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Trentalance e le altre. L'irrefrenabile voglia di una dimensione intellettuale dei pornoattori

Simonetta Sciandivasci

Tre giorni di buio (ed. Ultra) è l’esordio nella narrativa thriller, diciamo pure nella narrativa del pornodivo. Prima il passaggio alla letteratura l'aveva tentato anche Sasha Grey. Mentre Valentina Nappi filosofeggia su MicroMega

Sodomizzami godo, Stupri italiani 9: Susy piange, Anal Aristocrats 1, Tre giorni di buio. L’intruso è il quarto, si penserà. E invece no, niente intrusi: tutti e quattro i titoli hanno in comune il porno e Franco Trentalance (ricordare sempre che le categorie sono forme a priori dell’intelletto – a priori, sottolineare). Tre giorni di buio (ed. Ultra) è l’esordio nella narrativa thriller, diciamo pure nella narrativa (il primo libro era un’autobiografia), del bellissimo pornostar (440 film all’attivo e tante solitudini femminili addolcite). Scritto a quattro mani, quelle gentili, possenti, capaci e wow di Franco e quelle del giornalista Gianluca Versace, il libro intreccia tre storie dove “prendono vita le diverse forme del male” (quante saranno, cinquanta?). In una, si vede all’azione Luca Graf, pornodivo in crisi, assalito dai dubbi ed estenuato dal lavoro. Guadagnare facendo sesso con individui bellissimi davanti a una telecamera può stuccare, commercialisti e notai si rassicurino: tutti i lavori contengono un elevato potenziale di tediosità e repellenza, non solo i loro. “Vi porto su un set hard”, ha detto Franco parlando dell’episodio di Graf, nel quale, tuttavia, non s’identifica perché lui, dal porno, è tutto meno che nauseato (solidarietà a commercialisti e notai: realtà e letteratura raramente coincidono). Sciocchi noi a credere che, su un set porno, Franco ci avesse già portato con Sodomizzami godo e gli altri 439. Bart Simpson diceva che “se lo vedo in tv, è vero”, ma la questione non si annoda sulla verità. È la legittimità che cerchiamo, tutti, dal primo all’ultimo, dal commercialista, al pornodivo.

 

La letteratura, per quanto soffra d’inflazione cronica, diventa sempre di più il mezzo di quella legittimazione, che, ricorrendo alla sinonimica arbitrata dal giornalismo, dovremmo forse chiamare “sdoganamento”.

 

All’uscita, nel 2013, del libro di Sasha Grey, altra poliedrica pornostar felice di fare la pornostar, si scrissero e lessero cose tipo “non ha temuto il confronto con la letteratura” , “le sue passioni alte sono una geniale mossa di marketing”, “chi l’avrebbe mai detto che conoscesse Orson Welles?”. Tutte considerazioni che partivano da un punto: sebbene sia una pornostar, questa tizia è intelligente, colta, agile, #poliedrica. Moralismo camuffato da sdoganamento del moralismo, cui sarebbe stato tanto bello che orde di pornostar avessero risposto con centinaia di pornofilm, e invece no. Invece, accade che su MicroMega, Valentina Nappi, pornostar fiera, tiene un blog in cui filosofeggia e in cui non si stanca di vergare il senso di quello che scrive di dimostrazioni del fatto che lei, sebbene sia una pornostar, può spiegarci che “il razzismo di sinistra è antinomico”, “oggi il fascismo si chiama anticapitalismo” e “l’economista Emiliano Brancaccio è pasoliniano”.

 


L'ex pornostar Sasha Grey


 

Che noia queste coccole al cotè intellettuale. Che noia anche vederla, Valentina, bella com’è, mentre spreca il fiato alle convention di filosofi, chiedendo loro “vi masturbate?”: lei furba, perché consapevole di scandalizzarli e loro fessi, che si lasciano scandalizzare e anche, per qualche minuto, convincere di poterla effettivamente includere nel loro empireo di ragionatori e custodi della Verità. Che meraviglia, invece, leggerla quando scrive, su Twitter, a proposito di 50 sfumature di grigio: “i giochini sadomaso falli con il muratore, fanculo al riccone col jet privato!”. Finalmente vera.

 

Franco Trentalance, che è tanto vero pure lui, la prima balla l’ha detta parlando proprio del suo libro: “Amo la comunicazione, perché le donne si seducono con le parole”, quando sa bene che le donne sono felici di aprire il cuore anche, semplicemente, a un uomo capace di sfilare, con dolcezza ferina, una maglietta e offrire una cena. E questa è una verità che non si può dire negli editoriali, ma nei porno sì. Per questo ci piacciono assai, i porno, anche se ci vergogniamo di ammetterlo. E il bello sta proprio in quella piccola, trascurabile vergogna.

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