Da sinistra, "Freddo", "Dandi" e "Libano", i soprannomi dei tre protagonisti della serie tv "Romanzo Criminale"

Filologia del soprannome alla pajata nella città malata di politica burina

Stefano Di Michele

Sempre le storie romane (le storiacce ancor di più), a un certo punto si mutano in una saga del soprannome – nell’epiteto ora felice, ora greve. Persino la politica, nella città eterna, ciclicamente annaspa, e in parte si compiace, in un groviglio che, filologicamente, sta a metà tra curva ultrà e ciclo cinematografico der Monnezza.

Sempre le storie romane (le storiacce ancor di più), a un certo punto si mutano in una saga del soprannome – nell’epiteto ora felice, ora greve. Persino la politica, nella città eterna, ciclicamente annaspa, e in parte si compiace, in un groviglio che, filologicamente, sta a metà tra curva ultrà e ciclo cinematografico der Monnezza. Se oggi la cronaca dei giornali si affolla di tipi genere “er Guercio” e “er Cecato” (la stessa persona, si suppone, evidenziando la medesima  menomazione), o “er Maialetto” e “er Cane”, e vai con “er Tanca”, “er Caccola” e “er Cicorione”, appena pochi anni fa la politica (ma pur essa con la cronaca mischiata) era in grado di  elaborare “Batman”, “er Bucia” oppure, vero colpo di genio, a definizione di un politico minore quasi clone di uno maggiore, “er Pecoro Dolly”. Roma ha sempre fornito abbondante materiale (fin da Tiberio: tracannatore di vino, l’imperatore  era stato ribattezzato Biberius). Pure nel mondo politico – persino pure quando non incontra (o non ancora, in certi casi) la cronaca giudiziaria. La Dc capitolina (e largamente andreottiana: e solo con gli infiniti soprannomi di Andreotti, dal “Divo” a “Belzebù”, paginate intere si potrebbero riempire) degli anni di Vittorio Sbardella (detto, è notorio, “lo Squalo”, o anche “Pompeo Magno”, essendo il suo quartier generale sistemato nell’omonima strada), a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, fu da questo punto di vista una sorta di imprescindibile mondo enciclopedico. I cronisti di quegli anni vagavano tra “er Monaco” (il sindaco Giubilo, a motivo del suo portamento da pensoso ecclesiastico), “la Volpe Argentata” (Darida), l’assessore “Luparetta” (secondo altre cronache “Lupetta”), l’assessore, nello specifico regionale, chiamato “il Serpente”, “il Ciarra”, ovviamente l’intramontabile Ciarrapico, dagli avversari detto pure (causa, nel contingente, acqua e Premio Fiuggi) “l’Acquaiolo”, il cardinale effigiato quale “Sua Sanità”, Franco Evangelisti appellato “Limone” da certi, l’amministratore del partito, dal biondissimo crine, di volta in volta indicato quale “Giò er Biondo” oppure “er Varechina”. E il vecchio sindaco Nicola Signorello, a ragione di ieratica postura, era detto “er Pennacchione”. Mica pratica solo democristiana.

 

A Rutelli, per ovvia e indiscutibile beltà, toccò il soprannome di “Cicciobello”, mentre a destra, tra missini e post, una menzione del tutto particolare va a Teodoro Buontempo, quasi a livello di mito mediatico come “er Pecora” (sfottente chiedeva: “Ma che devo fa’, per passa’ a ’er Cachemire’?”), e Domenico Gramazio, padre di Luca, finito nell’ultima inchiesta, era noto quale “er Pinguino”. Mentre di là, il socialista Paris Dell’Unto era semplicemente “er Roscio” (de capelli, oltre che de fede). A Roma, i soprannomi piacciono sempre. A ciascuno il suo, come si dice, quasi a livello d’arte. Pure Pelosi, quello di Pasolini, è conosciuto come “la Rana”. Cantore della città, per un periodo, fu “er Piotta”, e Franco Califano detto “Califfo” – e a Torbella forte Saga er Secco. Città da “mandrakata”, tra “er Pomata” e appunto “er Mandrake”. Non solo la politica, ma pure la malavita nella capitale ha un suo gergo e una sua anagrafe – da “er Più”, facile al coltello, ai protagonisti planetari del “Romanzo criminale”, quali “Libanese” e “Dandi”. Se le  storie dei bulli dell’Ottocento pescano tra “er Porchetta” e “er Manciola”, “er Cecchetta” e “er Brugnoletto”, fino ai famosi “er Tinea” e “Meo Patacca”, la cronaca del Dopoguerra parte col “Gobbo der Quarticciolo” per approdare al “Canaro della Magliana”, “Jack Lametta” e “Jo Codino”. Ci si presta il (sopran)nome, poi a volte (e so’ dolori, fijo) magari succede di incontrarsi. Va da sé: tra “sordi” e pajata.

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