Jacquie fa parte del nuovo mondo, del sogno americano diventato realtà, famiglia, tre figli grandi e vita insieme da quasi trent’anni. “Io sono il vento e lei è la quercia: lei mi salva ogni giorno”

Mondo Monda

Annalena Benini

Antonio Monda arriva all’appuntamento correndo, ma composto, al telefono, con la mano sopra il microfono a proteggere le parole, chiude la comunicazione (“sto entrando in una riunione, ti chiamo dopo, ciao ciao ciao”), e dice subito: sono disperato. Ma sorride.

Antonio Monda arriva all’appuntamento correndo, ma composto, al telefono, con la mano sopra il microfono a proteggere le parole, chiude la comunicazione (“sto entrando in una riunione, ti chiamo dopo, ciao ciao ciao”), e dice subito: sono disperato. Ma sorride. Deve partire per l’India fra poche ore, ha appena scoperto che gli manca un visto, deve portare passaporti e foto all’ambasciata indiana di corsa, mi chiede di fare l’intervista un po’ seduti a un tavolino, un po’ in taxi, un po’ alla cabina per le foto tessera, un po’ in ambasciata in piedi mentre aspettiamo che qualcuno ci apra la porta. Il telefono continua a suonare, agitarsi, vibrare, cerca di richiamare l’attenzione, ma Monda riesce a concentrarsi, non perdersi d’animo e essere gentile anche mentre un usciere indiano scuote la testa rattristato e dice: non possibile. Monda è stato nominato da pochi giorni direttore artistico del Festival del Cinema di Roma, Francis Ford Coppola gli ha scritto una mail piena di affetto che io cerco di sbirciare sul suo telefono, e sotto Francis leggo: Sofia. Anche Sofia Coppola gli ha fatto molti auguri, e l’atteggiamento di Monda rispetto al fatto che Don DeLillo si sia incendiato la giacca con le candele accese alla festa di compleanno a casa sua, e che Philip Roth lo consideri “great friend”, e che con Wes Anderson vada a fare il bagno insieme d’estate, e che i fratelli Coen siano amici intimi, almeno quanto Paolo Sorrentino, ha qualcosa di semplice e stupefacente insieme: non c’è abitudine annoiata e mondana, non c’è Jep Gambardella de “La grande bellezza” (a parte il vestito elegantissimo che Monda indossa oggi). Lui è ancora stupito, emozionato, appassionato al cinema, alla letteratura e ai grandi personaggi che muovono questi mondi, come quando era un ragazzo di quindici anni chiuso dentro il cinema Nuovo Olimpia a Roma. E come la prima volta, a diciott’anni, in cui vide le mille luci di New York, al tramonto in ottobre: il tassista si accorse del suo incantamento dallo specchietto retrovisore, si voltò e disse: “Benvenuto nel cuore del mondo”. Antonio Monda, scrittore, docente di Cinema italiano alla New York University, è stato celebrato dal New York Times come “custode della gloria di New York”.

 

Monda ha scoperto il cinema negli anni Settanta: era disperato e i film l’hanno salvato: “Mio padre faceva l’avvocato ma era un cinefilo, a casa nostra venivano i fratelli Taviani, Gillo Pontecorvo, io e i miei fratelli eravamo affascinati. Un giorno, la sera dopo Natale, mentre mio padre e mia madre avevano due amici a cena, lui si è accasciato per un ictus. Aveva quarantacinque anni, io quindici, quella sera ero ospite dai miei cugini e mi hanno telefonato: papà è morto. Sono tornato a casa, mi è calata all’improvviso e per sempre la vista e mi sono chiuso per otto anni dentro i cinema: dopo la scuola, al posto della scuola, tre film al giorno. Film americani, francesi, svedesi. Ero come il personaggio di Truffaut in ‘Effetto notte’, che si ricorda che da bambino rubava le locandine dei film: ero malato, però ho scoperto un mondo, e su quel momento terribile ho anche girato un film, ‘Dicembre’: sull’onda di quell’insuccesso è cominciata tutta la mia vita”. La sua grande passione, dice, è Ingmar Bergman, perché nacque dentro la cupezza di quel periodo, “con la differenza che Bergman si interroga sul silenzio di Dio, io invece con Dio ci parlo, o almeno ci provo. ‘Luci d’inverno’ di Bergman è la storia di un prete che perde la fede ma continua a celebrare la messa, perché è la sua missione: ecco io mi sento a volte come quel prete, non credo di aver perso la fede e spero di non perderla mai, però so che anche nei momenti difficili bisogna celebrare la messa. Anche quando va tutto contro, sento il bisogno di fare qualcosa”. Ma adesso va tutto benissimo, a parte la faccenda del visto per andare in India con l’aereo che parte fra cinque minuti, e il portiere indiano che non apre la porta, e il telefono che non si placa nemmeno un minuto. Anche la moglie, Jacquie, giamaicana, gli telefona da New York: “Jacquie, sono dentro un incubo, sentiamoci fra un’ora”.


