Il primo ministro francese, Manuel Valls (foto AP)

Tutti cambiano nome in Francia, ma con Valls la “pantalonnade” è imperdibile

Paola Peduzzi

Cambio il nome, cambio tutto, da qualche parte si dovrà pure partire con le rivoluzioni. La moda è scoppiata nella politica francese: ci pensa Marine Le Pen, che già alla conferenza del Front national a novembre vorrebbe proporre un nuovo nome al partito.

Milano. Cambio il nome, cambio tutto, da qualche parte si dovrà pure partire con le rivoluzioni. La moda è scoppiata nella politica francese: ci pensa Marine Le Pen, che già alla conferenza del Front national a novembre vorrebbe proporre un nuovo nome al partito, magari dopo aver interpellato la base ma infischiandosene di suo padre, che per quel nome – quell’identità – s’è battuto una vita e che oggi dice, cogliendo al solito il punto, “non siamo una marca di detersivi” (tanto con papà Jean-Marie la frattura s’è già consumata, e Marine davvero ha bisogno di cambiare marca al partito come a un detersivo o a uno shampoo: come è scritto nei tomi universitari sul riposizionamento dei prodotti, si cambia il nome, si cambia il prezzo, si cambia il packaging e una buona campagna pubblicitaria fa il resto). Ci pensa anche e soprattutto il premier, Manuel Valls, e a dire il vero lui ha dalla sua che è dal 2007 che va ripetendo che la definizione “socialista” non gli piace. L’Huffington Post francese ha messo in fila tutte le dichiarazioni del premier rubricandole sotto il cappello dell’“ossessione di Valls”: 2007, la rifondazione del Partito “può portare a una nuova speranza”; 2008, “Partito socialista, ‘c’est daté’, non significa più nulla, il socialismo è stata un’idea meravigliosa, una splendida utopia. Ma era un’utopia inventata contro il capitalismo del Diciannovesimo secolo!”; 2009, “bisogna creare una grande organizzazione politica attorno a quella parola meravigliosa che è la sinistra, che è una parola moderna”; 2012, “socialista?”, gli chiede un giornalista. “Poco importano le parole – risponde Valls – La mia famiglia è la sinistra”. Poi ecco l’intervista uscita ieri sull’Obs (nuovo nome del Nouvel Obs, è la moda, vedete?) in cui il premier risponde a tante domande sulla necessità di “reinventarsi o morire” e quando parla della crisi della sinistra – cioè sempre – dice: “L’ideologia ha portato a dei disastri, ma la sinistra in cui credo io si prende cura di un ideale: l’emancipazione di ognuno di noi. E’ pragmatica, riformista e repubblicana”. Non socialista?, domanda l’intervistatore. “Lo ripeto – dice Valls – Pragmatica, riformista e repubblicana”. Bisogna finirla “con la sinistra passatista”, e anzi costruire “una casa comune di tutte le forze progressiste” e se c’è da cambiare il nome al Partito, “pourquoi pas?”. E’ la versione francese della “big tent” di blairiana memoria o, come scriveva ieri Mattia Feltri sulla Stampa, il modello americano cui s’ispira il Pd di Matteo Renzi, in cui tutti si entra nel partito e si pone fine alle coalizioni litigiose.

 

Il problema di Valls è che ora la tentazione nel suo partito è di uscire, scappare, smembrarsi, altro che infilarsi tutti sotto la stessa tenda. Come si sa la popolarità del duo Valls-François Hollande è molto bassa, più per colpa del presidente che del premier, è vero, ma fare distinguo in sede elettorale non sarà facile. Siccome Valls insiste sulla necessità della svolta liberale del suo partito, al punto da gettare via la dicitura “socialista”, la bagarre è diventata permanente, come dimostra l’astensione di 39 deputati socialisti durante il voto per la legge di bilancio del 2015 (quella che sta causando parecchi problemi a livello europeo). Martine Aubry, rimasta placida e invisibile per due anni, dice che non vuole tacere mai più (aiuto) e che l’etichetta di “frondeur” a tutti quelli che criticano il governo è belligerante: i socialisti, dice la Aubry, vogliono il successo della presidenza e dell’esecutivo, e vogliono avere diritto di parola su come determinarlo. Molto meno diplomatici sono i tre capitani della lotta a Valls – che è una lotta personale oltre che ideologica, ci sono le ambizioni di mezzo – che sono gli ex ministri Arnaud Montebourg, Aurélie Filippetti (che è diventata la fidanzata di Montebourg, nel frattempo) e Benoît Hamon. Per loro la Francia liberale è uno scempio storico, e ancor più lo è il partito che rinnega la sua natura – il nome è identità – socialista.

 

[**Video_box_2**]Lo scontro è da mesi affascinante e sanguinoso, è come se libri di scienze politiche ed economia politica prendessero vita nelle facce e nelle parole della sinistra francese. Ma solo per noi osservatori lo spettacolo del post Hollande è imperdibile: per chi lo vive, scrive Libération, è tutt’un altro sentire. “Ancora qualche giorno di questa ‘pantalonnade’ e i francesi inizieranno a pensare che nel Ps la rosa è appassita e non restano che i pugni per minacciare i propri compagni”.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi