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L’Hamilton riluttante

Henry Adams lo descrisse come il momento più drammatico dei primi anni della politica dell’Unione. L’11 luglio 1804 i duellanti dissero all’unisono “Presente!” e alzarono le loro pistole. Dopo gli spari, Alexander Hamilton cadde a terra dicendo: “Sono un uomo morto”. Così, per mano del suo rivale a New York, l’allora vicepresidente Aaron Burr, si concluse la vita del padre fondatore della nazione di immigrati, nato nelle Indie Occidentali

1 Marzo 2015 alle 06:18

L’Hamilton riluttante

Ci siamo ritrovati a sperare che Draghi fosse l’Hamilton europeo, il costruttore di istituzioni economiche comuni. In verità è un compito improprio, soprattutto impossibile senza un sovrano di riferim

Anticipiamo stralci da un saggio in uscita sull'ultimo numero di Limes, intitolato "Moneta e Impero", da oggi nelle edicole e nelle librerie.

 

I have thought it my duty to exhibit things as they are, not as they ought to be.
Alexander Hamilton

The market should not doubt Mario, he’s been able to pull this through
Larry Flink

 

Henry Adams lo descrisse come il momento più drammatico dei primi anni della politica dell’Unione. L’11 luglio 1804 i duellanti dissero all’unisono “Presente!” e alzarono le loro pistole. Dopo gli spari, Alexander Hamilton cadde a terra dicendo: “Sono un uomo morto”. Così, per mano del suo rivale a New York, l’allora vicepresidente Aaron Burr, si concluse la vita del padre fondatore della nazione di immigrati, nato nelle Indie Occidentali. Poche ore prima, Hamilton – che dopo essere stato l’aiutante di campo di George Washington, servì come primo segretario al Tesoro degli Stati Uniti, ma anche come maggiore generale dell’esercito – aveva scritto la sua ultima, breve lettera a Theodore Sedgwick. Non faceva menzione del duello, ma sottolineava una parola: democrazia. Hamilton la definiva “la nostra vera malattia”. Egli rimase per tutta la vita un democratico scettico: mai idealista, mai prono a rappresentazioni arcadiche degli Stati Uniti (come la democrazia agraria di Jefferson, il suo più grande avversario). “Di tutti i fondatori, Hamilton era forse quello che aveva i maggiori dubbi sulla saggezza delle masse e voleva che i leader eletti le guidassero. Questo fu il grande paradosso della sua carriera: la sua visione ottimista del potenziale degli Stati Uniti coincideva con una visione essenzialmente pessimista della natura umana. La sua fede negli americani non ha mai raggiunto la sua fede nell’America”. Hamilton aveva dedicato la sua vita a rendere l’America un forte stato moderno, dotato di una Banca centrale, di una rete creditizia, di un sistema di tassazione. Collocò i nascenti Stati Uniti d’America nel futuro dell’economia, creando un’infrastruttura in grado di corrispondere ai principali cambiamenti della sua epoca (la rivoluzione industriale, l’ampliamento del commercio internazionale, la crescita dell’attività bancaria e dei mercati azionari), pur partendo da un governo federale che nel 1789 era in bancarotta. Nella formazione di Hamilton c’era una consapevolezza eminentemente politica delle finanze pubbliche. Durante la guerra di indipendenza, Hamilton sostenne che l’obiettivo sarebbe stato raggiunto non vincendo qualche battaglia, ma riportando l’ordine nelle finanze degli Stati. Come da principale autore dei Federalist Papers si ispirava alla storia classica, così da segretario al Tesoro leggeva politicamente la storia recente: la rivoluzione francese e la ribellione di Shays insegnavano che “la stabilità e la sostenibilità del debito e delle finanze pubbliche erano cruciali per riconciliare la stabilità politica con lo sviluppo finanziario”. Hamilton sapeva che “il vero segreto per rendere il credito pubblico immortale è che la creazione di debito deve essere sempre accompagnata con gli strumenti della sua estinzione”.