“La magnifica illusione” è anche il titolo di un saggio di Monda sul cinema, perché “lo spreco è il diavolo”: spreco di tempo, di idee, di forze, di ore del mattino in cui invece di dormire si deve lavorare, spreco di soldi anche


Jacquie fa parte del nuovo mondo, del sogno americano diventato realtà, famiglia, tre figli grandi e vita insieme da quasi trent’anni. “Io sono il vento e lei è la quercia: lei mi salva ogni giorno”. Glielo ha scritto in una dedica di un saggio che contiene grandi interviste (Paul Auster, Saul Bellow, Jane Fonda, David Lynch, Jonathan Franzen, Martin Scorsese) su Dio e la religione, ma adesso mentre Monda cerca di partire per l’India e comincia a dirigere il Festival del Cinema, prepara le lezioni all’università, scrive su Repubblica, invita Edna O’Brien e Louise Erdrich al suo festival letterario mondiale “Le conversazioni” (creato quindici anni fa con Davide Azzolini), ospita Donna Tartt, spegne le fiamme dalla giacca di Don DeLillo, porta il figlio Ignazio a vedere il Milan e cura retrospettive di cinema italiano a New York, ha il terzo romanzo in uscita per Mondadori, “Ota Benga” (dentro c’è la boxe, il darwinismo, la scienza), ma ha già cominciato a scrivere il quarto e a pensare il quinto. “E’ il mio progetto: dieci romanzi su New York, uno per ogni decennio americano, mi rendo conto che è folle tirare in ballo la commedia umana di Balzac, ma è così che mi piace vivere ed è questo che mi appassiona”.

 

Non è solo una dichiarazione d’amore, ma il ringraziamento, il senso di una vita salvata e compiuta nel cuore del mondo, con i sogni realizzati anche grazie alla pacificazione con l’idea, accantonata, di fare il regista.

 

Era quella “la magnifica illusione” (è anche il titolo di un saggio di Monda sul cinema, perché “lo spreco è il diavolo”: spreco di tempo, di idee, di forze, di ore del mattino in cui invece di dormire si deve lavorare, spreco di soldi anche; Monda è un uomo oculato, si vede almeno da come tiene gli occhi sul tassametro mentre parliamo e mentre risponde al telefono) che gli ha dato la voglia di conquistare New York: a venticinque anni, laureato in Legge, ha convinto la Rai a finanziargli un documentario sulla cultura ebraica americana. Aveva letto per primo Isaac Singer, e aveva capito, grazie al cinema e alla letteratura, che la maggior parte delle cose che gli piacevano, che lo trasportavano in un altro mondo, erano fatte da ebrei. Così è partito per New York e ha cominciato a telefonare a chiunque, un po’ spavaldo e un po’ ossessivo (il primo della lista fu Singer, perché la sua strategia in tutte le cose, quindi anche nel nuovo Festival, è puntare in altissimo, partire dalla cima: se mi dice sì Singer, chi oserà dirmi no? Barbra Streisand gli disse subito di no perché Singer aveva appena stroncato in prima pagina sul New York Times il film che lei aveva diretto, “Yentl”, tratto, appunto, da un racconto di Singer, ma Monda non lo sapeva perché non leggeva i giornali già allora e quasi non li legge adesso: “A qualcosa devo rinunciare per continuare a vivere: quindi non ho la televisione e i giornali li leggo su Facebook”). Questo ventenne con enormi occhiali da vista (montatura da nerd anni Ottanta) lavorava tutto il giorno, la sera tornava in albergo e il concierge attonito gli riferiva: ti hanno cercato Elie Wiesel, Henry Kissinger, Woody Allen, Bernard Malamud, ma tu chi sei? “Non ero io, era l’America. In America richiamano tutti, poi se capiscono che sei un cretino non se ne fa niente, e se non mantieni la parola è finita per sempre. Io ero realmente ossessionato, pazzo ma serio”. Le sue amicizie con gli idoli, divenute nei decenni mitologiche e anche oggetto di parodia (c’è un dvd di Wes Anderson che si intitola “Mondo Monda”), sono cominciate allora, e si sono moltiplicate, rafforzate, approfondite, grazie all’ostinazione gentile e anche grazie alla moglie Jacquie, che ama invitare le persone a casa, cucinare, mangiare, scherzare, chiacchierare. “Quando non avevamo una lira, cioè per molti anni”, ricorda Monda mentre insegue un cameriere per pagargli il caffè e lanciarmi dentro un taxi all’inseguimento della libertà di andare in India, “io avevo ottenuto, grazie a un amico, di occupare un appartamento minuscolo a Manhattan in cambio del mio lavoro di superintendent: a metà tra il portiere e l’amministratore di condominio. Lavavo le scale, gestivo male le caldaie, riscuotevo gli affitti. Per cinque anni abbiamo vissuto così. Per un grande colpo di fortuna la nostra baby sitter, pagata da mia madre perché io non potevo permettermela, si innamorò del superintendent del palazzo accanto, Jorge, ecuadoriano. Così tutto quello che non sapevo fare lo chiedevo a Jorge e a volte gli chiedevo anche di fare le cose al posto mio. Guadagnavo all’Università, a metà anni Novanta, ottocento dollari al mese, ci manteneva tutti mia moglie con il suo stipendio. A un certo punto si era liberato un altro minuscolo appartamento, al terzo piano, noi dormivamo al primo: ho promesso lavoro extra e ho ottenuto anche quello. Lì abbiamo cominciato a fare le cene. Mi davo molte arie perché veniva a mangiare da noi Gay Talese, che non sapeva che fino a cinque minuti prima avevo lavato le scale o implorato Jorge di sostituirmi”.

