“Un lavoretto a tempo determinato in passato non si negava a nessuno”, dice un giornalista. “Un figlio di portinaio o un figlio di ministro, se conoscevano qualcuno…”

Spiando nella Rai

Michele Masneri
Da Saxa Rubra a Viale Mazzini. Un giorno a spasso tra costumisti e giornalisti della tv pubblica. Dove si studiano tweet presidenziali come fondi di caffè e si aspetta lo tsunami che chissà se ci sarà.

Non dalla riforma Renzi. Non dalla riforma Gubitosi. Non dalla vendita delle torri. La Rai dell’anno di grazia 2015 è turbata soprattutto dalla mancanza di caffè e cornetto. Sono tutti chiusi, infatti, i bar di Saxa Rubra e di Viale Mazzini e di tutte le altre sedi romane della Radiotelevisione italiana, dopo l’arresto del gestore della Unibar, distributrice unica dell’emittente di stato, coinvolto, pare, nei fatti criminosi della cosiddetta Mafia Capitale. Così, più che l’accorpamento dei tg nella inquietante “newsroom” unica o doppia, voluta dal direttore generale Gubitosi, più degli ulteriori tagli che verranno, più della rivoluzione per ora silente che il premier forse farà sull’emittente pubblica, preoccupano il vitto e la mancanza della caffeina. E tra dirigenti e autori serpeggia il solito secolare attendismo e riposizionamento, oggi però scandito da gesti ambigui e ammiccamenti, di chi ti porta nel suo ufficio per offrirti un Volluto fatto con la Nespresso portata da casa. Tra le capsule e le cialde, ti raccontano della giornalista che ha talmente messo in giro la voce di essere turborenziana da aver ottenuto nel suo tg il ruolo di cronista al seguito del premier, diventando così effettivamente renziana e realizzando una tipica profezia che si autoavvera. C’è invece l’autore molto bersaniano, solito alzare il sopracciglio alla vista dell’allora sindaco di Firenze, che però ha fatto in tempo (con il know-how accumulato in anni di adattamento darwiniano alla radiotelevisione pubblica) a votarlo alle primarie, confidando adesso legittimamente di fare finalmente carriera. C’è chi ti dice che “la riforma Gubitosi in fondo è un disegno di legge. Dunque serve tempo, c’è una finestra almeno fino all’estate”. Si traccheggia. Si studiano i tweet presidenziali, come fondi (appunto) di caffè. C’è chi acutamente sottolinea che con Renzi “tutti i riferimenti sono venuti meno”. Tutti enfatizzano che non si era mai visto un premier che non ha mai ricevuto un direttore generale Rai. Il premier è silente. Il premier è televisivo. Il premier ha twittato che guarda Sanremo. Il premier è una cosa diversa dal passato, perché “non saranno possibili altri Verro o altri Vigorelli”, e ci si riferisce al consigliere accusato di missive segnalatrice al premier, e al capo dei Tgr che nel 1994 passò le redazioni di Saxa avvolto in una bandiera di Forza Italia. La Rai decaffeinata alla vigilia dell’ennesima rivoluzione è insomma un guazzabuglio di false speranze, atmosfera da otto settembre, tana liberi tutti, nostalgia di un passato che non tornerà mai. Però, come nelle grandi saghe, più dei pettegolezzi dei piani alti sono interessanti quelli delle retrovie. Come in una Downton Abbey tra Viale Mazzini e via Flaminia, ecco le impressioni imprevedibili downstairs, ai piani bassi. Saxa Rubra. La località a nord di Corso Francia, dopo aver passato il distributore Eni secondo le nuove letterature criminali ufficio del “cecato” Carminati.

 

