L’università non dovrebbe essere l’assalto alla diligenza ma il setaccio per produrre una élite: escludendo gli incapaci, che fanno numero e basta, consigliando a quelli così così alternative a loro p

La scuola che Renzi non vede

Antonio Gurrado

Urge una demolizione del luogo comune pauperista per cui bisogna fare ricerca su “ciò che piace” anziché su “ciò che serve”. Contro il mito del posto pubblico. Inchiesta sui (folli) criteri di assunzione nelle università italiane.

Il regista Sydney Sibilia, qualche settimana fa, ha sconfessato l’ipotesi che il suo “Smetto quando voglio” vada visto come film belligerante, di denuncia e di metafora, anziché come film comico che racconta una storia surreale: quella di un assistente di chimica della Sapienza, talentuoso ma sottopagato, che stanco di farsi menare per l’aia da un anziano professore maneggione si mette in proprio e inizia a produrre droghe legali con un gruppo di colleghi dal profilo accademico altrettanto sciagurato. Quest’intervista all’Espresso è stata provvidenziale in quanto dovrebbe arrestare la tendenza dei ricercatori italiani a guardare il film per solidarietà di classe, nella comune lotta dei giovani intelligenti contro una nazione sclerotizzata e ostile, e a interpretarlo come satira con l’indice monitore puntato sul ruolo cardine dei giovani ricercatori nella salute di una nazione civile e progredita, come critica sociale in cui la scelta di mettersi a spacciare è un modo per indicare anti frasticamente la strada per valorizzare le migliori menti della nostra generazione ossia ricoprirle di finanziamenti a tempo indeterminato.

 

L’università, infatti, è soprattutto una questione di soldi. L’assistente sfigato di “Smetto quando voglio”, divenuto spacciatore, trova il proprio riscatto nell’ottenere il riconoscimento del ruolo sociale di cui difettava quando faceva ricerca, nel diventare interlocutore di gente che comanda, nell’essere invitato alle feste giuste, nel giacersi finalmente con donne fatte a forma di donna; ma soprattutto guadagna soldi, tantissimi soldi, quantità di soldi al cui confronto i miseri quattrocento euro al mese che racimolava al traino del vecchio professore maneggione in cambio di vaghe promesse per il futuro possono solo impallidire e vergognarsi per pochezza. Se non ci fossero le dichiarazioni del regista, uno potrebbe anche propendere per un’interpretazione contraria a quella più diffusa e lacrimosa, deducendo che “Smetto quando voglio” sia un incoraggiamento che dice: “Magari non mettetevi letteralmente a spacciare però, giovani ricercatori italiani, non vivete una vita di rancori e frustrazioni se nessuno vi dà i soldi che vi aspettate di meritare, non esiste una graduatoria delle professioni secondo cui chi fa ricerca è più ganzo di chi non la fa, di lavorare in università non ve l’ha ordinato il medico, i soldi sono soldi indipendentemente dal mestiere con cui li guadagnate, quindi se non vi sta bene anziché lagnarvi datevi pane. Arrivederci”.

 

L’immagine comune del giovane ricercatore, se uno legge i giornali, è riassumibile nei termini “precario” e “sfruttato”. Viene comunicata dai media l’idea che questi non disponga del proprio futuro, in quanto non sa cosa farà l’anno venturo a contratto scaduto, né disponga del proprio presente, in quanto deve eseguire pedissequamente ciò che gli viene ordinato da un superiore satrapico. Il giovane ricercatore – precario, sfruttato, sottopagato, vessato, martirizzato – dispone solo del proprio passato e infatti cosa fa? Si vanta del cursus studiorum, dei risultati ottenuti quando era sui banchi, degli ottimi voti che dovrebbero dargli diritto a una vita accademica migliore. Perché mai? In nessun altro settore la qualità della vita professionale dipende da quello che si è fatto anziché da quello che si sta facendo, e la retribuzione in università non dovrebbe essere vista come ricompensa per le passate glorie ma come investimento per creare in futuro qualcosa che non c’era.

