Pigrissimo me

Annalena Benini

Basterà aprire l’icona Shyp sul telefono (se si abita a San Francisco e prossimamente a New York), fotografare quello che si intende spedire, inserire l’indirizzo del mittente e del destinatario, e nel giro di quindici minuti qualcuno busserà alla porta. Siamo creativi o indolenti? Chissà, ma evitare l’ufficio postale è rivoluzionario quanto la lavatrice.

Il rischio, dicono, è fondare un’intera economia sulla pigrizia, sulla pretesa di arrivare al bar e vedersi consegnare il cappuccino pre-ordinato tramite una app, oppure sul piacere di non uscire di casa nemmeno per spedire il pacco di Natale ai cugini lontani: basterà infatti aprire l’icona Shyp sul telefono (se si abita a San Francisco e prossimamente a New York, ma è un’idea copiabile), poi fotografare quello che si intende spedire, inserire l’indirizzo del mittente e del destinatario, e nel giro di quindici minuti qualcuno busserà alla porta, prenderà in consegna gli oggetti, incasserà pochi dollari per il disturbo e correrà con il suo furgone verso altri pigrissimi utenti, che vogliono evitare il mondo fuori, l’incontro con altri esseri umani, la possibilità di una lite e del conseguente post su Facebook sulla mattinata persa in coda all’ufficio postale.

 

“Come possiamo capire se la tecnologia ci sta rendendo più produttivi, o soltanto più pigri e impazienti?”, si chiede il New York Times. Siamo più efficienti o più insofferenti? Abituati a schiacciare un bottone, o lanciare una ditata, per avere tutto (caffè, bucato, vestiti nuovi, bonifici, bollette pagate, email ricevute e inviate, fotografie, indicazioni stradali, appuntamenti, corteggiamenti), ci stiamo concentrando nel creare una schiavitù elettronica (con elementi di ambiguità: gli schiavi siamo noi oppure loro?) che ci eviti le seccature e si sostituisca alla realtà.

 

[**Video_box_2**]Ma se la realtà può migliorare, e liberarci dal dovere di andare a lavare i panni al torrente, ad esempio, o anche solo nella vasca da bagno, e se siamo tutti d’accordo sul fatto che la lavatrice ci ha cambiato la vita, perché dovremmo preferire mezza giornata di permesso dal lavoro per stare in coda con il numeretto all’ufficio postale (dove, la settimana scorsa, un tizio urlava contro gli impiegati per l’attesa, io mi sono girata per vedere che stava succedendo, lui ha detto: che cazzo guardi, e per il quarto d’ora successivo ha inveito ogni sessanta secondi contro “quella stronza là in piedi”)? Pochissimi di noi, scrive il New York Times, possono permettersi un assistente personale, un maggiordomo che si faccia carico con finti sorrisi degli obblighi quotidiani, ma molti sono disposti a pagare qualche euro per sentirsi, di tanto in tanto, liberi. Secondo le statistiche il tempo guadagnato attraverso la tecnologia viene investito nella famiglia (otto ore alla settimana in più nella cura dei bambini rispetto al 1965), a cui però vanno sottratte le ore che impieghiamo nello scovare, investigare e sperimentare servizi online che ci semplifichino la vita (cene e spese a domicilio comprese). Il rischio è la esagerata esternalizzazione, insomma: scervellarci per liberarci da noi stessi. Ma se qualcuno inventasse una app per i compiti di matematica, che per due euro portasse a casa, all’occorrenza una madre paziente esperta in frazioni, sospenderei le implicazioni etiche fino alla fine dell’anno scolastico.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.