giugno scorso, 22 giorni prima che il giornale tornasse in edicola, Renzi sta volando da Roma verso Genova dopo la tragica alluvione del Bisagno.

 

Con lui c’è appunto D’Angelis: “Guarda che grafica, le foto grandi sono bel-lis-si-me. Verrà una roba me-ra-vi-glio-sa!”, dice il premier mostrando le prime bozze grafiche della nuova Unità. Sulla scrivania in aereo contempla i menabò e segna le gabbie grafiche a penna, mentre discute con D’Angelis, che in gioventù, prima di vestire la casacca della Margherita, scriveva sul Manifesto. Al fianco di Renzi c’è anche il portavoce Filippo Sensi, mentre Erasmo da Formierdamm (così ribattezzato da alcuni suoi amici dopo la nomina, essendo originario di Formia) nemmeno si immagina che l’amico Matteo gliene sta per combinare una delle sue. Lo scoprirà qualche ora dopo a Fiumicino, quando scendendo dalla scaletta lo saluta così: “Allora, mi raccomando eh: fai un bel giornale!”. Che in renzese, appunto, significa: “Caro Erasmo, sarai il nuovo direttore dell’Unità”. Lui capisce ma non se ne capacita e chiama Bonifazi, che sghignazza e conferma. D’Angelis è al settimo cielo: “C’è di nuovo che dirigerò un monumento dell’informazione italiana”, scrive su Twitter. Orgoglioso. Pur essendo consapevole di essere una seconda scelta. Il segretario Pd, all’inizio, aveva infatti puntato in alto: il suo sogno sarebbe stato Beppe Severgnini, poi Gianni Riotta. E poi la telefonata al Sergio Staino da Scandicci per discutere del direttore: “Matteo mi fece dei bei ragionamenti, dicendo che non voleva fare un giornale sdraiato sul governo, ma creare discussione – racconta il vignettista – Fu durante quella telefonata che Renzi tirò fuori il nome di Gianni Cuperlo per fare il direttore. Io gli dissi: grande idea, ci sta di corsa. Poi, però, c’è stato lo strappo politico e Matteo è stato costretto a fare la scelta più difensiva che c’era, nominando un fedelissimo”. Ma al creatore di Bobo, che la prima vignetta sull’Unità la disegnò nel 1980 quando il direttore era Alfredo Reichlin, questo giornale piace? “Io dico che mi sono incazzato con Cuperlo e D’Alema, ai quali ho detto che invece di fare i radical chic tacciando l’Unità come foglio ultrarenziano, devono sporcarsi le mani e scriverci: nessuno gli dirà di no”. Tenere insieme la complessità di Gramsci con la leggerezza e la velocità di Renzi non è però un gioco da ragazzi. Il premier-segretario-direttore (ombra) lo sta facendo in un modo tutto suo, per provare a replicare i fasti dell’èra Veltroni (’92-’96), quando l’Unità esplose puntando su marketing e innovazione: prima videocassette e libri, poi come primo giornale italiano a sbarcare su Internet. Tutto è successo in pochi giorni, durante i quali Renzi ha voluto ammodernare lo storico logo dell’Unità inserendo l’apostrofo verde, che rimanda alla bandiera italiana e al Pd, ma anche seguendo in prima persona lo spot televisivo per il lancio: “Il passato sta cambiando”, è stato il messaggio chiave voluto grazie anche all’intuizione di Paola Calò, che lavora nell’ufficio comunicazione del Nazareno. Come da Palazzo Chigi è stata lanciata l’idea delle paginate dedicate al ritorno di Astrosamantha, dopo 200 giorni passati nello spazio – per raccontare l’Italia-che-ce-la-fa (hashtag). Il premier segretario ha seguito in prima persona tutta la fase operativa: dal (re)ingaggio di Staino come vignettista, alla fattura grafica del giornale. Scrive a D’Angelis spunti per le rubriche, gioca lui stesso con i titoli. Ma quando c’è stato da discutere su qualcuno è scattato il fatidico: “Io avrei fatto (o farei) così”. Frase che, sempre in renzese, ha una valenza decisamente meno blanda. “A me fa piacere questa partecipazione del segretario – racconta il direttore D’Angelis – ma la redazione è totalmente libera: non mi è mai arrivato un ordine, anche perché non lo accetterei. Tutti pensano che Renzi volesse solo un feticcio da sventolare, ma si sbagliavano: in troppi ancora sottovalutano Matteo, e gli effetti si vedono”.

 

[**Video_box_2**]Lo stesso leader del Partito democratico ha chiesto a gran voce il ritorno delle lettere al segretario: ogni sabato due pagine con domande e critiche della “base” e relative risposte. Anche in questo caso vuole scrivere tutto lui: al massimo una mano e una bella spennellata di falce e martello arrivano dal compagno Pilade Cantini, ex assessore di Rifondazione a San Miniato (Pisa), oggi al timone dell’ufficio corrispondenza di Palazzo Chigi come “risponditore” alle lettere che arrivano a [email protected] In tutto questo mare magnum post gramsciano c’è però un problema non da poco: gran parte della redazione è composta dalla vecchia guardia e non digerisce la nuova linea del giornale. E’ per questo che, spesso, per evitare lacerazioni il direttore D’Angelis deve prendere ago, filo e ricucire: “Il governo ha fatto degli errori, anche rilevanti, su scuola, sanità e sindacati. E l’Unità li ha evidenziati tutti a dovere”. Ma la linea del giornale resta chiara: c’è una parte della sinistra che preferisce andare in piazza per protestare e basta, piuttosto che sporcarsi le mani per cambiare le cose. E la (nuova) Unità ha scelto la seconda opzione, perché c’è da rappresentare anche una nuova platea del Pd. Anche se ci sarebbe prima da riconquistare almeno un po’ di quella vecchia. Da questa consapevolezza Renzi ha rilanciato i “banchini” stile defunta ditta, ripartendo dall’Unità. Perché senza un partito minimamente radicato sul territorio diventa davvero dura. Perché ora ci sono le elezioni amministrative chiave e poi il referendum sul Senato. Renzi può mancare sì l’en plein nelle città, ma senza una forte vittoria del referendum sarà il de profundis del governo.?

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