 

Nella sua Nobel Lecture del 2011, Thomas Sargent ha ripreso l’esperienza di Hamilton e degli Stati Uniti dell’epoca, identificando le analogie e le differenze con le problematiche affrontate oggi dall’Unione europea. Ha ricordato che Hamilton, per migliorare le aspettative dei creditori, usò con determinazione l’unico strumento concreto di cui disponeva: la creazione di un’unione fiscale con un allineamento di istituzioni e di interessi in grado di aumentare la reale probabilità di pagamento da parte del governo federale. Negli Stati Uniti di Hamilton, il passaggio dell’unione fiscale giunse prima rispetto all’unione monetaria. Sia Sargent sia Gaspar sottolineano una differenza cruciale: il debito che Hamilton si trovava ad affrontare era principalmente debito federale accumulato durante la guerra di indipendenza; il debito europeo, invece, è principalmente debito degli stati accumulato attraverso le loro politiche fiscali e finanziarie. Vi è quindi una naturale differenza sul senso di solidarietà di tale debito. Un’analogia tra la situazione americana e quella europea concerne invece la necessità di agire tempestivamente durante le crisi. Nel primo caso, ad agire tempestivamente fu il delegato della Confederazione di New York, scettico sulla democrazia e convinto che un’“aristocrazia del merito” debba utilizzare la fiducia pubblica per agire con coraggio nei processi di state building. Nel secondo caso, ad agire tempestivamente non è stato nessuno statista eletto.

 

La prima guerra di interdipendenza dell’Europa ha fatto emergere soltanto il nuovo inquilino dell’Eurotower, Mario Draghi. Draghi arriva alla Bce al picco della crisi, il 1° novembre 2011. L’euro è davvero sull’orlo del baratro. Tre giorni dopo a Cannes si tiene il G20 sotto presidenza francese. All’ordine del giorno la regolazione finanziaria, le materie prime, il lavoro e la corruzione, ma l’intera agenda è sconvolta dalla decisione unilaterale della Grecia di fare un referendum sul piano di aiuti con annesse misure di austerità concordato con Bruxelles. L’altro dossier scottante è l’Italia. Draghi è assente giustificato al G20 che con una sola mossa fa fuori Papandreou e Berlusconi. Si trova a Francoforte per mettere il suo marchio, prendendo una decisione forte già nel corso del primo direttivo: la riduzione dei tassi di interesse dallo 0,5 al 0,25 per cento dopo l’aumento (sconsiderato) voluto da Trichet il 7 luglio 2011. Alla Bce Draghi è accolto con rispetto. Ma certo non sono molti gli amici in un’istituzione europea in terra tedesca, di filosofia tedesca, piena di funzionari tedeschi. Due sono gli alleati su cui può contare nel board della Bce: Benoît Coeuré, francese nominato al posto di Bini Smaghi, per formazione e geografia vicino alle posizioni di Draghi; Jörg Asmussen, il meno tedesco dei tedeschi, un politico formatosi insieme a Weber e a Weidmann, l’attuale capo della Bundesbank, ma con un master in Bocconi e una visione meno ordoliberista. Sempre lo stesso Asmussen che, divenuto sottosegretario al Lavoro nel governo Merkel III, viene segnalato come mediatore tra i tedeschi e Syriza durante la campagna elettorale che porterà al governo Tspiras. Ma nemmeno questi amici che spesso hanno aiutato Draghi nei passaggi più delicati erano informati dell’atto più dirompente della sua presidenza. Tre parole, solo tre parole, pronunciate a Londra il 26 luglio 2012, che hanno cambiato il corso della crisi: “Whatever it takes”, “a qualunque costo” la Bce avrebbe salvato l’euro. “Entro il nostro mandato, la Bce è pronta a fare ogni cosa necessaria per mantenere l’euro. E credetemi, sarà abbastanza”. Come si arrivò a quelle tre parole? Una storia completa della vicenda ancora non è stata scritta ma più fonti sembrano confermare che fu un’iniziativa personale di Draghi. Nel testo scritto quella formula non c’era (lo stesso è avvenuto nell’agosto 2014 con il discorso a Jackson Hole, il ritrovo annuale dei banchieri centrali di tutto il mondo in cui Draghi per la prima volta in maniera esplicita ha riconosciuto la necessità di politiche per stimolare la domanda e non solo di riforme strutturali). Finora la ricostruzione più autorevole l’ha fatta l’ex segretario al Tesoro americano Tim Geithner, colorita dagli appunti che sono serviti alla redazione del libro sulla salvezza dell’euro pubblicato dal Financial Times. Draghi era a Londra a incontrare hedge funds e banchieri ed era sempre più preoccupato e innervosito dalle continue insinuazioni sulla fine dell’euro. Così quando salì sul palco disse tre parole tra l’ovvio e il rivoluzionario: a qualunque costo. “Totalmente improvvisato. (…) Sono andato a incontrare Draghi e Draghi, in quel momento, non aveva nessun piano”. (…) Se non fosse irrispettoso, potremmo definirla la più grande (ed efficace) supercazzola mai pronunciata da un banchiere centrale. Per mesi l’Outright monetary transactions, un piano di acquisto di titoli sul mercato secondario che rappresenta l’attuazione pratica del “whatever it takes”, è rimasto una sorta di scatola vuota. Solo mesi dopo i giornalisti hanno cominciato a chiedere delucidazioni sul funzionamento esatto del piano e sulle sue basi giuridiche. Le risposte sono sempre state vaghe ed evasive. Il piano è pronto, ma nessuno lo ha mai usato. Solo la sua presenza è bastata a renderlo non necessario. La sublimazione stessa del lavoro del banchiere centrale, uno dei pochi ambiti professionali in cui le parole contano più dei fatti (a patto di essere credibili, ovviamente). “Il ‘whatever it takes’ non fu tanto un capolavoro di politica monetaria, ma un capolavoro di politica tout court. Nessuno speculatore si azzarda a scommettere contro un banchiere centrale determinato a stampare moneta”, ha scritto Luigi Zingales. Dopo il “whatever it takes” gli spread cominciano per la prima volta a scendere significativamente. La frase di Draghi ha salvato l’euro ma da solo non è bastata. Oltre a una reazione anemica da parte della politica un’altra malattia, conseguenza di anni di sfiducia, ha cominciato a farsi largo in Europa: la deflazione. (…)

