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Il secondo diluvio

Per la prima volta in duemila anni niente messa a Ninive. Così l’islam spazza via le cinque religioni più antiche del mondo.

5 Ottobre 2014 alle 06:30

Il secondo diluvio

I mandei iracheni, uccisi dallo Stato islamico in quanto “miscredenti”

Era il 1929 quando l’archeologo inglese Leonard Woolley fece una scoperta sensazionale: il Diluvio universale descritto nella Bibbia era stato in realtà una catastrofe di civiltà che aveva sconvolto l’attuale Iraq. Sir Woolley aveva ordinato a un operaio arabo di scavare una fossa per verificare gli strati archeologici della biblica Ur dei Caldei, la patria di Abramo. Trovarono mattoni rotti e altri elementi che indicavano un antico insediamento umano. Alla profondità di un metro, l’operaio arrivò a quella che gli archeologi definiscono “argilla vergine”, ovvero lo strato da cui si desume che oltre non c’è più nulla di interessante e i segni della vita finiscono lì. Almeno in teoria. 

 

Woolley gli ordinò di proseguire. Dopo due metri e mezzo di scavi, l’operaio ritrovò altri frammenti di cocci e materiale archeologico. Sir Woolley rimase a bocca aperta: come si poteva interpretare quella frattura fra due civiltà, quella terra pulita fra due strati che indicavano chiaramente due differenti presenze umane, due diverse civiltà divise da uno strato di terra sabbiosa e vergine? La moglie, Katharine Woolley, esclamò: “Ma è il diluvio, naturalmente”.

 

Ninive era stata cancellata dalla terra. La capitale più fastosa della civiltà mesopotamica, la “grande meretrice” della Bibbia, la terra di Hammurabi, Assurbanipal, piena di sculture terrorizzanti di geni alati, uomini-falco, demoni Pazuzu e tori con le ali, fu la prima a scomparire, ridotta a macerie da babilonesi e persiani, con linci e sciacalli a ululare tra i ruderi dei palazzi e dei templi, ruderi in gran parte ancora sommersi dalle colline di terriccio accumulatosi nei millenni. Persino una diga sull’Eufrate, ancora in attività, è stata costruita coi mattoni che recano impresso il sigillo di Nabucodònosor.

 

A Ninive oggi cresce di nuovo l’erba. Lì dove ancora si mescolano i culti più antichi della terra, l’islam sta compiendo un nuovo diluvio. Lo Spectator parla della “terra degli dèi perduti”. Lo Stato islamico è il primo che sta liberando le terre sotto il proprio dominio di tutti i culti non sanniti. Neppure i talebani arrivarono a tanto, né Hamas o il khomeinismo iraniano, dove oggi vivono grandi comunità cristiane ed ebraiche persino. Come ha detto Louis Sako, a capo della più grande congregazione cattolica irachena, “questo non era mai successo nella storia cristiana e islamica. Neppure Gengis Khan arrivò a tanto”.

 

Sacerdoti e astrologi sono stati presenti in Mesopotamia fin dagli albori della civiltà. E’ provato che la nostra civiltà è nata nella terra dei due fiumi, in Mesopotamia. Fino a oggi, in tutta la Mezzaluna fertile erano presenti le comunità che testimoniavano la straordinaria antichità delle sue tradizioni religiose. Fino all’arrivo dello Stato islamico. Crolla la Torre di Babele.

 

I cristiani se ne sono già andati tutti. La scorsa domenica, “per la prima volta in duemila anni non è stata celebrata la comunione cristiana a Ninive”. Lo ha detto il vicario anglicano di Baghdad, Canon Andrew White. Restano soltanto le case dei cristiani marchiate con la “n” di nasrani. Nazareni. Un anno fa c’erano 60 mila cristiani a Mosul. Oggi ne resta soltanto una manciata.

 

Degli yazidi lo Stato islamico fa strage in massa. I corpi di trenta yazidi, tra cui cinque bambini, uccisi dai jihadisti dello Stato islamico, sono stati appena rinvenuti in una fossa comune, una delle tante, scoperta nel nord dell’Iraq vicino a Zummar, in un’area riconquistata dai miliziani peshmerga curdi.

