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La grande bufala campana

Non finisce la lista di vittime collaterali del “Teorema dei fuochi”

Non un metro di superficie agricola è off limits per insalubrità degli ortaggi. Chi risarcirà i danni agli imprenditori? Silenziato il caso Capasso. La Campania usa 55 milioni per riparare l’immagine lesa, perché invece non darli ai coltivatori?

25 Febbraio 2015 alle 06:24

Non finisce la lista di vittime collaterali del “Teorema dei fuochi”

Roma. Contraddire la vulgata popolare quando si parla di “Terra dei fuochi” pare reato di lesa maestà, eppure i fatti stanno sciogliendo la grande bufala dell’agricoltura avvelenata in Campania. Le indagini dell’Agenzia regionale per l’ambiente campana (Arpac), pubblicate il 15 febbraio, dicono: “Nessuno dei prodotti agricoli per alimentazione umana è risultato non conforme ai limiti normativi” e “in nessun terreno analizzato sono stati riscontrati valori anomali di radioattività” (“Inferno atomico”, chi?). L’ultimo decreto del ministero dell’Ambiente e di quello della Salute riprende i dati Arpac facendo emergere un dato chiave: solo 15 ettari su 549 mila di terreni agricoli campani sono interdetti alla produzione, lo 0,003 per cento della regione Campania; la terra dei “fuochini” (copyright il Giornale). Se contaminati sono comunque troppi, dicono i prudenti. Eppure secondo informazioni ufficiose – approfondimenti in corso – quei 15 ettari sono divisi in 9 siti: 8 sono terreni incolti, uno è coltivato a patate e vista la concentrazione di piombo sopra la soglia di contaminazione (pallini da caccia?) è stato “interdetto” alla frequentazione. E’ una misura prudenziale a tutela della salute degli agricoltori che vi lavorano, non del consumatore finale. Gli ortaggi – dice Arpac – sono sani per gli esseri umani (patate comprese), ergo non un metro quadro di superficie campana è chiuso per insalubrità dell’ortofrutta, semmai per iper cautela verso chi lavora il terreno. Tra realtà e finzione mediatica c’è un abisso. Nel 2013 fece scalpore il sequestro di campi e pozzi a danno di ventuno agricoltori nel comune di Caivano. Il primo campo appena liberato dai sigilli però non ha fatto notizia: è un caso che smonta il teorema.

 

L’agricoltore Vincenzo Capasso tornerà a lavorare dopo che il Tribunale del riesame di Napoli il 16 febbraio ha disposto la restituzione del suo pozzo e di quattro ettari coltivati a rucola. Le sostanze chimiche dell’acqua irrigua esistono in quantità di un terzo minori rispetto all’acqua potabile, il veleno non c’è. Notevole il travaglio giudiziario: con riluttanza il Riesame ha dato seguito alla disposizione della Corte di cassazione di entrare nel merito delle obiezioni della difesa, col procuratore aggiunto scomodatosi per l’audizione decisiva volendo scongiurare la capitolazione dell’impianto accusatorio (“avvelenamento di acque e colture”), senza successo. Il pronunciamento farà giurisprudenza, dice il legale di Capasso Marco de Scisciolo. La pervicacia dei giudici, dopo un’indagine meritoria, rasenta però l’accanimento verso gli altri agricoltori incriminati ai quali ieri è stato ordinato di conferire minuziose e suppletive analisi dei prodotti. I danni corrispondono a tre raccolti persi, decine di migliaia di euro.

 

La stigma della “Terra dei fuochi” è costata 100 milioni al settore agroalimentare campano (dice Coldiretti), almeno 50 milioni alla nicchia della mozzarella di bufala (Banco di Napoli). L’assessore all’Ambiente della regione Campania, Giovanni Romano, sostiene che il 49 per cento della produzione agricola è perso (“danno di immagine pesantissimo”). Il presidente Stefano Caldoro – che non ha certo fatto di tutto per frenare gli eccessi mediatici – a quattro mesi dalle elezioni regionali di aprile ha deciso di restaurare l’immagine campana con una “comunicazione moderna, corretta, trasparente e soprattutto utile”. Una campagna di marketing da 55 milioni di euro di fondi anche europei tra spazi pubblicitari, spot, finanziamenti a 25 società sportive – compreso il Napoli di Aurelio De Laurentiis – e sostegno all’agroalimentare, con l’incentivazione all’adeguamento tecnologico di industrie non proprio agricole (cioccolato, liquori, patate) attraverso l’introduzione dei codici a barre bidimensionali (i codici Qr). Il testimonial è stato il cantante neomelodico di fama nazionale Gigi D’Alessio (“i pomodori li mangia anche la Regina”, ha detto al concerto di Capodanno). Il legale di Capasso e il tecnico agronomo Silvestro Gallipoli provocano suggerendo di accantonare parte dei soldi in un fondo di solidarietà per i coltivatori che verranno sollevati dalle accuse. Nella “Terra dei fuochi” insomma s’è cercato ciò che non si vede (veleni interrati), quel che non c’è (radiazioni), prostrando un’economia senza debellare il problema principale per la cittadinanza: i roghi di rifiuti, i “fuochi” appunto.

 

Alberto Brambilla

Alberto Brambilla

Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.

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