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La regina dei tre mondi. Come nasce la centralità di Merkel

Protagonismo su Atene e Kiev, cautela su Medio Oriente. L’importanza del cortile tedesco e i vuoti riempiti. Da Bruxelles a Minsk, come si muove la Cancelliera. Parlano Hans Kundnani, direttore di ricerche allo European Council on Foreign Relations, e Lucio Caracciolo, direttore di Limes.

12 Febbraio 2015 alle 06:18

La regina dei tre mondi. Come nasce la centralità di Merkel

La cancelliera tedesca Angela Merkel con Vladimir Putin (foto LaPresse)

Roma. Angela Merkel, dice il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis, “è l’unica personalità politica in Europa con sostanza intellettuale”. Sarà pure captatio benevolentiae, ma il Bruce Willis del debito sovrano coglie il vento che tira. La cancelliera si è messa al centro della scena nelle due crisi che minacciano più da vicino la Germania e possono far saltare l’intera costruzione europea: la Grecia e l’Ucraina. In entrambi i casi interpreta un ruolo di mediazione: tra i falchi di Berlino e quelli di Atene nell’ultimo atto della tragedia greca, tra Mosca e Washington nel secondo atto della guerra che viene dal freddo (il primo si è recitato sul palcoscenico della Crimea). Secondo George Friedman, il fondatore del pensatoio americano di intelligence Stratfor, la Germania “riemerge per svolgere un nuovo ruolo nel mondo”. A Minsk direttamente e a Bruxelles con i suoi emissari, ieri era Frau Merkel a dare le carte. Ma siamo sicuri che nel mazzo abbia gli assi vincenti? Ieri a Bruxelles, sulla crisi ellenica, ancora trattative aperte, tra l’ottimismo di Christine Lagarde del Fmi (con Varoufakis “uno scambio di vedute molto buono”), l’attendismo del presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem (“non prevedo decisioni oggi”), l’umorismo glaciale del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble (“il nuovo programma sarà condotto dalla Troika, che apparentemente non possiamo più chiamare Troika”). Anche dai colloqui di pace con i capi di governo di Bielorussia, Russia, Germania, Francia e Ucraina – al momento in cui questo giornale andava in stampa – nessuna conclusione definitiva. Ma la bandiera tedesca era al centro fra le cinque, ovvio. 

 

Hans Kundnani, direttore di ricerche allo European Council on Foreign Relations autore di un libro, “The Paradox of German Power” che fra qualche mese uscirà in Italia tradotto da Mondadori – non è convinto della lungimiranza della cancelliera. “Il problema Merkel è sempre stato non la sua intelligenza, ma la sua visione strategica e la capacità di leadership – dice al Foglio – Helmuth Kohl reagì alla caduta del Muro di Berlino con una chiara visione, al di là degli errori tattici. Ed è proprio lo stesso Kohl ad aver rimproverato più volte la Merkel di muoversi a zig zag, reagendo agli eventi e tenendo sempre sotto gli occhi il consenso dell’opinione pubblica”.

 

Se non fosse così, non sarebbe rimasta in sella tanto tempo alla guida di coalizioni diverse, sia di centrodestra sia di centrosinistra. “E’ sempre stata molto brava nel galleggiare e minimizzare i rischi – spiega al Foglio Lucio Caracciolo, direttore di Limes – Ora vuole occupare il vuoto aperto tra Obama e Putin, per evitare che accada qualcosa di catastrofico. A dicembre ci aveva provato François Hollande senza nessun successo. E temo che anche la Merkel possa andare a vuoto, perché Putin vuole un riconoscimento diretto dagli Stati Uniti che Obama non intende dargli”.

 