 

Ancora una volta, l’unico in Europa che ha un bazooka è Draghi. Il 22 gennaio 2015 arriva il terzo atto chiave della sua presidenza alla Bce: il Quantitative easing o Qe, un piano di acquisto di titoli pubblici da 60 miliardi al mese fino a un massimo del 33 per cento del debito pubblico di ogni paese. Un programma gigantesco, il 10 per cento del pil europeo, ma stretto tra i vincoli politici (solo il 20 per cento sarà garantito a livello centrale, il resto cadrà sulle spalle della Banca centrale nazionale in caso di default) e il ritardo sulla tabella di marcia (il primo Qe la Fed lo fece nel 2008). Un passo comunque storico, ancora una volta sotto il segno di Draghi. Se l’Europa e soprattutto l’euro sono ancora in piedi lo devono soprattutto a Draghi. Le sue parole e le sue azioni hanno contato come macigni in una crisi economica e di fiducia. Ma che Europa ha in mente Draghi? Quella che traspare dai suoi discorsi pubblici, quindi per forza pragmatici e moderati, è un’Europa molto tedesca. Nel 2011, Draghi si è rivolto al principio più caro ai tedeschi (l’economia sociale di mercato) nelle lezioni Ludwig Erhard, su invito di Hans Tietmeyer, rivendicando l’attualità del comandamento della stabilità dei prezzi: “L’economia sociale di mercato non è possibile senza una politica coerente di stabilità dei prezzi”. Draghi intraprende un’azione da lui stesso definita “inusuale”: davanti alle polemiche in Germania sul suo piano, viene organizzato un incontro ufficiale con il Bundestag sulle politiche della Banca centrale europea (la cui accountability è tradizionalmente rivolta al Parlamento europeo): il 24 ottobre 2012 il presidente della Bce difende le sue politiche e si confronta con i parlamentari tedeschi a partire da tre pilastri (l’immutabilità dell’attenzione alla stabilità dei prezzi, l’azione limitata al mandato, l’indipendenza). Nel 2013, in occasione del saluto a Stanley Fischer per la fine del suo mandato da governatore della Banca centrale israeliana, Draghi ripete “che la costituzione monetaria della Bce è basata con nettezza sui princìpi dell’ordoliberismo”. Se vogliamo abbandonare il tema intellettuale dell’ordoliberismo (il cui uso, come ha notato Kundnani, è spesso strumentale) e affrontare l’opinione pubblica tedesca, il termometro ideale – come suggerisce l’Economist – sono le copertine della Bild (tre milioni di copie al giorno per circa dodici milioni di lettori). Nel febbraio 2011, davanti alla possibilità che Draghi fosse nominato alla Bce, il tabloid titolava “Mamma mia”, scrivendo accanto alla sua foto: “Per favore non questo italiano. Per gli italiani l’inflazione nella vita è come la salsa di pomodoro sulla pasta”. Due mesi dopo, a nomina assicurata, giravolta clamorosa della Bild, che lo definiva piuttosto tedesco nonostante le sue origini e soprattutto streng, bodenständig, zielstrebig, treu, kantig (“severo, con i piedi per terra, determinato, fedele e quadrato”), accompagnando l’articolo con un fotomontaggio di Draghi con una Pickelhaube (elmetto prussiano a punta). Nel marzo 2012 l’incoronazione: Draghi riceve una vera e propria Pickelhaube del 1871 dalle mani del direttore del tabloid. Dopo il whatever it takes dell’agosto 2012, la musica cambia nuovamente: “Draghi dà un assegno in bianco agli stati indebitati” e la Bild minaccia di chiedere indietro l’elmetto. Con il Quantitative easing la Bild vede solo un rischio di svalutazione, sfortuna e declino, mentre con quei soldi si sarebbero potuti comprare 380 miliardi di boccali di birra.

