Dimmi ancora quando quando

Pino Daniele, le palline di carta in biblioteca, un’automobile bordeaux in cui baciarsi, l’arte di soffrire senza troppa enfasi. Colonna sonora di un’educazione sentimentale. Un ricordo, a tre anni dalla scomparsa del cantautore

Dimmi ancora quando quando

La copertina dell’album “Pino Daniele” (1979)

Subito dopo pranzo urlavo dalla porta,  con metà corpo fuori casa: “Vado a studiare”, e andavo in biblioteca con le cuffie del walkman nelle orecchie. Chiudevamo le biciclette e i motorini davanti a palazzo Paradiso, già dalle biciclette si riusciva a capire chi c’era e chi non c’era, appoggiavamo i libri sui tavoli, qualcuno studiava davvero, sottolineava, ripeteva a mente le materie per l’esame di maturità, oppure Diritto privato, Storia medievale: a ripensarci adesso ricordo solo sigarette e canzoni, ma credo di avere studiato anche io, con gli occhi allenati a controllare chi arrivava, chi usciva a fumare, chi alzava lo sguardo dal libro. Stavo molto attenta a sembrare concentrata, così quando un pomeriggio mi è arrivata una pallina di carta sul libro, e poi un’altra, ho finto di non capire, mi sono guardata intorno, in quel modo timido e costruito di chi vuole far credere che non se l’aspettava, che non è affatto uscito di casa sperando in una pallina di carta. Di quello che è successo dopo la pallina, e mille sigarette nel cortile della biblioteca, e tornare a casa in bicicletta la sera facendosi trainare dalla vespa, con la mano sul braccio, conservo molti fogli di appunti, romanzi ricopiati a tratti, lettere, maledizioni e tutte le canzoni di Pino Daniele, anche il biglietto di un suo concerto a Pordenone e una videocassetta rotta di “Festivalbar”, con lui e Irene Grandi che cantano “Se mi vuoi”: lei aveva la gonna cortissima, gli anfibi e ballava, ai miei occhi, come chi sa stare dentro il mondo e anzi lo tiene in pugno, ma in un modo raggiungibile, vicino. Sentivo l’infelicità di non essere per niente così, ma anche l’esaltazione di qualcosa di forte, un pezzo di mondo nuovo, come entrare in una stanza dove tutti si baciano e ridono. Dentro l’educazione sentimentale di quegli anni, in cui per gli altri Pino Daniele aveva perso un po’ di genio blues, a me Pino Daniele aveva aperto, con i dischi e le cassette compilate a penna dal ragazzo delle palline di carta, una finestra su qualcos’altro: una trasgressione gentile, indolente, affettuosa, incarnata da un uomo che allora mi sembrava fisicamente strampalato, con una criniera un po’ bianca un po’ grigia e la barba nera, la catenina d’oro, così poco sexy eppure sexy mentre sorrideva pochissimo e cantava in una specie di falsetto: “Sai che mi piaci con quella gonna stretta”. Era il vento caldo che Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Vasco Rossi e gli altri, amatissimi, non avrebbero potuto portare con sé, ed era liberatorio e stupefacente stare dentro una macchina bordeaux, con la nebbia fuori, e cantare cose in una lingua che non era l’inglese, che era più dolce e mi sembrava tenesse insieme quello che pensavo in quel momento. Dire “Nun ce scassate ’o cazzo” era come fumarsi una canna, ma soprattutto come sapere, in un modo vago ma entusiasmante, che sarebbe cambiato tutto, che noi eravamo già cambiati, pronti ad abbracciare il mondo, o almeno ad andare in vacanza in Puglia da Ferrara in autostop. Ero arrivata tardi, dovevo recuperare tutto quello che Pino Daniele aveva suonato mentre amdavo alle elementari, e convincere il ragazzo della pallina di carta e i suoi amici che meritavo quel blues e sapevo anche io a memoria i film di Massimo Troisi: sapevo stare dentro quella stanza dove si usavano parole nuove senza che sembrassero vecchie, da vecchia canzone napoletana, e le si legava ai racconti di Pino Daniele sull’amico Troisi in fuga da ragazze che andavano a trovarlo e lui non voleva vedere: faceva finta di partire, con le valigie e tutto, salutava, saliva in macchina, faceva il giro dell’isolato e poi tornava a casa. Nella mia educazione sentimentale c’è per sempre, nitida, l’immagine di un uomo con le valigie che dice di dover prendere un aereo, una ragazza che lo saluta con la mano, lui che in macchina ride con gli amici e poi alla prima curva torna indietro. Quando qualcuno, adesso, mi dice: parto, sono sempre un po’ sospettosa.