Secondo la leggenda, a Saxa fu sconfitto l’imperatore Massenzio, imperatore che non fu mai riconosciuto dai romani e che regnò brevemente, venendo poi buttato nel Tevere. Al reparto trucco, insensibile alla Storia e ai presagi, trionfa un imprevedibile salvinismo. Le signore che si occupano del trucco e parrucco di ospiti politiche e non solo hanno votato tutte Grillo alle ultime elezioni, e adesso son deluse, e guardano con favore a Matteo Salvini. “Aho, io avevo la tessera del Pci, l’ho strappata”, dice una dipendente simpatica, in queste specie di container che sono gli edifici un po’ brutalisti realizzati per Italia Novanta, quando pomposamente erano stati adibiti a “International Broadcasting Center”. “Io la tessera del Pci l’ho strappata, ho votato Cinque stelle, adesso c’è ’sto Salvini che se dà tanto da fa’”, dice la signora, che rimane fondamentalmente di sinistra anche se ha una simpatia per le donne del Pdl, “le più simpatiche”, in particolare Laura Ravetto, che viene qui direttamente “coi capelli bagnati, tanto je piace come je faccio la piega”. Anche le costumiste hanno votato tutte Beppe Grillo, e, seppur moderatamente, guardano a Salvini, che pure, dice un autore, è assai omaggiato dalle maestranze quando si presenta “a Saxa”. Il fatto è che mentre ai piani alti si attende la newsroom unica, e forse la rete culturale senza pubblicità e la riforma del cda, come da suggestioni renziane, downstairs ci si preoccupa soprattutto del Jobs Act. Nelle settimane scorse già sono stati indetti scioperi, per un popolo di articolo 18 entrato secondo la secolare pratica natatoria del “bacino”. Un sistema a tutele crescenti sorto sotto il cavallo Rai: dopo un tot di rinnovi di contratti a tempo determinato, si entrava infatti nel cosiddetto “bacino”, cioè un piccolo calderone (la mitologia Rai non ha niente di grandioso) e si finiva per essere assunti, solitamente minacciando di fare causa, o spesso facendola davvero. “Un lavoretto a tempo determinato in passato non si negava a nessuno”, dice un giornalista. “Un figlio di portinaio o un figlio di ministro, se conoscevano qualcuno, avevano molta facilità a ottenere un contratto a tempo determinato”. Figlio di portinaio o figlio di ministro, upstairs o downstairs, con velocità e angolazioni diverse, però finivano comunque nel “catino”, e poi venivano assunti e blindati a tutele blindate.

 

Adesso tutto questo rischia di finire, e “semo preoccupate per i figli”, dicono le costumiste, tra una vecchia macchina da cucire Singer e alcune pubblicità Alitalia d’epoca stinte, coi trulli di Alberobello che campeggiano nei corridoi di “Saxa”. Perché “la più grande azienda culturale italiana”, come l’ha definita il premier, sembra ferma agli anni Settanta. Non solo i trulli di Alberobello: qui, dove si fanno tutti i Tg, il televideo, Rai News 24, Unomattina, pare di essere in una bolla temporale. Non sono solo i corridoi scrostati, la mancanza di acqua calda nei bagni, le luci al neon, il degrado (i casi di furti sempre più frequenti di gomme e cerchi, ma anche radio, nelle macchine nei parcheggi pur sorvegliati). In una delle palazzine, all’ingresso, in bacheca una circolare dà disposizioni per il “Giubileo dei lavoratori Rai”, con numeri di telefono e indicazioni per presentarsi al Santo Padre. Che però non è Bergoglio e non è Ratzinger, ma è Wojtyla. Il foglio per la benedizione dei cineoperatori è protocollato infatti 4 ottobre 2000, e da quindici anni è lì, a tempo indeterminato. Ma già dire “duemila” qui pare troppo. Tutto pare fermo agli anni Settanta o al massimo Ottanta. Con un giornalista scherziamo, io sto per partire per l’altro grande compound Rai, Viale Mazzini. “Vedrai che in mensa ci trovi pure le pennette alla vodka”, è il suo viatico.

 

Ma è ancora presto per il pranzo. Semmai ci vorrebbe tanto un caffè. Ma, arrivati a “Mazzini”, anche qui è difficilissimo. Si sale verso l’ottavo piano per vedere il famoso bar sigillato col panorama. Il palazzone inaugurato nel 1965 oggi è simulacro di tanti sogni di modernità stratificati e dolenti. All’ingresso, sculture bronzee impallano un giardino giapponese del più puro Fantozzi; si pagherebbero cifre considerevoli per conoscere il dipendente Rai addetto al rastrellamento delle ghiaie, producendo quei moti ondosi zen; forse specializzato a Tokyo o Kyoto con gemellaggi dispendiosi. Si guarda a questa mole ingegneristica: centoquarantamila metri cubi di cemento armato, acciaio e vetro, opera degli architetti “Berarducci e Fioroni”. Inaugurata da Ettore Bernabei, Democrazia cristiana in purezza. Autobiografia della televisione, e tante interviste anche negli ultimi giorni. A novantaquattro anni, la stessa età della famosa nonna di Renzi.

