Romano Prodi lascia palazzo Chigi dopo l'incontro con Renzi (foto LaPresse)

Consultazioni renziane

Claudio Cerasa

Tra Italicum e Quirinale. Renzi e la carta Prodi per minacciare Forza Italia. Solo tattica? Sì e no.

Roma. L’incontro di due ore svoltosi ieri a Palazzo Chigi tra Matteo Renzi e Romano Prodi – primo atto delle consultazioni quirinalizie renziane – non è stato solo un’occasione utile per mettere a tema una collaborazione potenziale sui dossier di politica internazionale (Libia, Africa, candidatura alla segreteria generale dell’Onu) tra due pezzi grossi del centrosinistra italiano. Ma è stata anche un’occasione utile per Renzi per far sì che, in questi giorni di campagna elettorale quirinalizia, il nome del padre nobile dell’Ulivo cominciasse a essere in qualche modo percepito come non troppo distante dall’universo del Rottamatore fiorentino. Dal punto di vista comunicativo la tattica di Renzi è chiara. E ogni volta che il patto del Nazareno presenta alcuni sinistri rumori di fondo, i famosi “scricchiolii”, il capo del governo Leopolda utilizza sempre la stessa strategia: lasciare intendere, con gesti, segnali, interviste, tweet, dichiarazioni, allusioni, che un altro mondo è possibile, e che se gli amici di Forza Italia intendono fare i furbi con i compagni del Pd esistono eccome delle alternative. Nel caso in questione, lasciare intendere che l’avvicinamento di Prodi a Renzi sia la prima tappa di un percorso più importante che potrebbe far maturare, un domani, chissà, la candidatura del Prof. al Quirinale, sottinteso con i voti del Movimento 5 stelle, fa parte della strategia renziana del voler mettere pressione al mondo di Forza Italia su un terreno particolare, che ovviamente è quello della legge elettorale. Renzi, nonostante i proclami, sa che sarà quasi impossibile approvare l’Italicum al Senato prima della nomina del nuovo presidente della Repubblica (chiedere per credere ad Anna Finocchiaro) e il messaggio in codice del capo del governo va letto così: se Forza Italia vuole avere la certezza di non essere fregata per il dopo Napolitano, prima mi aiuti ad approvare la legge elettorale, poi verrà il resto. La domanda però è legittima: tra Renzi e Prodi è fuffa o c’è qualcosa di più? Per chiarire i rapporti tra Prodi e Renzi bisogna fare un passo indietro e riportare la pellicola al 19 aprile 2013, giorno in cui l’ex segretario Pd, Bersani, provò senza successo a portare l’ex presidente del Consiglio al Quirinale.

 

Tutti, di quella vicenda, ricordano i famosi 101 che affondarono Prodi facendo tramontare del tutto ogni ipotesi di governo di cambiamento tra il Pd di Bersani e i 5 stelle di Grillo e Casaleggio. In pochi però ricordano che in quei giorni fu proprio Renzi, allora sindaco di Firenze, che puntò pubblicamente sul nome di Prodi come chiave per contrapporre la sua linea a quella dell’allora segretario del Pd, che inizialmente scelse di scommettere, ricorderete, su Franco Marini (Renzi, prima, affossò anche l’altra possibile candidata: Anna Finocchiaro). “Per il Quirinale – disse Renzi il giorno dell’impallinatura di Prodi – non si trova il candidato ‘nuovo’. Il presidente della Repubblica deve avere caratura internazionale e senso dello stato: Prodi sarebbe stato un ottimo presidente”. Il segretario del Pd, naturalmente, ha mostrato in varie occasioni di non sentirsi a disagio nell’interpretare la parte di chi compie un’azione in contraddizione con i propri pensieri (Letta stai sereno) ma negli ultimi mesi – anche se alcuni prodiani hanno lasciato intendere più volte che tra i 101 che hanno abbattuto Prodi c’erano anche i renziani – il premier ha cercato in varie occasioni di ricucire con quel mondo, lanciando segnali distensivi. Scegliendo la portavoce di Romano Prodi, Sandra Zampa, come vicepresidente del partito. Affidando a un prodiano di ferro, Sandro Gozi, il compito di curare, da Palazzo Chigi, gli Affari europei. E facendo sì che Graziano Delrio, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, unico renziano che Prodi considera “fit” per il Quirinale, tenesse costantemente i rapporti con il presidente non emerito della Repubblica. Da qui a dire che abbia possibilità di affermarsi la linea Civati – unico esponente del Pd a sostenere la linea del “ricandidare Prodi”, e nella cui corrente gravita non casualmente Silvia Prodi, consigliere regionale dell’Emilia Romagna, nipote del Prof. – ce ne vuole, però, e la presenza in campo del nome Prodi (che Renzi mai smentirà) a oggi è una carta da spendere più per giocare con Forza Italia che per ricompattare i gruppi del Pd. Prodi lo sa. Sa che lo spirito dell’Ulivo (vedi l’assemblea Pd di domenica) è una delle vittime della rottamazione. Sa che sul suo nome è già arrivato l’unico “no” di Berlusconi (ma con il Cav. non si può mai sapere). Sa che in questa fase il suo ruolo può essere più vicino a quello di kingmaker che di king puro (sia Renzi sia Prodi, per esempio, condividono l’idea che una figura come Castagnetti avrebbe caratteristiche quirinalizie). Ma sa anche che la partita è lunga. Che questo Parlamento è imprevedibile. E che se il patto del Nazareno dovesse essere impallinato il suo nome, a quel punto, potrebbe tornare a essere attuale per Renzi – esattamente come l’anno scorso.

Di più su questi argomenti:
  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.