 

L’università è anzitutto una questione di soldi – altrimenti chiunque sarebbe felice di lavorarci gratis – e tutto il resto è velo di Maya, illusorio e celatore: se non proprio inganni, sono quanto meno dettagli decorativi gli ideali che ammantano il mondo accademico facendo credere che il suo baricentro cada altrove rispetto al salvadanaio. In particolare è sviante l’idea che la ricerca debba essere frutto e coronamento di una passione. Pensateci. Se la ricerca è fare ciò che piace, allora ne consegue che le università stiano in realtà facendo un favore a chi la esercita, e che dunque i giovani che muovono i primi passi nella ricerca debbano non solo essere grati all’università che li accoglie, cosa giusta e ragionevole, ma debbano anche spingere la propria gratitudine a estremi proporzionali alla passione che provano per la materia – fino a sacrifici giustificati solamente da un travolgente sentimento irrazionale e culminanti, in casi limite, nell’eccesso di lavorare gratis pur di continuare a studiare ciò che si è studiato per anni, invecchiando nell’illusione di andare lontano come un criceto sulla ruota. All’estero gli anglofoni trovano molto divertente che il nostro ruolo accademico onorario di cultore della materia sia traducibile in “worshipper of the subject”, nel senso di colui che ne pratica il culto, a mo’ di adoratore: la materia di ricerca diventa una dea indiana sulla cui pira sacrificare tempo, denaro, prospettive, ruolo sociale, dignità, sé stessi fino alla totale combustione.

 

Per romantica che possa essere, all’idea della ricerca passionale conseguono solo danni; se invece si definisce la ricerca non come fare ciò che piace ma come fare ciò che serve, la musica cambia sensibilmente. Per chi lavora nel settore scientifico questa proposizione è autoevidente: il punto focale della ricerca tecnica è spostato dalla soddisfazione del ricercatore (non causa, ma conseguenza) a concrete realizzazioni che sopperiscano a carenze dello scibile in maniera funzionale a beneficiare l’umanità. Perfino la più astratta ricerca matematica non resterà mai tanto campata in aria da non consentire un domani di tradurla in modelli matematici applicabili per rendere la nostra vita più comoda e meno rischiosa. Tuttavia perfino nel settore umanistico, dove il confine fra ciò che piace e ciò che serve è labile e poroso, il criterio viene applicato con grande giovamento quando si identificano lacune nelle fonti del sapere collettivo. Manca un’edizione decente della tal opera? La genesi della tale idea o parola non è stata adeguatamente spiegata? Ci vuole qualcuno che faccia luce su eventi dalle conseguenze significative? Allora ci si industria adeguando la propria ricerca al completamento di queste mancanze, infilandosi magari in grandi progetti preesistenti, ramificandoli e sviluppando la prospettiva accademica non più in splendido isolamento ma in armonia con le istanze e le esigenze, sovente inconsapevoli, della più ampia vita culturale della nazione.

 

Viene prima l’esigenza e poi il progetto, quindi il progetto non deve creare da sé l’esigenza che ne giustifichi il finanziamento. Poniamo che io sia il più grande e appassionato cultore di Giorgio Trapezunzio, verso il quale nutro magari passione smodata e insana; in tal caso non devo urlare al mondo che la gente è ignorante perché non comprende la mia ragione di vita intellettuale bensì sforzarmi di capire cosa serve alla società, piegare il capo per assecondarla migliorandola e solo quando sono di là dallo steccato, al limite, infilarci a tradimento Giorgio Trapezunzio. Bisogna identificare ciò che manca al punto in cui altri sono arrivati e agire di conseguenza con la ricerca, anche se non scatena l’entusiasmo del ricercatore: è un lavoro e come tale va svolto a denti stretti, va retribuito e incardinato nella società che ne riconoscerà il ruolo. Inseguire invece la propria passione nella ricerca equivale a scavare una miniera con un cucchiaino e poi lamentarsi che il filone d’oro sia irraggiungibile.