 

L’edificio ha una pianta, come ricorda il plastico all’ingresso, che simula una grande “R”. Le alte cancellate sono state aggiunte nel 1968, per tener fuori la modernità scalmanata. Salendo uno a uno i piani, la continuazione di Fantozzi con altri mezzi: fino al sesto piano, linoleum per terra, e una strana moquette ruvida alle pareti. E foto di tutte le sedi Rai, foto in bianco e nero, architettoniche, tipo Gabriele Basilico: Bolzano, Trento, Genova, Cagliari. “Che belle”, sospira un autore. Son tutte le sedi che adesso si vorrebbe tagliare. Non si riesce a vedere quella mitica di Venezia, il palazzo Labia con gli affreschi del Tiepolo, ma forse non esiste, è solo un mito radiotelevisivo.

 

Gli uffici sono piccoli, sono cubicoli come quello del funzionario Rai che ne “La terrazza” di Ettore Scola si vede ridurre sempre più la stanza grazie alle nuove potenzialità delle interpareti, e poi si riduce anche lui, smettendo gradatamente di mangiare fino al decesso. Qui invece si avvicina l’ora di pranzo, e tra dirigenti e autori non si parla tanto di riforme quanto del nuovo chef portoghese a capo del ristorante aziendale, si chiama Almeyda, come l’architetto dei Florio, e “dice”, con la terza persona singolare romana indefinita, che la pizza è notevolmente migliorata. Saliamo ancora. Al settimo piano, quello dei dirigenti, ecco il parquet e – veramente – i ficus fantozziani appena si esce dall’ascensore. Piccola nota ascensoristica prima di arrivare all’ottavo: un segnale pericoloso di modernizzazione è stato molto enfatizzato negli ultimi mesi. Il lato destro di “Mazzini”, da sempre utilizzato solo dai presidenti e dai direttori generali e naturali e galattici, con uscieri che impedivano il passaggio a comuni mortali, è stato oggi sottoposto a disintermediazione. Adesso ci sale chiunque, anche se effettivamente in questa “rive droite” di Mazzini si trovano gessati e cappotti sartoriali e profumi di acque di colonia costose. Passa anche il direttore di Rai 1, Giancarlo Leone, saluta democristianamente, e se ne va. I gossip upstairs naturalmente lo riguardano. Come riguardano tutte le posizioni di vertice: Maria Pia Ammirati, già direttrice di Rai Teche (dove “teche” in questo contesto fa pensare soprattutto a un museo) e vice di Rai 1, è data in buon piazzamento per la successione a Leone; qualcuno scommette su Antonio Campo dall’Orto, modernità renzista, già inventore di Mtv Italia: viene dato papabile ma a una rete, non come direttore generale. Per il supremo incarico, qualcuno scommette su Bernabè, per il posto che fu di Bernabei. Un calembour al settimo piano.

 

[**Video_box_2**] Ma basta. Siamo finalmente arrivati all’ottavo, ed ecco la mensa: e le famigerate pennette alla vodka ci sono davvero, ci sono le prove. In uno stanzone di quadri, autori e dirigenti. C’è un signore che sembra Enrico Mentana, con gli occhiali a televisore primi anni Ottanta, dev’essere suggestione. Infatti non c’è nessun vip: anche se a volte Gubitosi viene qui a mangiare, e pure la presidente Tarantola, tutti i maggiorenti sono dispersi nei ristoranti della zona, tutti diversi per utenza in una mappa geopolitica che si aggiorna continuamente. Il più renziano è sicuramente Settembrini, con nasi rifatti, aria vagamente milanese, design. Da Vanni, pasticceria-pizzeria dall’aria consunta,  “ci vanno i pensionati, ci puoi trovare Schultz, il biondo del Maurizio Costanzo Show”, dice un cultore della materia. I posti “bene” sono la Fiorentina, ristorantone opulento con tovaglie damascate, e il top al momento è una norcineria con un piccolo privé per i gattopardi Rai, si chiama Ercoli.

 

Però rimanendo qui, girata la mensa, eccoci al famoso bar. E’ davvero bellissimo, con un bancone lungo e specchiato che sembra l’Enterprise, e una vista tutta a specchi su Monte Mario. Di fronte ci sono le palazzine di Prati e fuori incombe la modernità renziana: ci sono gli uffici della Wild Side, casa di produzione di Lorenzo Mieli e Fausto Brizzi (leopoldisti della prima ora, renzismo cinetelevisivo) e Mario Gianani, marito del ministro Madia. C’è la Fremantle (pure di Lorenzo Mieli), produttrice di X-Factor. Fuori l’immaginario e la modernità. Qui, sigillate, le macchine del caffè, silenti, malinconiche, su cui tramonta il sole. Ci sarebbe anche una terrazza, ma è stata chiusa dopo che due dipendenti si sono buttati, tanti tanti anni fa.

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