 

[**Video_box_2**]Per il Draghi “tedesco”, l’idea che il problema dell’euro derivi dal fatto che si è fatta l’unione monetaria senza l’unione politica “è un equivoco”. Infatti, “se l’unione monetaria europea ha dimostrato maggiore tenuta di quanto ritenessero molti è soltanto perché coloro che nutrivano dubbi al riguardo hanno giudicato erroneamente questa dimensione politica. Hanno sottovalutato quanto i suoi membri fossero legati, quanto avessero investito collettivamente e quanto fossero disposti a risolvere insieme problemi comuni nei momenti di maggiore necessità”. Quindi che cosa significa “completare” un’unione monetaria? “Significa principalmente creare i presupposti affinché i paesi, entrandone a far parte, raggiungano una maggiore stabilità e prosperità”. Con quali passaggi? “Bisogna creare le condizioni affinché tutti i paesi possano prosperare in modo indipendente. Tutti i membri devono essere in grado di sfruttare i vantaggi comparati all’interno del mercato unico, attrarre capitale e generare posti di lavoro. Devono inoltre essere sufficientemente flessibili da reagire con rapidità agli shock a breve termine. In definitiva, occorrono riforme strutturali che stimolino la concorrenza, riducano il carico superfluo della burocrazia e rendano i mercati del lavoro più adattabili”. Altro che bilancio europeo, fiscal capacity o sussidio europeo di disoccupazione. Per Draghi più Europa significa più potere di controllo e intervento, ma non nuovi strumenti, a partire da una capacità fiscale. Una posizione comprensibile in qualità di presidente della Bce, obbligato a un delicato equilibrio, ma certo non coraggiosa come quella di Hamilton. Dopotutto Draghi è “solo” un banchiere centrale e nel suo ambito fa pragmaticamente il possibile. Prendiamo l’accordo sull’unione bancaria. Formalmente si tratta di una decisione dei ministri delle Finanze europei, ma il lavoro porta l’impronta di Francoforte, che conquista poteri fino a quel momento riservati alle Banche centrali nazionali. Come spesso accade negli accordi europei è un compromesso sotto le aspettative, in particolare per la mancanza di quel vero salto federale (i fondi per coprire eventuali perdite rimangono in capo ai singoli stati) per fare dell’Eurozona un’area monetaria vera e solidale e non una somma di stati che alla fine dei conti rimangono responsabili in solido e quindi esposti da soli alle tempeste economiche e finanziarie.