 

Era una bella vita, da commedia americana: con i bambini piccoli, le luci di New York, la letteratura, la cucina calabrese, il lobster roll, l’Upper West Side, le mostre al Moma, al Guggenheim: Monda entrava nei musei con il suo bigliettino da assistente universitario e proponeva rassegne, mostre, incontri, parlava del cinema italiano, non sbagliava un titolo, ricordava a memoria tutte le battute. A Jacquie il cinema non piace, e a poco a poco suo marito, che si innamorò di lei durante quel primo documentario sulla cultura ebraica americana (lei accompagnò un’amica che non voleva restare da sola con Monda), è un po’ guarito dalla sua malattia. Va al cinema la domenica sera, quasi sempre da solo, va a letto alle undici di sera, alle sei del mattino comincia a scrivere, ha rinunciato all’idea di girare un film da “Taibele”, un racconto bellissimo di Singer del quale aveva comprato i diritti. “Non avevo il talento per diventare un grande regista, ho avuto questa fortuna”.

 

[**Video_box_2**]La fortuna è stata anche quell’infelicità e il senso di ingiustizia che l’ha convinto ad andare a New York per sempre, durante Mani pulite. Lo zio, che alla morte del padre si era occupato anche economicamente dei fratelli Monda, politico democristiano che era stato già ministro della Pubblica istruzione, venne indagato per corruzione (mai processato, subito prosciolto, “è stato solo infangato”). “Ne morì, non molti anni dopo, e questa vicenda ha segnato la mia famiglia e le mie convinzioni. Ho sviluppato, da quel periodo, un po’ di repulsione per i giornali” (nel corso di questa chiacchierata in giro per la città, finita con il via libera per l’India e la preghiera di trovare il modo di scrivere “evviva Cormac McCarthy”, Antonio Monda ripeterà spesso: mi fido di te, con aria inquieta). “Mia moglie dice che sono così frenetico che non faccio in tempo nemmeno a godermi quello che mangio, ha ragione ma non conosco un altro modo di vivere”. La frenesia della realizzazione delle idee, la frenesia della gentilezza e anche la frenesia dell’organizzazione. Antonio Monda ha fatto delle sue giornate una tabella di marcia per la realizzazione delle sue passioni. Dentro questo “mondo Monda” si può fare tutto, tranne dire “la qualità della vita”: “La qualità della vita ce l’ha chi vive disperato in campagna e gli amici vanno a trovarlo perché è solo”. Tu non vai in campagna? “Odio la campagna: a me piacciono lo smog, il traffico, i rumori, le sirene della polizia, Baudelaire diceva che la campagna è quel posto dove capita di incontrare gli animali crudi. In campagna morirei”.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.