 

Si poteva ridere dell’amore, prendersi in giro mentre si soffriva, non era tutto “Cime tempestose” e “Gatsby”, e potevo perfino abbandonare “Il maestro e Margherita” senza riuscire a finirlo mai più. Mentre Troisi diceva che la sua donna ideale era la donna di un altro, che stando con un altro non poteva andare al cinema, a teatro, al ristorante, che non poteva andare da nessuna parte: c’era una confusione emozionante, mentre mischiavo un dialetto sconosciuto, che non ero affatto brava a pronunciare, a una musica che si ballava ma che era anche malinconica, e quelle canzoni parlavano d’amore, di dolore, anche di rabbia, ma in un modo fantastico in cui non si sentiva la fatica, ma solo questo caos allegro e pigro che diceva: scappa, ma anche resta. E poi andare forte in moto, e appendere le foto. Dopo tanti anni so che “Non calpestare i fiori nel deserto” non è stato il disco più bello, ma ogni volta che l’ho ascoltato (un milione, due milioni, e adesso di nuovo) ho avuto un tuffo al cuore, come l’onda di riconoscimento che arriva quando tutto diventa comprensibile, perché c’è un modo vero di raccontarlo: un’estate, un posto, la luce, la vita che scoppia, la delusione. Così, quando tempo dopo ho sofferto per come era finita la storia della pallina di carta, e ogni automobile piccola bordeaux, anche a Berlino, anche in Olanda, mi faceva diventare la faccia caldissima e sperare assurdamente che fosse proprio quella auto bordeaux, in cui ascoltavamo le cassette di Pino Daniele, ho sofferto senza enfasi. Non ero il giovane Werther, per fortuna, non ero Anna Karenina, non mi buttavo sotto un treno neanche con l’immaginazione, non urlavo “Heathcliff!” nella brughiera, non avevo i tremiti di Tereza di Milan Kundera, non tendevo nemmeno le braccia alla luce verde dall’altra parte della baia come Gatsby. Soffrivo mostruosamente, credo, ma senza retorica. Pino Daniele me l’aveva tolta di dosso con i dischi, con un atteggiamento mentale che mi sembrava una strada diversa, più vera.

 

Massimo Troisi in “Pensavo fosse amore invece era un calesse”, che avevo imparato a memoria per amore, chiede al suo amico di lasciarlo in pace, non provare a distrarlo, perché lui deve soffrire bene ora che la sua ragazza l’ha lasciato. “Devo soffrire, devo stare male, voglio stare da solo, lasciami soffrire tranquillo: tu mi distrai, soffro male, soffro poco e invece voglio soffrire bene”, gli dice seduto al tavolo della cucina, e lo manda via. Grazie alle canzoni di Pino Daniele, invece, io non volevo più soffrire bene. Anzi da quel momento ho giurato (con un po’ troppa enfasi) che non avrei sofferto mai più. Avrei ascoltato, cantato ancora: “Ho bisogno di te almeno un’ora per dirti che ti odio ancora”, ma con il sole negli occhi, e con l’idea che in fondo era un calesse. Vediamoci ancora una volta, va bene, però io non soffro, non te ne accorgi da come rido, non ti guardo, mi prendo in giro e parlo d’altro? Se anche è stata una messinscena, vent’anni fa o giù di lì, un po’ come quando si scrive una canzone, è stata reale. Per girare lo sguardo, allenarlo a vedere tutto il resto, a sentire la possibilità del distacco: le cose si potevano raccontare, e quindi sentire, anche da un altro angolo. Dovevo dire ai miei amici, molto seri e gentili, che si sentivano in dovere di raccontarmi i movimenti del ragazzo della pallina di carta alle quattro del mattino, che certe cose vanno dette alle spalle, ridendo. Perché siete tutti così sinceri con me, che cosa vi ho fatto di male, chi vi ha chiesto niente?, dice Troisi agli amici che gli raccontano che la sua ragazza sta con un altro, uno bello, con la moto, col foulard. Ditemelo alle spalle, ridetene fra voi, prendetemi in giro, ma che cosa volete da me, che cos’è tutta questa sincerità, questa serietà, questo grigissimo autunno. La sensazione forte e non provvisoria che mi diedero, allora, quelle canzoni e l’atmosfera che sprigionavano, era l’impressione che potevo starci anche io, in un luogo così, perché ci stavo bene: una leggerezza un po’ dolorosa e un po’ disincantata, piena di luce, di tempo perso e caffè, di rock e di altre musiche che si dondolavano sui pomeriggi tristi senza eccesso emotivo, con il pensiero già altrove, e con l’idea che si poteva amare e odiare insieme un posto, andare via oppure restare (però è meglio prima andare via, e poi magari decidere di restare), e non sempre capivo le parole, anzi spesso non capivo niente e lasciavo fare alla musica, che sembrava spesso dire: che te ne fotte.