 

La Yazidi Fraternal Organization ha registrato i nomi di dodicimila yazidi — cinquemila donne e settemila uomini — uccisi o rapiti (nel caso delle donne) dal 3 agosto scorso in poi, quando la montagna di Sinjar cadde nelle mani islamiche. Gli yazidi sono una delle più antiche comunità legate agli Zoroastriani, gli avi del grande conduttore d’orchestra Zubin Mehta che fuggirono dodici secoli fa dalla Persia per preservare il sacro fuoco di Zoroastro dalla profanazione degli invasori arabi. La tradizione vuole che Mahbanu, la terza figlia dell’ultimo re zoroastriano di Persia, Yazdegerd III (ucciso da un fornaio nel 651 mentre scappava inseguito dalla cavalleria araba), sia fuggita in India dove avrebbe sposato un principe hindu. Quel matrimonio avrebbe dato origine alla schiatta dei Sisodyas di Udaipur. Nel XIV secolo, l’islamico Tamerlano racconterà con ebbrezza come nella sua folgorante calata sull’India settentrionale abbia passato a fil di spada intere città di adoratori del fuoco, “dualisti maledetti”. Gente, come scriveva il turco convertito al culto di Maometto, “che adora perversamente due dèi, Yazdan e Ahriman”.

 

Parenti degli yazidi sono i kakai, i curdi sincretisti noti per i loro baffoni rituali. Lo Stato islamico li considera “blasfemi”, perché il Corano prescrive baffi corti, ordinati. Barba o baffi a punta da giannizzero vogliono dire “progressismo” nel letteralismo islamico. I kakai sono una setta eterodossa legata all’islam sciita. Lo Stato islamico li uccide ogni volta che li cattura. I kakai sono la “Gente della Verità” e credono nella reincarnazione. E’ l’ultima comunità devota a Mitra. Si dice che se il cristianesimo avesse subito un arresto per cause interne, il mondo sarebbe mitraico.

 

Di questo sterminio umano e religioso parla il saggista inglese Gerard Russell in un libro fresco di stampa, “Heirs to Forgotten Kingdoms: Journeys Into the Disappearing Religions of the Middle East”, che uscirà il prossimo 21 ottobre per Basic Books. “Distruggendo le tombe, bruciando manoscritti e uccidendo i bambini, lo Stato islamico vuole sterminare alcune delle religioni più antiche del mondo”, scrive Russell. Nel mirino degli islamisti, continua il saggista britannico, “ci sono i kakai, che considerano Gesù e i fondatori dello sciismo come figure sacre; gli shabak, i cui antenati erano adoratori del fuoco; gli alawiti e i drusi, la cui tradizione è ancorata nella filosofia greca”.

 

Fra i jihadisti sunniti che combattono in Siria, i sostenitori di Bashar el Assad, gli alawiti, sono chiamati “Majous”, i Magi della tradizione cristiana, Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Attraverso le rivelazioni di Zoroastro, i Magi evangelici vennero a sapere della venuta di Saoshyans o Gesù: “Verrà un tempo nel quale vedranno una stella nei cieli, portante l’immagine di una madre con il figlio in braccio”. Giorno e notte, le sentinelle indiane e gli astronomi caldei e persiani rimasero sul Sabalan, la cima più alta dell’Azerbaigian, guardando con un occhio in basso per difendersi dai figli d’Israele e dai romani e con l’altro il cielo per interpretare anche un’altra profezia, quella dell’indovino Balaom: “Sorgerà una stella da Giacobbe e uno scettro si leverà da Israele”.

 

Scompaiono i mandei, gli ultimi gnostici sulla terra, gli eredi dei nestoriani e dei giacobiti. Ogni domenica si ritrovano sulle rive del Tigri per celebrare l’immersione nelle acque come fece Giovanni Battista, che i mandei venerano come una figura sacra. Per alcuni viaggiatori occidentali erano i “Cristiani di San Giovanni”, per il loro credo giovannita. Tra loro, si definiscono “Mandei” (“Mandaiia”), che nel loro dialetto di derivazione aramaica sta per “coloro che cercano la conoscenza”. Il novanta per cento dei mandei sono fuggiti dall’Iraq, minacciati di morte dagli islamisti. La dispersione di gran parte dei 60 mila mandei iracheni in Canada, Siria, Australia e altrove ha messo in discussione l’esistenza della religione in questione. Le prime tribù mandee migrarono dalla Terra Santa alle rive dell’Eufrate inferiore durante il primo e il secondo secolo d. C., più di duemila anni fa. 

