Il vero piano degli Agnelli: vendere la Fiat e tenersi la Ferrari

Claudio Cerasa

L’opzione di spostare in Olanda la sede legale di Ferrari. Le parole che mancano al governo. Il senso di un’operazione e due chiavi di lettura per interpretarlo.

La notizia che la Ferrari sta ragionando sull’ipotesi di trasferire la sua sede legale in Olanda, come era già successo tempo per Fca e come anche questo giornale aveva previsto in un articolo pubblicato il 5 novembre del 2014, si può osservare seguendo due chiavi di lettura.

 

La prima chiave di lettura riguarda le politiche del governo e le condizioni ancora proibitive che esistono nel nostro paese per, come si dice, fare business. L’idea che un governo ambizioso e attento alla politica industriale come quello italiano non dica nulla, non commenti, non si esponga rispetto alla possibilità ormai concreta che la famiglia Agnelli delocalizzi la sua sede legale in Olanda fa semplicemente sorridere perché il punto non è solo tecnico ma è anche politico e verrebbe da dire culturale. Cosa succederebbe, come scriveva correttamente qualche mese fa sul nostro giornale Andrea Tavecchio, se negli Stati Uniti General Electric decidesse di trasferire in Olanda la sua sede legale o se nel Regno Unito Vodafone decidesse di spostarsi a Zurigo? Si aprirebbe un bel caso, e forse un bel casino. Ci si chiederebbe quali sono le caratteristiche che mancano al proprio paese per attrarre investimenti e ci si chiederebbe quali dovrebbero essere le condizioni fiscali ideali per evitare che un campione industriale possa (legittimamente) scegliere un altro paese piuttosto che quello in cui è nato e cresciuto. Invece da noi scena muta. E non si tratta, ovviamente, di voler influenzare la scelta libera di una società ma si tratta di avere sensibilità su temi che riguardano il tessuto economico del nostro paese. Che si fa, caro Renzi, si fa finta di nulla? Ecco. Questa è la prima chiave di lettura e sarebbe grave se il nostro governo perdesse l’occasione di esprimersi su questo punto.

 

La seconda chiave di lettura è invece più analitica e meno editorialistica e riguarda quello che sembra essere ormai il destino evidente della Ferrari e il vero piano della Exor, scatola con cui gli Agnelli controllano sia Ferrari sia Fca. I puntini si stanno unendo tutti quanti e il contesto ci sembra ormai evidente: Fendere Fca e tenere Ferrari. I passaggi sono già stati messi in cantiere. E il disegno si è cominciato a osservare con chiarezza proprio a novembre, quando il cda di Fiat Chrysler Automobiles (Fca) autorizza la separazione di Ferrari dal gruppo Fca attraverso un’operazione condotta in due fasi: la vendita del 10 per cento del capitale di Ferrari (capitale controllato da Fca al 90 per cento) e la distribuzione della rimanente partecipazione di Fca in Ferrari agli azionisti di Fca. Senso dell’operazione: definire un prezzo di mercato al quale Exor potrà fare riferimento nel momento in cui deciderà di passare dal 24 per cento (attuale) al 51 per cento di Ferarri.

 

Questo il primo passaggio. Il resto sembra essere scritto già nero su bianco. Il gruppo Fca verrà messo in vendita da Exor in un tempo utile a far gestire l’operazione a Marchionne (che ha annunciato che lascerà il comando dell’azienda entro il 2018). Poi Exor, che oggi controlla la Ferrari con una quota del 24 per cento, acquisterà le azioni Ferrari sul mercato e diventerà il socio di riferimento della casa di Maranello (il cui presidente è Marchionne). E se poi, come già scrivevamo sul Foglio a novembre, si dovesse confermare la scelta di spostare la sede legale di Ferrari i pezzi del puzzle tornerebbero: la sede ad Amsterdam permetterebbe di esercitare il voto multiplo (l’attribuzione di un voto addizionale ad alcuni azionisti); e dato che Ferrari verrà quotata sia a New York sia in un’altra Borsa europea, quando Exor deciderà di diluire la partecipazione in Fca grazie al voto multiplo potrà avere quasi la maggioranza dei voti in Ferrari. Il futuro di Ferrari è questo. E forse il governo qualche parola per comentare quello che sta succedendo dovrebbe offrirla. No?

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.