Come si dice amnistia in Corea del sud

Giulia Pompili

Un businessman agli arresti è inutile. A Seul si va all’attacco della “giustizia persecutoria”. In Corea del sud c’è aria di riforme.

Roma. In Corea del sud c’è aria di riforme. Nel secondo trimestre la crescita ha deluso le attese (+0,5 per cento), scende la produzione industriale e il mercato immobiliare, gli stimoli della Banca centrale coreana potrebbero non essere abbastanza. A tenere in piedi tutto, più o meno, ci sono l’export e soprattutto le grandi compagnie familiari, i famosi Chaebol, dinasty di imprese conglomerate che hanno fatto la storia dell’economia in Corea del sud. Ma se “la giustizia viene applicata troppo severamente” e tutti gli imprenditori prima o poi subiscono un processo, come si fa?

 

Il ministro della Giustizia di Seul, Hwang Kyo-ahn, ha detto a settembre di non essere per niente contrario a un’amnistia per i grandi imprenditori sudcoreani, che “dovrebbero avere la possibilità di restituire i profitti provenienti dalle attività illecite ma anche di guadagnarsi la simpatia della gente contribuendo a creare posti di lavoro e crescita economica”. Insomma, di un businessman agli arresti non ce ne facciamo niente. Le parole del ministro della Giustizia sono state accolte con favore anche dal vicepremier e ministro delle Finanze Choi Kyung-hwan: “Gli imprenditori in carcere non possono prendere decisioni sugli investimenti, e un’applicazione così rigorosa della legge non è d’aiuto per la ripresa economica”. Business Korea citava come esempio il caso di Sk e Cj Groups, i cui amministratori delegati sono entrambi sotto processo, e quest’anno le due aziende hanno perso nuovi investimenti e opportunità non avendo un capo cui far decidere. Quella contro la “giustizia persecutoria” nei confronti dei miliardari sudcoreani pare essere la cosa più sensata che abbia detto il ministro Choi, a giudicare dall’editoriale del Wall Street Journal di ieri che parlava della “Choinomics”, ovvero un “confuso piano di riforme per stimolare la crescita” e difendere la Corea dalla “trappola giapponese”. Secondo alcuni analisti a determinare alcune inchieste della magistratura è anche l’opinione pubblica, che un tempo sosteneva i Chaebol perché avevano traghettato la Corea verso il boom economico degli anni Sessanta ma che oggi vede nelle corporazioni familiari un impedimento alle attività d’impresa private, un simbolo di un vecchio sistema da rottamare.

 

[**Video_box_2**]L’amnistia per gli imprenditori non è un provvedimento nuovo in Corea del sud. Il presidente Lee Myung-bak, che è stato funzionario in Hyundai prima di iniziare la carriera politica come sindaco di Seul, diede la grazia a parecchi proprietari di Chaebol durante il suo mandato dal 2008 al 2010. Il provvedimento che fece più scalpore fu quello per il capo di Samsung Lee Kun-hee, che dopo Ban Ki-moon è il sudcoreano più potente del mondo (nonché il più ricco). Nel 2008 Lee fu accusato di corruzione, evasione fiscale, illeciti finanziari, e fu costretto a dimettersi. Condannato a sette anni e 350 milioni di dollari di multa, la pena fu ridotta a tre anni e a “soli” cento milioni per via del suo ruolo. Qualche mese dopo il presidente Lee gli concesse la grazia che gli permise di restare presidente del Comitato olimpico, di tornare alla testa della sua multinazionale nel 2010 e di programmare il passaggio di consegne a suo figlio – passaggio che si sta accelerando viste le sue precarie condizioni di salute. Durante un discorso ai suoi dipendenti nel 1993, Lee Kun-hee disse: “Cambia qualunque cosa tranne tua moglie e i tuoi figli”.

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  • Giulia Pompili
  • Giulia Pompili è nata il 4 luglio. E' giornalista del Foglio dove scrive soprattutto di Asia – nel 2012 ha vinto il premio giornalistico "Umberto Agnelli" della Fondazione Italia Giappone. Recita a memoria i test missilistici di Kim Jong-un, ma pure le canzoni degli Afterhours. E' terzo dan di kendo.