 

Fin dai tempi del Tesoro, Draghi veniva chiamato Mr. Somewhere Else, il Signor Altrove. Aveva troppe cose da fare e in tanti non riuscivano a trovarlo. Anche la sua storia, nell’Europa della crisi, è quella della continua ricerca di un “altrove”. Nelle indiscrezioni d’inizio 2015 si parla di un “altrove” in cui spedire lo stesso Draghi: l’Italia che non è stata salvata dal vincolo esterno, un’Italia rimpicciolita rispetto alla statura internazionale che Draghi ha acquisito ma che, quando non partecipa ad attività e decisioni europee che ci riguardano, autolimita la propria sovranità. La ricerca dell’altrove italiano di Draghi rimarca la verità colta da Marcello De Cecco: “I banchieri centrali sono diventati europei, molti altri funzionari, imprenditori o semplici cittadini, lo sono ancora molto meno”. L’altro “altrove” è il ruolo politico della Banca centrale europea, le critiche al suo mandato sacro e zoppo. Anche qui la situazione europea incontra gli Stati Uniti, ma in un ciclo politico generale che oscilla tra vari gradi di accettazione dell’indipendenza delle Banche centrali. L’ha ricordato Harold James: “A seguito della crisi economica, aumenta la critica politica alle banche centrali. Negli Stati Uniti, si riprende il dibattito che rimanda al XIX secolo e alla campagna di Andrew Jackson contro la seconda banca degli Stati Uniti; in Europa, le preoccupazioni sulla governance e sul supposto deficit democratico della Bce, molto frequenti negli anni Novanta, ritornano con forza”. Cosa è il mandato, quando una moneta è davanti al suo estremo “altrove” (la disintegrazione)? E quando lo è una società? Negli anni Settanta, il giovane economista Draghi, che come professore a Padova aveva avuto qualche difficoltà per le cosiddette “ronde di Toni Negri”, chiese a Paolo Baffi come mai sopportasse un’inflazione che toccava punte del 20-21 per cento, perseguendo la stabilizzazione del tasso reale invece di quello nominale. Baffi rispose: “Bene, bene, tu sei giovane ma qui noi abbiamo le Brigate rosse”. Cosa sarebbe stata la Bce se fosse stato nominato Axel Weber e se l’unlikely candidate fosse rimasto a Via Nazionale? Impossibile dirlo, ma sicuramente sarebbe stato diverso. Ha fatto tutto il possibile? No, perché forti sono stati i vincoli politici che neanche il più tedesco degli italiani è riuscito a superare. Però ha fatto più di tutte le altre istituzioni. E questo è il paradosso di un’Europa in cui è mancata soprattutto la politica fiscale, non tanto quella monetaria. (…) Il banchiere centrale che Draghi disegna alla fine è “solo” un fonico, che aspira a essere noioso e che controlla dal fondo della sala che tutto fili liscio. Sul palco i musicisti sono altri. Sul palco europeo però si è trovata solo una leader riluttante: Angela Merkel, che ha governato con più ansia per i risultati delle varie elezioni regionali che avendo in mente una soluzione di lungo periodo. In questo vuoto, ci siamo ritrovati a sperare che Draghi fosse l’Hamilton europeo: non l’amato autore della Dichiarazione d’indipendenza (di dichiarazioni messianiche in Europa ne abbiamo viste fin troppe), ma il costruttore di istituzioni economiche comuni. La verità è che Draghi non poteva né può esserlo. E’ un compito improprio, ma soprattutto impossibile senza un sovrano di riferimento. Super Mario ha molti poteri, ma la politica non può delegargli tutto. Così Draghi dall’Eurotower può osservare il paradosso di Hamilton: per i costruttori dell’Europa di ieri e di oggi, la fede negli europei non ha mai raggiunto la loro inossidabile fede nell’Europa. Gli europei sono i “Signori Altrove”. Ma non ci sarà un duello in cui Draghi risolverà la questione né un magico “Fermati! Sei così bello!” da pronunciare, per riprendere il Goethe caro a Carli e a Ciampi. Spetta agli europei costruire, distruggere, ripensare lo spazio politico in cui abitano.

Alessandro Aresu

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