Matteo Renzi (foto LaPresse)

#prideandprejudice

La guasconeria social di Renzi alla prova dell'algida Europa

Redazione

Il via libera Ue alla legge di stabilità, l’insistenza del premier su Juncker, i tweet tecnico-accademici di Padoan.

Roma. Jane Austen ha avuto successo, ora tocca a Lev Tolstoj (“Guerra e pace”)? La campagna twitter #prideandprejudice, orgoglio e pregiudizio, lanciata il 18 novembre dal ministero dell’Economia al ritmo di un tuìt al giorno, ha preceduto di qualche ora le anticipazioni sul via libera della Commissione di Bruxelles alla legge di stabilità italiana. Banalmente, ha portato bene. In realtà i risultati sono anche altri: ha mostrato un Pier Carlo Padoan garibaldino, deciso a mettere la faccia e popolarizzare argomenti finora ristretti agli addetti ai lavori, e ha fatto fare un salto di qualità a un metodo che pareva destinato agli slogan politici, soprattutto di Matteo Renzi. Il quale ieri, nonostante il fresco ok europeo (arrivato – va detto – dopo una prima mini correzione in senso rigorista della manovra), da Vienna ha comunque ripetuto: “Aspettiamo i 300 miliardi di investimenti di Juncker”. Orgoglio italiano, dunque, contro pregiudizio europeo (e tedesco). Altri tempi e altra cosa rispetto a un anno fa, quando il predecessore di Padoan nel governo Letta, Fabrizio Saccomanni, faceva tre volte su e giù dall’ufficio di Olli Rehn sempre uscendone con le pive nel sacco. E sempre intorcinando, lui e il suo premier, spiegazioni confuse e ingloriose capitolazioni. Ma altra cosa anche rispetto alle tirate anti Bruxelles e anti Berlino di Giulio Tremonti, che pure i sei capitoli di #prideandprejudice li aveva anticipati tutti – dal fatto di essere l’unica grande economia europea da vent’anni con un saldo primario attivo, all’avere il debito più sostenibile d’Europa dopo la Svezia, a dispetto della sua altissima percentuale sul pil, infine (ultimo tuìt del 23 novembre) all’aver elargito alle banche meno aiuti di stato di tutti gli altri governi, con la Germania prima in graduatoria. Con #prideandprejudice i leggendari, sbrigativi e sbarazzini tuìt renziani fanno sinergia con il tuìt tecnico-accademico. Perché sotto ai cinguettii ci sono grafici e statistiche e concetti ostici, tipo la “Risk classification in 2013 assessment round”, ovvero lo stato tendenziale delle finanze pubbliche anche in assenza di ulteriori restrizioni di bilancio, che colloca l’Italia allo stesso basso livello di Francia, Germania, e Danimarca. E’ un salto di qualità, ovvio.

 

Nel caso di Padoan è interessante anche capire la genesi di queste nuove comunicazioni, attraverso le parole del portavoce Roberto Basso che ha gestito l’operazione. Per Basso si tratta di andare “contro il pregiudizio che impera all’estero nei confronti dell’Italia, e suscitare un po’ di sano orgoglio nazionale”. E fin qui come da copione. Ma Basso, 49 anni, aveva lavorato anche con Saccomanni e, dopo il cursus nel privato (Olivetti e Finmatica), alla campagna elettorale del sindaco di Milano Giuliano Pisapia, quindi era approdato alla politica come consigliere, nel governo Monti, di Fabrizio Barca, ex ministro della Coesione territoriale, cioè l’uomo delle “15 proposizioni di un partito di sinistra” e dell’“esercizio della mobilitazione cognitiva”. Esperienze parecchio diverse, perfino frustranti forse, rispetto alla spavalda campagna di Padoan. Eppure già in èra Saccomanni, davanti agli studenti del master in media relation e comunicazione d’impresa dell’Università cattolica del Sacro Cuore, Basso individuava “nel gap tra verità percepita e reale lo spazio di manovra dell’abile comunicatore: i comunicatori istituzionali devono poter intervenire nel processo decisionale. Essi si configurano come una vera e propria leva per l’attuazione delle policy, e non soltanto come uno strumento decorativo e divulgativo”. Traduciamo: le riforme tracciano il solco, ma è il tuìt che le difende. E fa politica, eccome; perfino nell’algida Europa.

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