 

[**Video_box_2**]Non so se lo dicesse soltanto a me oppure a tutti, chetenefotte, ma fu l’educazione sentimentale pinodanielista di quella stagione a salvare l’inverno, e fu quell’inverno, però, a farmi venire voglia di leggere un libro che aveva un titolo adatto a quel che dissimulavo: “Ferito a morte”, di Raffaele La Capria, in un vecchio Oscar Mondadori con i pesci in copertina (aveva vinto il Premio Strega nel 1961 e un secolo dopo ho letto nei “Ritratti Italiani” di Arbasino che, poiché La Capria vinse per un solo voto, tutti gli amici dissero: è il mio!, e mi è sembrato di nuovo un film di Troisi). Un libro vecchio di trent’anni, allora, negli anni Novanta, di uno scrittore inondato di cielo e di mare. “Ferito a morte”, pensavo, sarà lui, il protagonista, giovane napoletano borghese che vuole andarsene, per via di quella brutta figura sessuale con Carla, la ragazza bellissima, e allora trasformavo tutto e pensavo a quale brutta figura avevo fatto io, in cosa ero stata deludente, provinciale, soprattutto noiosa, disinnamorabile, fessa. Invece era un’altra cosa, molto più seria, o almeno c’erano anche altri motivi: la sua città lo feriva a morte. Una città di simpaticoni, che ti addormenta o ti ferisce a morte, o tutt’e due le cose insieme, diceva più o meno Massimo, che aveva lo stesso nome del ragazzo della pallina di carta, e insomma era tutto collegato ma allo stesso tempo era un sollievo. Perché non ero io e non era la brutta figura di come stavo al mondo, era la mia città. Era quel posto, nel mio caso nemmeno tanto di simpaticoni. Forse, con tutta quella luce e quel mare, quell’acqua nelle orecchie, il romanzo di La Capria doveva parlare soprattutto ad altri, invece, come le canzoni di Pino Daniele, come “Addio alle armi” anche se non ero mai stata ferita in guerra, parlava a me. Era la città, non ero io: fu una meravigliosa scoperta, avevo trovato a chi dare la colpa di tutto, ed era perfettamente in equilibrio, c’era il tempo che passa, come in “Ferito a morte”, ed era lo stesso tempo che sentivo passare io, che intorpidiva me, da quell’inverno. Pino Daniele e Raffaele La Capria mi dicevano, con voci diverse: che te ne fotte, va’ via (“non io più sarò qua”, dice Massimo, tra sé e sé. Finalmente parte, e il romanzo salta avanti nel tempo).

 

L’educazione sentimentale, attraverso persone, libri, film e romanzi, serve a questo: a misurare la realtà e i sogni, ad agire credendo di sapere già qualcosa, di avere punti d’appoggio. Avevo giurato, con Pino Daniele, che non avrei sofferto mai più, e poi avevo deciso, con Raffaele La Capria, di andare via dal torpore. Non era solo per un romanzo e un po’ di dischi, non era solo perché in “Ricomincio da tre”, con le musiche di Pino Daniele, Massimo Troisi parte in autostop per Firenze in quel modo assurdo (il tizio che gli dà un passaggio ha manie suicide e lui deve accompagnarlo nella clinica psichiatrica, ma per prima cosa gli chiede: “Emigrante?”, perché tutti quelli che partivano da Napoli dovevano essere per forza emigranti), ma questi sono stati i punti di appoggio, oppure le ispirazioni, i lampi, per cose reali (spiavo le mie amiche, quando in auto e al mare ascoltavamo Pino Daniele, per vedere se quelle canzoni facevano lo stesso effetto che facevano a me, ma non l’ho mai capito, e dicevo: leggete questo libro, è fantastico, ma non so se poi ha parlato anche a loro, perché non avevano la storia delle palline di carta, e forse neanche un torpore). “Non calpestare i fiori nel deserto”, e “Nero a metà” dopo un po’ ho smesso di ascoltarli, e il romanzo di La Capria è scomparso, forse l’ho prestato a qualcuno che non aveva alcuna intenzione di leggerlo. Ma niente va davvero perduto, e così anche adesso mi sembra, come nel finale di “Pensavo fosse amore invece era un calesse”, che in particolare un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi. E che però poi succede, e non bisogna farne un dramma, ma togliere l’enfasi e la retorica, e cantare sempre molte canzoni in auto. E che sono molto più belle, poi, le cose che sembrano errori. Come certe canzoni di Pino Daniele di cui non riuscivo a capire le parole e mi pareva soprattutto dicessero: chetenefotte, e certe storie d’amore che finiscono perché devono finire, ma si dà la colpa alla città, dopo aver letto un romanzo bellissimo di La Capria. La colpa non era della città, ovviamente, ma è stato molto bello convincersi che fosse così, e decidere di andare via, come Massimo De Luca. Senza enfasi, però, quindi dopo molto tempo, quando il senso di tutto era diventato davvero: chemenefotte.

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