 

I mandei parlano un aramaico simile al dialetto del Talmud babilonese. Sono i cugini del popolo che produsse i codici di Nag Hammadi (come il Vangelo di san Tommaso) che gettano luce sulla percezione di Gesù Cristo nei primi secoli. Fedeli di una religione antica come il cristianesimo, sono passati nei secoli attraverso l’ascesa dell’islam, l’invasione mongola, l’arrivo degli europei, il regime di Saddam Hussein, che ne prosciugò le paludi battesimali provocando un’immane catastrofe ecologica.
I mandei sono pacifisti, la loro religione impedisce di portare armi. Sono caduti vittime della illegalità diffusa, di rapimenti, taglieggi, stupri, assassinii e conversioni forzate per mano di fondamentalisti islamici. Secondo Kanzfra Sattar, uno dei cinque “vescovi” mandei, questa comunità sta subendo oggi un genocidio: “Ci vedono come miscredenti. Risultato: si ha il diritto di ucciderci”.

 

[**Video_box_2**]Il culto sincretista shabak è un altro dei principali obiettivi dei movimenti terroristici, soprattutto dello Stato islamico. Secondo un rapporto pubblicato dal ministero dei Diritti umani in Iraq, 1.200 shabak sono stati uccisi e seimila sfollati. La posizione degli shabak a sostegno della guerra angloamericana in Iraq nel 2003 e il loro voto per la Costituzione irachena li ha resi nemici dei terroristi.

 

Sotto minaccia dello Stato islamico i turcomanni zoroastriani, che venerano i prodotti con la lettera “sin”, simbolo di vita e fertilità: verdure (sabzi); mele (sib, il primo dei frutti, quello del paradiso perduto); aceto (serkeh, simbolo della fermentazione); aglio (sir, per le virtù curative); oro (sekeh, la ricchezza); il sommacco (somaq, la spezia simbolo del sapore); un dolciume (samami, simbolo delle dolcezze della vita).

 

Infine ci sono i sabei, originari dello Yemen, i figli delle civiltà sudarabiche e della regina di Saba, colei che compare nella Bibbia e nel Corano. Scrivevano moltissimo i sabei. Ma erano soprattutto un’antica popolazione semitica con architetti e ingegneri idraulici di tale ingegno che neppure l’Egitto poté vantarne di simili. Marib, la capitale del regno dei Sabei, tuttora occultata nelle viscere della terra e della sabbia, è oggi una nuova città, a duecento chilometri da Sanaa.

 

Oggi i sabei in Iraq si vestono di bianco, simbolo di pace. Ma come ha denunciato Uday Asa’ad Khamas, portavoce dei sabei iracheni, in dieci anni in Iraq sono rimasti diecimila sabei dei quarantamila che erano. A Baghdad è rimasto soltanto un religioso sabeo. Anche loro, come i mandei, praticano l’immersione rituale, che rievoca in tal modo l’inondazione del mondo durante il Diluvio, che ripulì la terra dagli uomini dediti al peccato. Sono citati sia nel Corano sia nel Libro di Giobbe. Per lo Stato islamico sono dei “giudaizzati”, perché praticano alcune tradizioni ebraiche. Abu Musab al Zarqawi, il terrorista giordano che dilaniò l’Iraq fino al 2007 e che preparò il terreno per l’avvento dello Stato islamico, era solito attaccare nei suoi proclami “i sabei”.
Nel mirino dell’islam ci sono, infine, gli ultimi popoli che parlano l’aramaico. Come nella cittadina siriana di Maalula, a lungo assediata dagli islamisti siriani e poi liberata dall’esercito di Bashar el Assad. Gli islamisti dicono di voler trasformare l’aramaico in una “lingua morta”.

 

E’ in corso una guerra non soltanto all’umanità, ma alla civiltà. Ai figli di Abramo, di Gesù, di Zarathustra e di Gilgamesh. Quasi una conferma della profezia biblica: “A Babilonia abiteranno linci e sciacalli e non sarà più popolata e nessuno vi avrà dimora per tutti i tempi che verranno”. Quanto rimane della più sfarzosa, e peccaminosa, capitale del mondo antico ha oggi l’aspetto definitivo della morte. C’è un silenzio in cui par di sentir echeggiare tuttora la maledizione di Geremia.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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