 

Potrebbe essere utile anche un capovolgimento dei criteri di selezione dei progetti di ricerca. In Italia il tema specifico di ricerca tende a venire deciso dalle università che poi bandiscono un concorso pubblico per trovare un candidato che lo realizzi. All’estero ogni candidato ricercatore tende ad avere il proprio individuale progetto e lo propone alle università la cui politica di ricerca è coerente col suo sviluppo, accettando poi la migliore offerta che gli viene indirizzata. Il modello estero assomiglia maggiormente al colloquio in azienda e viene valutato soprattutto su funzionalità e coerenza, ossia sul futuro; il modello italiano ricalca quello di una gara d’appalto e viene valutato soprattutto sui titoli, ossia sul passato, contribuendo involontariamente a dare l’idea che il lavoro in università sia anzitutto un “posto”, un diritto insindacabile.

 

L’esempio macroscopico della confusione fra ciò che piace e ciò che serve si verifica ogni settembre all’atto dell’iscrizione delle nuove matricole. La cartina di tornasole è il test d’ingresso a Medicina, che i fatti dimostrano essere gestito in maniera a tratti sconcertante ma che, alla luce di questa falla critica, viene disapprovato in toto e dai più esagitati ritenuto lesivo del diritto allo studio. Sono due cose distinte. Il test può essere condotto meglio e i contenuti d’interrogazione, a cominciare dalla grattachecca della Sora Maria, possono essere più che emendabili. Di qui a dire che la selezione impedisce a bravissimi ragazzi di inseguire il loro sogno ce ne corre. Anche in questo caso il criterio non dev’essere cosa piace soggettivamente ma cosa serve oggettivamente: a tutti piacerebbe passare il test, a chiunque piacerebbe che nessuno restasse indietro, però per garantire la più elevata qualità didattica nei sei successivi anni di corso serve che la selezione sia impietosa. L’alternativa dello sbarramento al primo anno ventilata dal ministro Giannini è una soluzione valida ma non come alternativa: a medicina, e non solo a medicina, serve il test d’ingresso e serve l’anno di sbarramento. Nei fatti in alcuni casi c’è già, in quanto facoltà probanti come Fisica o Matematica prevedono un primo anno talmente duro che chi sopravvive si laurea benone e chi si arena soccombe. L’università non dovrebbe essere l’assalto alla diligenza ma il setaccio per produrre una élite prima escludendo gli incapaci, che fanno numero e basta, poi consigliando a quelli così così alternative più confacenti (un’altra facoltà o un altro indirizzo) e in questo modo portando senza zavorra alla laurea quelli più bravi, gli highlander che con minimo margine di errore riusciranno produttivi nel mondo delle professioni e della ricerca: la futura classe dirigente.

 

Proviamo a immaginare un’Italia ideale in cui l’università sia per sommi capi organizzata come segue. Anzitutto, per incrementare il valore delle lauree bisogna iniziare dal liceo, uniformando i risultati della maturità secondo un unico criterio nazionale di valutazione come accade ad esempio in Inghilterra (“Contro la peggio gioventù”, Foglio del 25 settembre) e consentire l’iscrizione all’università solo al di sopra di un determinato voto minimo. L’accesso a tutte le facoltà è caratterizzato da un test di scrematura sulle materie che contraddistinguono il corso di laurea prescelto: chi risulta deficitario e non lo supera può prendersi un anno sabbatico per studiare ciò che avrebbe già dovuto sapere e tentare il test la seconda e ultima volta dodici mesi dopo. Nel primo anno sono previsti solo corsi obbligatori, i cosiddetti istituzionali, che cementano le basi delle materie caratterizzanti, senza le quali non si va da nessuna parte. Viene ammesso al secondo anno solo chi ha superato indenne gli esami del primo anno con una certa media. A quel punto, dal second’anno alla laurea, per i superstiti è tutta discesa: ma per sicurezza è meglio porre i paletti che ogni esame non possa essere ripetuto più di tre o quattro volte e che il tempo massimo per laurearsi sia un anno dopo la durata naturale dei corsi, altrimenti nisba.