Kundnani non sottovaluta la funzione importante che la Germania ha svolto nel rapporto con la Russia, fin dalla Ostpolitik della Repubblica federale. Tuttavia oggi il clima è ben diverso. La Russia di Putin non è una democrazia incompiuta, ma un dispotismo orientale quasi compiuto. Per rendersi conto del punto di vista americano, a parte le dichiarazioni roboanti dei politici, sia repubblicani sia democratici, occorre leggere le dichiarazioni al Wall Street Journal del generale Frederick Hodges, comandate delle truppe americane in Europa. Per lui Putin sta prendendo per il naso gli occidentali, guadagna tempo e nel frattempo ammassa un grande potenziale bellico, composto dagli armamenti più sofisticati acquistati in questi anni, conquista terreno e mette tutti davanti al fatto compiuto. “Esattamente un anno fa, dopo la Crimea, si era detto: mai più. Poi è arrivata la penetrazione in territorio ucraino”, aggiunge Kundnani. Dunque, bisogna prepararsi alla guerra? Non c’è alternativa al ritorno della politica di contenimento? “Nessuno la vuole, ma è sbagliato escludere a priori l’opzione militare”, insiste il giovane politologo. Secondo Caracciolo armare gli ucraini è pericoloso e nello stesso tempo inutile perché non sarebbero mai in grado di difendersi da soli. Kundnani se ne rende conto, ma come si fa a trattare con Putin a mani vuote? La diplomazia disarmata si è sempre rivelata inefficace. “Dunque, la Merkel ha commesso un grave errore nel momento in cui ha dichiarato pubblicamente di essere contraria ad armare gli ucraini”. Se è così, non si è rivelata molto astuta. “La Germania ha indotto gli europei a giocare con la Russia la carta economica che non ha funzionato. Adesso arriva il momento della carta politica e di quella militare e deve passare la mano”, conclude Kundnani.

 

[**Video_box_2**]Bisogna tener conto che la Merkel si trova ad agire in uno scenario del tutto diverso da quando nel 2005 è andata per la prima volta al potere. Allora c’era una Europa sempre più unita, una Russia in ebollizione, ma ancora sotto controllo e una economia mondiale in pieno boom, sottolinea George Friedman. La crisi del 2008 ha scosso le prime certezze, poi è arrivato il crac greco, l’euro ha rischiato il collasso, la dipendenza energetica da Mosca s’è rivelata gravosa e pericolosa, un vero errore strategico. Nell’Eurozona, d’altra parte, la Germania ha fatto emergere proprio le sue debolezze. Su questo sono d’accordo sia Caracciolo sia Kundnani il quale sottolinea che ancor oggi “è quasi impossibile capire come una crisi piccola e periferica possa essere diventata una crisi sistemica”. In realtà “il salvataggio di Atene resta abbastanza semplice – dice Caracciolo – ma ci si è bloccati su questioni di principio. E cresce in Germania la voglia di liberarsi della Grecia una volta per tutte”.

 

L’attivismo tedesco non è esattamente a tutto campo: Berlino è assente dal Mediterraneo (vedi la crisi libica), dal medio oriente si è ritirata, sull’immigrazione non fa nulla. Dunque, la Germania fa soprattutto politica nel cortile di casa? L’Europa, in realtà, è divisa ormai in almeno tre aree diverse: il nord, l’est e il sud. La Merkel vuol mettersi al centro, “ma le è difficile sostenere una doppia crisi continentale”, aggiunge Caracciolo. Le circostanze, secondo Friedman, hanno costretto la cancelleria ad agire, anche se ora si sta incartando: appoggia Kiev e Mosca nello stesso tempo, vuol mantenere Atene nell’euro, ma insiste con la politica di austerità, fino a che punto può tenere i piedi in due staffe? Per Kundnani, “la forza tedesca è conseguenza della debolezza francese e dell’autoemarginazione inglese”. La crisi ucraina sta prendendo sempre di più un’altra piega. L’arroganza di Putin, le pressioni dei paesi nordici e dei baltici, la posizione più assertiva degli americani spingeranno Londra a uscire dal proprio torpore e ad assumere un ruolo attivo (si pensi per esempio alla forza di spedizione guidata dalla Gran Bretagna). Dunque, torna l’Inghilterra, magari per tenere dentro gli Stati Uniti, fuori la Russia e sotto controllo la Germania, secondo la vecchia battuta sulla Nato? Messa così sa di provocazione intellettuale, ma non è affatto priva di senso.

Stefano Cingolani

Nato nel bel mezzo del secolo scorso a Recanati, è tornato alla luce in seguito a recenti scavi. Dopo tanto girovagare per giornali (L’Unità, Il Mondo, Corriere della sera, Il Riformista) e città (Milano, New York, Parigi), in cerca di stimoli e affetti, ha trovato al Foglio il rifugio agognato. Ha scritto “Le grandi famiglie del capitalismo italiano” e “Guerre di mercato”. Sopraffatto dalla colpa per non essere riuscito ad assicurare un futuro certo alla figlia maggiore e per non fare i compiti con quella minore, passa il tempo tra l’impero romano-cristiano e la terza globalizzazione (prima o poi riuscirà a spiegare entrambi?). Va al mare sul Baltico, ma vorrebbe essere sul Patna con Lord Jim o a Long Island con Jay Gatsby.

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