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“Ttip, Renzi ci pensi”

Berlino apre al libero scambio  con l’America. L’alt (poco no global) del finanziere Guido R. Vitale.

3 Dicembre 2014 alle 12:22

“Ttip, Renzi ci pensi”

Angela Merkel e Matteo Renzi (foto LaPresse)

Roma. “Se il resto dell’Europa vuole questo accordo, allora anche la Germania lo accetterà. Non c’è alternativa”, ha detto giovedì scorso Sigmar Gabriel, ministro dell’Economia tedesco e leader socialdemocratico, intervenendo al Bundestag in merito all’accordo di libero scambio tra Unione europea e Canada (Ceta). Una questione tutt’altro che marginale, visto che l’intesa – su cui finora pendeva un veto di fatto di Berlino – è considerata la prova generale di un accordo simile ma decisamente più corposo, quello tra Ue e Stati Uniti, il Transatlantic Trade and Investment Partnership o Ttip, tra due aree che da sole contano quasi quanto la metà del pil globale. In particolare il governo tedesco, secondo il Financial Times, sarebbe pronto ad accettare il discusso meccanismo dell’Investor-state dispute settlement, o Isds, cioè una clausola che consente alle società americane ed europee di ricorrere a un arbitrato internazionale, invece che ai giudici nazionali, nel caso di dispute sugli investimenti nei paesi interessati. “Berlino però continuerà a opporsi alla clausola sulle dispute tra stati e investitori (Isds) in ogni nuovo accordo commerciale dell’Unione europea”, precisa il Financial Times. D’altronde questo è uno dei punti sollevati più spesso dai critici dell’accordo, a destra come a sinistra: la clausola Isds sarebbe lesiva della sovranità nazionale. Ha scritto di recente Fausto Durante, ex Fiom e oggi responsabile del Segretariato Europa della Cgil, su Rassegna.it: “Solo una visione mercantile del commercio internazionale, ispirata a un primato del denaro sempre e comunque, può motivare una richiesta che, se accolta, metterebbe i diritti del lavoro e degli stati in un’inaccettabile condizione di subalternità nei confronti delle multinazionali”. Tesi simili a quelle utilizzate ieri sul blog di Beppe Grillo, dove si pubblicizzava con enfasi una manifestazione dei parlamentari del Movimento 5 stelle anti Ttip.

 

Il governo italiano, per il momento, rimane tra i sostenitori più espliciti delle intese in fieri, concepite non tanto per eliminare i dazi doganali tra Ue e America del nord, già piuttosto contenuti, quanto soprattutto per ridurre differenze regolamentari e burocratiche, “ostacoli non tariffari” come si chiamano in gergo. Secondo la Commissione europea, che sta gestendo le trattative con la controparte americana per conto di tutti e 28 gli stati membri, l’intesa tra Ue e Stati Uniti varrebbe come mezzo punto di pil aggiuntivo ogni anno dal momento dell’applicazione dell’accordo. Tuttavia proprio al governo Renzi si appella adesso una voce tutt’altro che antipatizzante, tutt’altro che pregiudizialmente altermondialista, anzi decisamente d’establishment: “Renzi ci pensi bene prima di garantire il via libera a un accordo che confermerebbe la sudditanza europea e italiana agli Stati Uniti”, dice al Foglio Guido Roberto Vitale, banchiere d’affari con un’esperienza trentennale alle spalle, presidente della società di consulenza finanziaria Vitale e Associati. Non le sembra strano salire sullo stesso carro dei frenatori del governo e della libertà d’impresa? “Io non soltanto sono filoamericano – replica l’ex presidente del gruppo Rcs che pubblica il Corriere della Sera – Credo pure che un’alleanza alla pari tra Europa e Stati Uniti sia l’unica chance che abbiamo per rallentare o scongiurare la decadenza occidentale rispetto ad altre aree economiche e politiche del pianeta”. Dove l’enfasi, in questa riflessione, è ovviamente sull’espressione “alla pari”. Perché gli Stati Uniti, dal medioriente alla Russia, secondo Vitale confermano ancora in questi mesi di avere una visione dei rapporti internazionali meramente “utilitaristica”, perfino “quando si tratta della sorte di quelli che chiamano ‘partner’ e ‘alleati storici’, come gli europei appunto”, lamenta Vitale. “Chi sta pagando maggiormente il prezzo delle sanzioni economiche alla Russia?”. Il negoziato tra Bruxelles e Washington è ancora in corso, quindi Vitale stesso ammette di ragionare su rischi non del tutto definiti: “Probabile che avvertiremo una forte pressione americana affinché in Europa si consumino più prodotti alimentari del loro paese, come le carni con ormoni, o che si tenti di copiare e annacquare quelle che sono nostre specialità”. Vitale riconosce che l’Ue ha escluso gli Organismi geneticamente modificati (Ogm) dall’accordo, aggiunge pure di non essere a priori contrario all’idea di un arbitrato internazionale per le dispute aziendali, “visto pure lo stato della nostra giustizia. Purché tale arbitrato sia anch’esso davvero terzo”.

 

[**Video_box_2**]Il caso limite del settore della difesa - Ecco dunque l’appello del finanziere: “Approfittiamo del negoziato sul Ttip con gli Stati Uniti per rinegoziare condizioni che oggi ci relegano a uno stato di inferiorità. Se quest’accordo conviene più all’America che a noi, vuol dire che esistono i margini per tale rinegoziazione”. Un esempio: “L’Europa può tornare a crescere nei prossimi dieci anni soltanto se sviluppa una sua industria della difesa. Allora si negozi affinché le aziende europee del settore abbiano davvero libero accesso al mercato statunitense. Oggi un gruppo europeo che compie un’acquisizione in campo militare può raccogliere i dividendi ma non avere accesso ai documenti. Il tutto mentre noi italiani e altri acquistiamo gli F-35 della Lockheed Martin che possiamo far volare, sì, ma che necessitano di un permesso statunitense per attivare i sistemi d’arma. Ancora: perché Air France non può comprare il 51 per cento di American Airlines, se siamo partner?”. Conclude Vitale: “La Commissione Ue è una controparte debole per Washington. Al governo Renzi non dovrebbe sfuggire che il Ttip può diventare l’ennesimo tentativo americano di colonizzare l’Europa. Dev’essere invece l’occasione per ristabilire una condizione di assoluta parità tra noi e gli americani. E’ nell’interesse di entrambi”.

Marco Valerio Lo Prete

Marco Valerio Lo Prete

Al Foglio dal marzo 2009, dove entra appena laureato in Scienze Politiche, il suo cursus honorum è il seguente: stagista, praticante, redattore dell'Economia, coordinatore del desk Economia e poi dal 2015 vicedirettore. Nasce nel 1985 sull'Isola Tiberina. Nella Capitale si muove poco: asilo, scuole elementari e medie, liceo e università, tutto nel giro di pochi chilometri quadrati. In compenso varca spesso (e volentieri) le frontiere del Paese natìo. Prima per studiare un anno nella ridente Rochester (New York, USA), poi – dopo numerose e più brevi escursioni – emigra all'Université Libre di Bruxelles per sei mesi. E a Bruxelles ci ritorna, ancora per sei mesi, per affiancare un formidabile manipolo di Radicali che lavora al Parlamento Europeo. Mentre si trova nel punto del globo più distante da Roma, facendo ricerca sull’immigrazione all’Università di Melbourne, in Australia, riceve una e-mail dal Foglio: non ci crede, pensa sia spam, invece è uno stage. Da qualche tempo si applica allo studio della lingua tedesca.  

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