 

Ci vogliono ovviamente delle eccezioni – per i casi di cattiva salute, per gli studenti lavoratori che comunque sono molti meno di quanti voleva far credere chi polemizzava contro Michel Martone sulla questione se un universitario di ventott’anni sia da considerarsi sfigato – però questa drastica potatura se non mattanza comporterebbe innegabili vantaggi. Meno iscritti, meno diritto allo studio teorico e più diritto allo studio in concreto poiché implicherebbe meno casino, meno zavorra, aule meno affollate, proporzioni più ragionevoli di studenti per professore, alunni più seguiti e quindi meglio preparati. Meno laureati ma meno dispersione, meno ragazzi che si iscrivono e tirano avanti alla bell’e meglio per anni finché non si ritrovano smarriti quando già sono grandicelli per non saper cosa fare della propria vita accademica, e magari anche meno disperati che prendono la laurea credendola un passe-partout e poi, immessi in un mondo in cui i laureati formicolano, si accorgono che l’unico valore del pezzo di carta è l’arido e beffardo valore legale.

 

Il valore legale della laurea piace molto ma non serve a niente. E’ contrario a ogni funzionalità perché, equiparando lo stesso voto di laurea in qualsiasi università, dà la zuccherina illusione dell’eguaglianza fra tutte le sedi accademiche d’Italia ma nega l’essenza stessa della scelta universitaria, quella dello studente fuori sede. Chi decide di armarsi e partire verso l’ignoto anziché frequentare la stessa identica facoltà sotto casa lo fa mosso dalla sola convinzione che quei corsi, frequentati altrove, siano migliori degli stessi corsi a chilometro zero. Se però la legge riconosce l’eguaglianza dello stesso titolo conseguito in qualsiasi posto, a che serve spostarsi? La domanda è retorica, rifritta e lascia il tempo che trova – se non è riuscito Luigi Einaudi a smontare il valore legale, figuriamoci se ci riesco io – ma dà adito a due considerazioni collaterali.

 

[**Video_box_2**]La prima è sociologica: solo in Italia gli studenti al fine settimana tornano in massa dalla mamma, barattando indipendenza e libertà in cambio di cibo in tupperware e panni stirati, e denotando che col passaggio dal liceo all’università hanno scelto di diventare adulti senza esagerare, di scappare di casa a giorni alterni. I genitori sono il peggior danno all’istruzione: hanno iniziato una ventina d’anni fa alle elementari con “Lei non capisce le esigenze del mio bambino” e finiranno col contestare il ventiquattro messo ai figli invece del trenta e lode, rifacendo il Sessantotto al posto loro. La seconda considerazione è geografica: la gerarchia delle università è dimostrata dal numero di studenti che sceglie di trasferirsi per studiare in una sede lontana anziché vicina; e i fatti dicono che all’altissima migrazione di studenti meridionali al nord non corrisponde una migrazione inversa. Questo certifica uno dei tanti ritardi del sud ma anche in questo caso si predilige l’interpretazione lacrimosa: come quando nell’agosto 2013, a fronte del governo Letta che proponeva un sistema di borse di studio per studenti fuori regione senza specificarne la direzione, Nichi Vendola si tradì dichiarando che non avrebbe permesso questa “vera e propria emigrazione culturale verso le università del Nord”. Avrebbe potuto istigare l’Università di Bari a sforzarsi di diventare attraente per gli studenti cisalpini.

 

Oltre a sottintendere maldestramente una superiorità incontrovertibile delle università del Nord, nella stessa occasione Vendola dichiarò che in Italia ci sono troppo pochi laureati, mentre uno ingenuamente potrebbe credere che ci siano troppi laureati disoccupati, tutti figli dei falsi miti dell’equipollenza, del valore legale, dello studio come diritto o sogno o passione e dell’università come pubblica prebenda. Pretendere di demolirli tutti sarebbe un vasto programma. Se però si iniziasse a eliminare il valore legale e il culto dell’eguaglianza fra gli atenei, si potrebbe progettare una super-università retta sui drastici principi ideali di cui sopra: dove la laurea valga più delle lauree prese altrove, dove si garantisca a studenti selezionati in base al merito una corsia preferenziale che li faccia filare spediti, dove ci siano più progetti di ricerca temerari e meno giovani ricercatori lamentosi che guardano “Smetto quando voglio” in streaming perché non hanno i soldi per andare al cinema.

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